Fateci caso, la prossima volta che andate al supermercato. Per almeno due mesi, il Tutto-Sanremo di quest’anno sarà la colonna sonora della spesa settimanale. Succede sempre così, tutti gli anni: le canzoni sentite la sera prima sul palco dell'Ariston già dalla mattina dopo sono al lavoro fra gli scaffali della Coop, come brave commesse pragmatiche e senza grilli per la testa, a intrattenere le massaie nello shopping quotidiano.
Mercoledì scorso, mentre la sua Lasciarsi un giorno a Roma persuadeva la sottoscritta a mettere nel carrello due confezioni di margarina al Superconad di Via del Borgo, Bologna, Niccolò Fabi era ancora fra le lenzuola di qualche pacchiano albergo sanremese, a smaltire lo stress di aver passato le ore piccole a ripetere a giornalisti, inviati di radio private e Vincenzo Mollica: "sì, credo molto in questo pezzo che segna un passo avanti nella mia maturazione artistica".
Il banco-frigo del supermercato è l'ambiente ideale per degustare le canzoni sanremesi. I brani che poche ore prima, incorniciati da azalee, violini, lustrini ed Eve Herzigove, sembravano banali e pretenziosi, si incastonano magnificamente fra i vasetti di yogurt e i tetrapak di latte scremato. La vicinanza con le mortadelle sottovuoto e i profiteroles monoporzione redime perfino Compagna segreta di Costa, che, restituita dalla luce al neon alla sua autentica dimensione di merce deperibile e a basso prezzo, si fa perdonare il fatto di essere uno smaccato plagio di Cercando un altro Egitto di De Gregori. Del resto, nel banco-frigo la fontina valdostana doc e il suo plagio meno blasonato e meno saporito, il "Fontal", convivono in pace. Nessuno chiede originalità ai formaggiai, ma solo di fornire un prodotto commestibile. Perché si dovrebbe chiedere qualcosa di diverso ai canzonettari italici?
Eppure ci piace moltissimo pensare che quella sostanza incolore e spalmabile che per cinque sere ci ha riempito le orecchie non sia formaggio, ma musica leggera. E che l'unica manifestazione italiana dove si possono davvero sentire ugole straordinarie non sia la leggendaria Sagra degli Osei di Sacile (ci sono certe cocorite canore, ragazzi, da far impallidire Giorgia e Mietta), ma il Festival di Sanremo. No, non ci sto. Nelle seguenti "noterelle sanremesi" parlerò poco di canzoni e molto di corpi. Non quelli della Pivetti e della Herzigova, su cui le penne dei commentatori hanno ricamato con una finezza che al confronto Pippo Franco del Bagaglino sembra uno stilnovista. E neanche su quello di Vianello, sempre più simile all'Alec Guinness di Invito a cena con delitto. Ma i corpi dei cantanti, innocui e inconsapevoli rappresentanti di commercio per un formaggio-musica sempre più insapore.
L'ALTRA META' DEL CIECO
Ormai è assodato: l'unico handicap associabile con successo alla canzone sanremese è la cecità. Controprova: Pierangelo Bertoli, cantante in carrozzella, a Sanremo non ha mai vinto. Il suo più memorabile exploit festivaliero, Spunta la luna dal monte, lo conquistò solo grazie ai Tazenda, la cui dolorosa menomazione (erano sardi) commosse le giurie fino alle lacrime. La pietà, dunque, non c'entra: da Ray Charles ad Annalisa Minetti passando per Andrea "Tim" Bocelli, il cantante non vedente esercita un fascino irresistibile sull'uditorio. E non da oggi: probabilmente, se Omero non fosse stato cieco ma, che so, paralitico, l'Iliade e l'Odissea non sarebbero l'hit trimillenario che sono. Agli antichi, infatti, l'occhio ottenebrato suggeriva un misterioso contatto fra il cantore e le fonti di ispirazione ultraterrene. Purtroppo i tempi sono cambiati: tremila anni fa un cantante cieco poteva avere come paroliere Apollo e le nove Muse come arrangiatrici, oggi la Minetti ha potuto contare solo su tale M. Luca, che le ha sfornato una canzone come Con te o senza di te, buona tutt'al più come sigla per una soap opera con Barbara De Rossi e Andrea Giordana. Ma, in tutta franchezza, faceva davvero molto più schifo della stralodata Amore lontanissimo di Antonella Ruggiero? Il trionfo sanremese di Annalisa, piuttosto, suggerisce altre riflessioni: se a un cantante cieco è consentito di essere bruttarello, una cantante cieca dev'essere stata come minimo finalista a Miss Italia. Mai dimenticare che il pubblico maschile ci vede benissimo.
PATHOS PORTOS E ARAMIS
Ovvero, il caso Silvia Salemi. L'aspetto più notevole della graziosa cantante calabrese non è la sua canzone, struggente versione anni '90 di Io cerco la Titina con il pathos al posto della Titina, ma il suo cranio setoloso. Devo confessare che sto con san Paolo, secondo cui "la gloria della donna è la sua capigliatura", e fra le immagini televisive più care alla mia infanzia ci sono gli chignon da fata di Patty Pravo, argentei nel bianco-e-nero, e Dalida mentre porge alla platea la lussureggiante chioma ondulata. La rapatura femminile ha sempre qualcosa di sinistro e di innaturale: evoca scabbia, follia, detenzione, vendetta partigiana per un flirt con un SS; per questo una cantante che sfoggia volontariamente la crapa pelata dev'essere capace come minimo di bruciare in pubblico una foto del Papa, come fece Sinead O'Connor, o di gridare roventi parole d'amore lesbico, come Skin degli Skunk Anansie. Silvia Salemi si è data il napalm sul cuoio capelluto per miagolare che stasera lei e i suoi amici vanno a casa di Luca, che il mare canta sotto il suo balcone e via sciocchezzando. L'unica spiegazione è che Silvia abbia voluto omaggiare Eugène Ionesco, il cui capolavoro del teatro dell'assurdo si chiama, non a caso, La cantatrice calva.
COM'E' CAPUTO IN BASSO!
Invecchiare è brutto. Non azzeccare più un successo da anni, anche. Ma essere diventato con l'età il sosia di Marco Taradash è una catastrofe che il simpatico Sergio Caputo proprio non meritava. "Io con questa faccia e il mio passato da dimenticare", cantava quindici anni fa in Bimba se sapessi, rievocando giovanili simpatie destroidi. Invece il passato, lungi dal farsi dimenticare, lo ha aggredito a tradimento sulle soglie della mezza età, trasformandolo nella replica del petulante deputato forzitaliota, e per di più durante un governo di centrosinistra. Questo sì che è un handicap, altro che Annalisa Minetti. Se anche la sua Flamingo non fosse sembrata la figlia brutta di Italiani Mambo, con quella faccia da Taradash il povero Sergio non avrebbe avuto nessuna chance.
SOTTO LA VELINA DEL CIELO
Chi ha letto le pagelle sanremesi dei giornalisti musicali si sarà reso conto che gli unici professionisti dell'informazione presenti al Festival erano i figuranti della finta sala-stampa dello spot per il Salvalavista Beghelli. Nessun critico musicale si è azzardato a sottoscrivere con il suo nome e cognome che un brano era una ciofeca o era un clone spudorato. Non si sa mai che i discografici si arrabbiano e si dimenticano di mandargli il cadeau il prossimo Natale. Così tutti si sono limitati a citare gli "scoop" di Striscia e, quanto alle canzoni, "todos caballeros", o meglio, "todos artistas". Qualche esempio, tratto da Repubblica: "Luciferme: possono migliorare, ma partono bene." Già, scopiazzando Liftiba, U2 e Queen. Taglia 42: "Pop italiano dal sapore internazionale, che potrebbe portarli al successo". Se non come cantanti, come traduttori, visto che si sono limitati a italianizzare Imagine di Lennon. Nccp: "Una bella canzone adatta a farsi notare dal grande pubblico". Sicuro? Chi può cantare Sotto il velo del cielo mentre si fa la doccia, a parte un dislessico? Paola e Chiara: "Il brano, preso per il verso giusto, è ben costruito". Resta da stabilire qual è il verso giusto. Forse bisogna suonare il disco al contrario e si sente cantare Satanasso, la cui voce è decisamente più carezzevole di quella delle sorelline milanesi.
NUOVE PROPOSTE OSCENE
Forse osceno è una parola troppo forte, ma nella piattezza generale di un Festival che non ha il coraggio di essere né Nashville né Trashville, gli unici brividi di vera, onesta bruttezza sono venuti dal look dei cantanti "giovani". Ecco una personalissima horror-parade: 1) Il ciondolo di Luca Sepe, un tamarrino formato mignon che si era inspiegabilmente attaccato al collo i resti di un sauté di cozze e vongole. 2) Il canino superiore di Lisa, appeso storto alla gengiva come un quadro dopo una scossa del 4° grado Mercalli. 3) I suoi vestiti da sera color marron-bassotto, comprati ai saldi dell'Upim di Ankara. 4) La pettinatura di Paola Folli, che si ostina a farsi fare la messimpiega da un parkinsoniano. 5) I gesti da vigile urbano di Paolo Jannacci mentre dirigeva l'orchestra durante l'esibizione del padre: i violini non sapevano se rallentare o dare la precedenza a destra. Bravi ragazzi, avanti così. Non cambiate. Quarantotto anni di Festival di Sanremo dimostrano che nessuno è mai fallito per aver sopravvalutato il cattivo gusto degli italiani.
(febbraio 1998)
Sei al cinema, in ufficio, o nella metro affollata di volti anonimi. Tu non la vedi, ma lei ti ha adocchiato, e ti senti strano. Poche ore dopo siete a letto insieme. Sai benissimo che per lei non sei il primo: se la sono già fatta tutti i tuoi amici, la tua fidanzata, il tuo nipotino di sei anni e qualche milione di italiani, stando a quel che dice il tiggì. Ma nessuno se la prende, perché lei, l'influenza, prima o poi la prendono tutti. Più che un'epidemia, una stakhanovista del malanno stagionale che ogni autunno sbarca in Europa dal lontano Oriente, e se ne va in primavera, quando le scade il permesso di soggiorno. Se non vuoi che si accorga di te, o se hai già il tuo daffare con i raffreddori e la bronchite cronica regalati da umidità e smog cittadino, puoi scegliere fra le tre possibilità indicate qui sotto. Però dopo non dire che non ti avevamo avvertito.
IL VACCINO. Lo fanno in pochissimi, perché un'inverno senza influenza è come un dicembre senza Natale, e poi perché tre giorni di relax e spremute sgonfiano più di una settimana alle terme. Va detto che il vaccino ti protegge da un solo virus, in genere il più fesso fra gli ottocento bacilli para-influenzali in circolazione. Il vero casino è sbarazzarsi degli altri settecentonovantanove virus troppo furbi per farsi incastrare in una provetta. Abbandonato il traffico illecito di febbroni e maldigola, caro alle vecche cosche virali e ormai smantellato dalla Squadra Antipiretici, le influenze dell'ultima generazione hanno cambiato bersaglio: ti devastano l'apparato gastrointestinale all'insignificante temperatura di trentasei e sette. Risultato, stai da cani ma siccome la febbre non c'è ti senti in dovere di uscire lo stesso, contagiando a tutta birra amici e colleghi. Inutili i farmaci: se in due-tre giorni il virus non sloggia da solo, viene linciato da una ventina di colleghi bramosi di sostituirlo. Sù col morale: dopo venti para-influenze in una stagione, hai il diritto di cucirti una stellina sul pigiama.
RIVOLGERSI AL PROPRIO MEDICO. Come no! E' più difficile beccare lui che il sei al Superenalotto, considerato che devi condividerlo con altri milleduecento pazienti, in maggioranza anziani, per i quali andare dal dottore è rimasto l'unico svago quotidiano da quando Raiuno ha soppresso il programma di Paolo Limiti. Ai primi sintomi ti infili nell'ambulatorio (dal latino "ambulare", passeggiare: già nell'antica Roma non c'erano mai abbastanza sedie per tutti i pazienti e si ingannava l'attesa girellando sù e giù). Naturalmente, è già gremito fin dall'alba di vegliarde catarrose e nonnetti valetudinari che si sfruculiano reciprocamente le analisi delle urine. Quando arriva il tuo turno l'influenza ti è già passata, ma a forza di sentir parlare di morbi incurabili, ricoveri d'urgenza e asportazioni varie, sei caduto in depressione e devi farti prescrivere il Prozac. Visite a domicilio? Ah ah ah. Oggi i medici curanti si scomodano solo dalla polmonite in sù, e chiedergli di visitare un banale influenzato è come domandare a Picasso di verniciare un paracarro. Puoi sperare di vedere un dottore al tuo capezzale solo se hai la febbre a 41°; tanto vale arrivare a 42°, così insieme al medico vedrai anche Elvis e Padre Pio.
CURE NATURALI. Male non fanno, e poi in erboristeria c'è sempre meno fila che in farmacia. C'è chi assicura che trenta gocce di propoli ogni mattina mettono al riparo dal contagio; il problema è che devi prenderle senza interruzione da almeno vent'anni, se no ciccia. Per un'azione rapida, se l'aspirina ti sembra troppo global prova con un cucchiaio di tintura di echinacea, la cui efficacia è stata dimostrata anche da test clinici: non contiene alcun principio attivo, ma il suo sapore contorce il volto del paziente in smorfie così agghiaccianti che in effetti i virus se la danno a gambe terrorizzati. Molti si affidano ai rimedi omeopatici, anche se azzeccare il giusto orario di assunzione (vanno presi quattro volte al dì, lontano dai pasti, tre ore dopo il caffé e due prima del tè, mai prima di essersi lavati i denti o dopo una sigaretta, ecc.) è già da solo causa di nausea ed emicrania. Forse i rimedi della nonna restano i più affidabili: a tener lontano il virus dell'influenza sono sufficienti due arance al giorno. Se poi hai una buona mira, ne basta una.
(gennaio 2002)
Cenere siamo, cenere ritorneremo, specie se la crisi negli alloggi cimiteriali spingerà i comuni a incentivare le cremazioni. Per archiviare il mercoledì più lugubre dell'anno, ho riesumato la mini-guida all'automortificazione quaresimale che nel 1999 inaugurò la mia rubrica Trend e lode (ora defunta) sullo Specchio della Stampa.
1. Infliggetevi almeno un paio d'ore di sofferenza e solitudine. Non serve andare nel deserto della Tebaide, basta entrare in un cinema dove si proietta Gialloparma di Alberto Bevilacqua. Il difficile sarà resistere alla tentazione di suicidarvi col sacchetto del popcorn.
2. Offrite un tetto a un povero vegliardo che sta per essere sfrattato insieme alla figlia anziana. Se poi ogni tanto vi travestirete da corazziere, Oscar Luigi Scalfaro si sentirà come a casa sua.
3. Peccati di gola? Provate a dire a Gianfranco Vissani, uno chef ibridato con il Bluto di Popeye, che quel suo guazzetto di topinambur e meduse non era granché. La gola ve la mortificherà lui, trasformandola con le sue manone in una serpentina da chimico.
4. Aiutate un bambino con l'adozione a distanza: fate adottare vostro figlio da Bill Gates.
5. Se vi rimordono le notti spese con Internet digitando rantoli nella chat dei feticisti dell'alluce, rivestite il mouse di tela di sacco e fate un cyber-pellegrinaggio nel sito della Città del Vaticano (www.vatican.vat): assicurata l'indulgenza plenaria virtuale.
6. Ormai solo i preti di campagna raccomandano di spegnere la tivù in Quaresima in segno di penitenza. I veri asceti coltivano il disgusto del mondo con una non-stop di Raiuno e si cibano di ricevute del canone Rai inzuppate di lacrime.
7. Il Venerdì Santo partecipate alla Via Crucis, rito affascinante anche per gli agnostici. Se proprio non potete rinunciare alla macchina, evitate almeno di investire il tizio con la croce. E' un po' male in arnese, ma suo padre è un pezzo grosso.
Gli architetti e i designer riuniti all'Aja bocciano il progetto del megatramezzo fra Israele e Palestina: "E' out, meglio una tenda a soffietto o, per rimanere in atmosfera mediorientale, una persiana". Respinta la proposta di Sharon di coprire il muro di rampicanti. Per di più, al Catasto Terrestre risulta che il Medio Oriente è un open-space, e per dividerlo in due miniappartamenti ci vuole l'autorizzazione del Padreterno. Strani incidenti nei cantieri per la costruzione del muro confermano l'irritazione del Grande Architetto: i manovali non riescono più a capirsi a vicenda e parlano un linguaggio incomprensibile. Dall'Italia una soluzione alternativa: disseminare il confine fra le due regioni di cantieri autostradali stile Autostrada del Sole. Costretti a marciare a passo di lumaca, i terroristi lasceranno perdere.
Lia ha scritto, e pare stia ancora scrivendo, una rubrica settimanale per Clarence intitolata Paginatre. Dal 1997, prima per puro sostegno da pioniera del web, poi come regolare collaboratore, ha sfornato commenti, titoli, specialini e pezzuoli nel solco delle prose che uscivano regolarmente sulla terza pagina di Cuore.
Nel 2001 Einaudi propose a Clarence e a Lia di uscire con una raccolta degli articoli pubblicati fino ad allora sul portale. Il volume s'inititolò: "Salvare le modifiche prima di chiudere? «Paginatre», dal secolo scorso la satira in rete" (collana Stile Libero). Einaudi lo pubblicò e se ne dimenticò immediatamente.
Il volumetto, nei marosi del mercato librario italiano, senza nessun sostegno, intervista, pubblicità, passaggio promozionale di sorta, fece una silenziosa traversata e sparì tra i ghiacci del Grande Magazzino di Verona.
La Celi, già passata per esperienze analoghe, non se ne crucciò più di tanto. Paginatre le aveva già elargito sufficienti soddisfazioni, come, ad esempio, i complimenti di Victor Hugo in persona, raccolti in un intervista che il grande romanziere francese rilasciò alla redazione di Clarence proprio in occasione dell'uscita Einaudiana. Eccovelo qui riporposto.
E' stato un po' difficile rintracciare il numero di telefono, ma ne è valsa la pena pena. Victor Hugo, autore de "I miserabili", la più grande opera satirica mai scritta, ricorda i tempi di Tangentopoli, le battutacce di "Cuore" e i pezzi al vetriolo di Lia Celi, ai quali spesso si è ispirato per comporre le sue opere.
Monsieur Hugo, grazie per aver accettato questa intervista
postuma. Vorremmo chiederLe, per cominciare, come ha conosciuto il
lavoro di Lia Celi.
Fu uno di quei casi della misteriosa premeditazione che dall'alto si immischia nelle cose umane. Un amico mi recapito' a Parigi alcune copie del giornale Cuore. Volevo conoscere le vicende italiane del novantatre... millenovecentonovantre. Una classe politica era in piena combustione, ovunque erano imboscate, arresti,
confessioni, suicidii, pentimenti, tranelli: pane per i miei denti. E la' dove la pantera e' in trappola, la donnola sfugge: il pentapartito era asseragliato nel suo castello costuito con la menzogna e il ladrocinio, le pietre del castello si drizzavano contro e si richiudevano su di esso, la...
Ci scusi Maestro... Tangentopoli la ricordiamo tutti. Volevamo
sapere di Lia Celi...
Certo. Aprii le pagine verdi di Cuore e restai colpito da un titolo pieno di ironia e amara saggezza. Sotto, si svolgeva un brano di Lia Celi in cui la scrittrice sferzava implacabile certe vigliaccherie di oggi. Nonostante la forza della scrittura, mi colpi' il senso di pieta' che filtrava da quelle parole. Il satirico a volte
e' selvaggio: meta' uomo meta' fiera. Ma Lia, davanti alla stupidita', appariva tentata di assolvere l'uomo ed imputare il creato. Decisi di saperne di piu' e cominciai a leggere regolarmente Cuore. Il giornale poi falli': Alceo chino' la testa, ma Erdofonte volo' sul mare nuovo.
Che...sarebbe a dire...?
Quando Madame Celi comincio' a scrivere sulle pagine elettriche di Clarence venni informato da un certo Canternac, un webmaster di ventura che incontravo a volte a casa di Chateaubriand. Mi feci installare una connessione e ricomenciai a leggerla con vivo piacere nella rubrica Paginatre. Erneinde aveva di nuovo la sua Buccina. La valle risuonava ancora delle sue battute.
Ci pare di capire che per Lei Lia Celi e' qualcosa di piu' di una scrittrice di satira. Lei la dipinge quasi come un'oracolo, una voce nel deserto che usa l'umorismo per affermare realta' supreme...
E' per affermare queste realta' supreme che esiste la satira.
Abbattere la Bastiglia con una risata vuol dire liberare l'umanita'; l'autore di satira e' il punto di partenza della risata, e l'autorita' la barriera contro cui si scaglia. L'autorita', pero' e' insita nell'autore, donde l'assurdita' dell'autorita'; donde la legittimita' dello sberleffo rivoluzionario. La rivoluzione e' l'avvento del popolo, e in fin dei conti il popolo e' l'uomo. E se il popolo e' l'uomo, la satira e' la donna: Lia Celi, appunto. Uhhhh.
Maestro Hugo, non si scaldi cosi'... si rimetta a sedere, la preghiamo. Eccole la tisana di cerfoglio... Nonostante la sua eta' e' capace ancora di una passione che ci commuove. La potenza del suo pensiero e' chiara e forte come l'acciaio...
Non fate i bischeri, non so neanch'io cosa stavo dicendo.
Generalmente affermo un po' di verita' assolute perche' cosi' non ci si sbaglia mai, e poi so che a voi tardo-Comunardi fa sempre piacere. Pero' non scherzo quando dico che Lia Celi mi diverte e mi appassiona veramente. Ella ha sull'anima e sul cuore quei due lumi che sono il rigore e la morale. E come se Illiana e Coridone si tenessero abbracciati sotto l'arco di Lepto.
Vabbe' abbiamo capito... Ci scusi se l'abbiamo importunata.
Di nulla, giovanotti. Chiudete la cripta uscendo.
"Oggi sono un po' depresso": se, a queste parole, vedete i familiari uscire precipitosamente di casa e gli amici vi legano con corde robuste, non sorprendetevi. Temono per la loro incolumità, e non hanno tutti i torti. Nei media la "crisi depressiva" ha sostituito l'antiquato "raptus di follia" come movente dei più tragici fatti di cronaca. Depresso era l'assassino di Gravina, depresso era il capofamiglia di Pomezia che ha sterminato la sua famiglia, depresse sono le madri che alzano le mani sulla prole. Una volta bastava mettersi il cappotto in luglio per essere marchiato come "matto", e un marito era autorizzato a chiamare "isterica" la moglie che si rifiutava di lavare i piatti. Oggi se impallini la consorte i giornali ti incorniciano in una definizione molto più presentabile, "depresso". E' da pochi anni che la depressione è considerata una vera e propria malattia e non un capriccio da signore annoiate. Ma è bastato molto meno tempo perché il "male oscuro" diventasse un nome di comodo per tutti i tipi di sofferenza psichica meno evidenti della schizofrenia acuta. "Era depresso": cioè, non portava una gallina al guinzaglio e una sveglia appesa al collo, dunque non è colpa di nessuno se non è stato aiutato e curato in tempo. Occhio non vede, cuore non duole. Tanto ci sarà tempo ai funerali per rattristarsi. Anzi, per deprimersi.
(17 marzo 1999)
Dopo i figli e i nipoti di Tanzi, l'inchiesta Parmalat risale l'albero genealogico del clan di Collecchio: riesumati e interrogati il trisnonno Mascarpone Tanzi, la proava Enricotta e il quadrisavolo Lattosio. L'unico Tanzi ancora a piede libero verrà messo domani all'asta da Christie's a prezzi da capogiro. Primi sintomi di esaurimento fra i giudici: con tutti quei parenti che si incastrano e si scagionano a vicenda, più che un'indagine sembra il cubo di Rubik. Dopo le vicende Tanzi e Cragnotti, le carceri italiane lanciano l'iniziativa «Family Jail»: se vai in galera con almeno tre parenti, hai un cesto di arance in omaggio!
Osserviamo una fila di turisti al check-in di un qualsiasi volo Milano-Parigi. Anziane turiste tedesche in scamiciati fluo e permanente meringata, dinoccolati belgi in jeans, americanone stivate in volenterosi bermuda. Poi c'è un gruppo che a tutta prima sembra la nazionale bulgara di marcia over forty: uno sguaiato viluppo di tute, corpetti da aerobica, fuseaux strizzacosce, bandane antisudore, Nike pump-up. Sono gli italiani. A Parigi non li aspetta uno scomodo pernottamento in ostello o una settimana di cicloturismo: hanno prenotato hotel quattro stelle, macchina a noleggio e gita in bateau-mouche, e la fatica che attende i loro polpacci è inferiore a quella di uno shopping all'Esselunga. Ma tant'è: per alcuni il viaggio è rigenerazione, per altri avventura o formazione, per noi è essenzialmente ginnastica. Una faticaccia. Uno sforzo titanico. Una visita al museo d'Orsay equivale a cento flessioni, un giro al Louvre a una seduta coi pesi, e non c'è molta differenza fra un quadro di Leonardo e il quadro svedese. La bellezza e l'armonia del paesaggio non suscitano negli italiani l'esigenza interiore di essere (almeno un po') belli e armoniosi anche nel vestito. E' un piacere vedere gli abiti semplici e leggeri e le scarpe pratiche e morbide degli stranieri e sì, anche gli scamiciati a fiorelloni delle nonnine teutoniche: esprimono amore per la comodità, ma anche allegria e quel pizzico di civile decenza che li induce a rispettare le file e a non strillare "Ahò, Ginooooh!" nel bel mezzo di Notre Dame. Agli italiani in trasferta manca l'unico stimolo capace di distoglierli dalla sciatteria: l'occhio del vicino di casa, lo sguardo invidioso della collega. Ma la vera tragedia è che forse saranno costretti a camminare, improba tortura per un popolo cui gli arti inferiori servono per lo più a pigiare acceleratore e frizione. Così, drappeggiandosi in tute stalloniane e scarpe da trekking, i nostri connazionali all'estero tentano maldestramente di travestirsi da automobili: carrozzerie in cotone rosso metallizzato, suole in pneumatico, e cervello in radica.
Settembre 1996
Nel gergo dei siti Internet, la sigla Faq sta per Frequently Asked Question, ovvero domanda posta frequentemente.
Se esistesse un sito dedicato alle mamme dai tre figli in sù, in cima alla lista delle Faq ci sarebbe: "Ma alla sera come si fa a metterli a letto tutti?". Si fa, si fa. Basta metterli tutti in posizione orizzontale e aspettare che crollino.
A rischio di farmi radiare dalla lista dei collaboratori di Insieme, lo confesso: non sono ancora riuscita ad insegnare alle mie figlie (nemmeno alle più grandi) ad addormentarsi da cristiane. Mi spiace disilludere chi credeva che io avessi felicemente archiviato la pratica quando Emma aveva due anni. La pratica non è stata archiviata, ma semplicemente insabbiata, quando ho cominciato a ricevere lettere inviperite di mamme che mi accusavano di dare il cattivo esempio perché non avevo ancora circondato il lettone di filo spinato.
A tre anni e due figlie di distanza, alcuni risultati positivi li ho raggiunti: Emma e Gioconda non insidiano più il letto dei genitori, ci lasciano abbastanza tranquilli quasi tutte le notti, e Iris ha già capito da molto tempo che di notte si dorme, salvo qualche poppatina sonnifera. Detto così sembra la perfezione, e, alla lettera, è verità sacrosanta. Ma questo non significa che le mie figlie abbiano imparato a passare tutta la notte nel loro letto. Anzi, nella nostra famiglia l'unica vera regola notturna è che nessuno si sveglia mai nello stesso posto in cui si è addormentato.
Ecco la cronologia di una notte-tipo, e scandalizzatevi pure.
Ore 21.30: accompagno Gioconda ed Emma nei rispettivi giacigli, preventivamente accostati, e mi sistemo nel mezzo con Iris che poppa, finché non vedo sei palpebre abbassate.
Ore 22: cerco di resistere al sonno quel tanto che basta a trasportare Iris addormentata nel suo lettino, in camera nostra, e mi piazzo al computer per un po' di lavoro extra.
Ore 24: Iris piagnucola, la prelevo dal lettino per consolarla nel letto grande con un po' di latte e subito crolliamo entrambe, cercando di lasciare una piazza libera per Roberto.
Ore 1.30 circa: Gioconda lascia il suo letto e sconfina in quello della sorella occupandone i tre quarti.
Ore 2:
Emma quatta quatta arriva in camera nostra, tira fuori da sotto il lettone il materassino gonfiabile targato Barbie e ci si sistema, senza svegliare nessuno. Rimarrà lì fino al mattino.
Ore 3:
leggera come un grizzly, sopraggiunge Gioconda, che invade rumorosamente il lettino di Iris (vuoto, per fortuna) e si riaddormenta da sola vuotando un biberon di succo di frutta.
Ore 4: Roberto, esasperato dagli scricchiolii provenienti dal materasso di Barbie, si alza e va a concludere la notte in santa pace nel letto di Emma.
Osservazioni:
1) ormai Iris la sera si rilassa solo quando vede vicino a sé non solo la mamma, ma anche entrambe le sorelle; 2) la povera Gioconda è in piena sindrome della sorella di mezzo, e il suo nomadismo nei letti di Emma e Iris è una trasparente metafora delle sue difficoltà esistenziali; 3) quanto alla primogenita, beh, ha semplicemente ereditato la fatale tara di sua madre, che ogni notte si intrufolava in camera dei genitori e ha smesso solo intorno agli otto anni.
Si domanda: quanto resisterà il povero babbo a questo turbinoso valzer di materassi? Quando i nostri amici raccontano le imprese sonnifere dei loro figli ("Ieri sera è crollato alle otto e si è alzato stamattina alle dieci!" "Quattro ore filate di sonnellino, ti rendi conto?", "E' andata a letto da sola, e stamattina ho faticato a svegliarla!"), i suoi occhi si riempiono di lacrime. Dopo, a casa, scatta fra noi il rimpallo di responsabilità: "E' colpa tua, le hai abituate male!" "Sì, ma tu non ti sei mai imposto!" e via battibeccando, finché non ce la prendiamo unanimemente col Destino che ci ha dato tre figlie dal sonno inquieto.
Tanto vale prenderla con filosofia: prima o poi le bambine impareranno a dormire da sole, e io e Roberto dovremo riabituarci a dormire in due... o saranno le figlie, molto meno tolleranti di noi, a cacciarci via dalla loro camera.
brevi di cronaca dal paese dei pezzenti a punti
- Un investimento sicuro? I coriandoli. Il variopinto e svolazzante simbolo del carnevale è balzato in testa alla classifica dei beni rifugio, specie fra gli investitori Parmalat e Cirio: l'unico modo per ricavare qualche soldo dai bond è fare a pezzettini le cedole e venderle in sacchetti. "Questo sì che è un business - dice un risparmiato0re, entusiasta -, un etto di coriandoli costa come il filetto. Certo, dopo il 25 febbraio saranno di nuovo carta straccia, ma è uno choc cui sono abituato. E poi posso sempre raccoglierli e rivenderli il prossimo Carnevale a prezzo maggiorato". Per l'industria di Collecchio si parla di riconversione: con i quintali di carte imbarazzanti ancora da passare al tritadocumenti, l'ex colosso del latte si candida alla leadership mondiale nel ramo coriandoli e stelle filanti.
- "Sono cresciuti, e si lamentano pure": così Silvio Berlusconi si è sfogato a proposito delle statistiche che registrano un aumento dei poveri nel nostro Paese. Secondo Berlusconi, a confondere le idee all'opinione pubblica è la solita propaganda comunista. "Bisogna proprio essere in malafede per interpretare questo dato come un segno negativo - ha osservato il premier -. Se uno sta male, cala e deperisce. I poveri, al contrario, sono cresciuti del 20 per cento. Significa che essere povero in Italia è così divertente che sempre più gente sceglie di vivere senza mezzi". E i sondaggi gli danno ragione: pare che nelle classi meno abbienti per Silvio Berlusconi sia aumentato. "In fondo sta peggio di noi - ammette una pensionata -. Noi possiamo permetterci le pezze al culo, lui è costretto a rattopparsi la faccia".
- "Sofri libero, ma solo con la ripresa". Il centrosinistra si dissocia dalla proposta di grazia per l'ex leader di Lotta Continua: "Sarebbe disumano farlo uscire adesso - osserva Massimo D'Alema -. Non si può privare un anziano di una confortevole esistenza in carcere, spesato di tutto, e obbligarlo di punto in bianco a fare i conti con il caro-vita e la stagnazione economica". La soluzione è legare la liberazione di Sofri all'aumento del Pil, all'andamento dell'indice Mib e al rapporto fra euro e dollaro, oltre che, naturalmente, ai risultati delle gare di atletica leggera nelle prossime Olimpiadi, allo scioglimento della calotta artica e all'incremento della popolazione degli scoiattoli
Quante possibilità di successo ha un individuo che affronta il mondo globalizzato con una statura inferiore al metro, nessun titolo di studio a parte la buona conoscenza delle vocali "u" ed "a", e un'accanita dipendenza da latte umano? Ben poche.
Eppure i neonati continuano a sbarcare sul nostro pianeta che li tratta un po' come fa l'Italia con i profughi: sì, sì, bisogna accoglierli, però se non venivano era meglio. E dire che il cucciolo d'uomo, coraggioso, intraprendente, con un sacco di neuroni nuovi di zecca, potrebbe essere il padrone del mondo. A fregarlo è la fiducia negli adulti della sua specie, atout funzionale quando eravamo un branco di scimmioni solidali, ma che, da Adamo in poi, fa dell'infanzia il più rischioso degli sport estremi.
Anche quando si nasce nella culla di velluto del Vib, il Very Important Baby. (Ci fu un caso di Vib nato in una poco fotogenica mangiatoia, ma duemila anni fa non esistevano ancora Chi e il Tg2).
Chi è Vib? Il figlio di madre nota. L'ascesa mediatica del Vib va di pari passo con quella delle donne. Il "la" del matriarcato patinato lo diedero le principesse di Monaco: una donna normale poteva illudersi di assomigliare a Stephanie almeno su un punto: aver fatto figli con un cretino. (Errore: per essere come Stephanie bisogna aver fatto figli con almeno due cretini).
In Italia il proto-Vib fu Carlo Ponti Loren jr., che a poche ore dalla nascita fu bersagliato nell'ordine da un telegramma di congratulazioni di Saragat e dal soprannome dadaista Cipì.
Oggi il Vib è preannunciato da un'intervista alla futura madre intitolata "XY: "E adesso voglio un figlio"". Lui, ubbidiente, arriva subito, previa firma di un trattato in cui si impegna durante la gravidanza a non far ingrassare la madre più di otto chili, e, dopo la nascita, a non procurarle occhiaie da insonnia, che in tivù invecchiano un casino.
La mamma, da parte sua, si impegna a dargli un nome chic, a non lasciarlo alla tata anche a Natale e a trovargli un lavoro redditizio come testimonial di una linea di scarpine.
Ma attenzione: se i maschietti Vib sembrano paciocconi, le Very Important Neonate sono dei peperini. Baby Ludovica Pivetti, impedendo a mamma Irene di presenziare al voto di fiducia a Romano Prodi, ha fatto cadere un governo.
L'infanta Maddalena non avrà fatto cadere il Walhalla, ma i suoi vagiti wagneriani hanno impedito a mamma Giovanna Melandri di assistere al Crepuscolo degli Dei alla Scala, con scorno di Riccardo Wotan Muti. Grazie a Ludovica e Maddalena, c'è una speranza per la politica italiana.
Forse saranno loro, fra trent'anni, a toglierci dalle scatole Francesco Cossiga.
"Vede, signorina, non esistono cattivi pensieri".
Il Cattivo Pensiero Anziano ebbe uno scatto di stizza: "L'avete sentito, il barbagianni? Adesso dice che noi non esistiamo."
Non c'era più un minuto di pace per lui e i suoi compagni da quando quella stupida ragazza aveva deciso di andare dall'analista. Erano i Suoi Cattivi Pensieri, abitavano nella sua psiche da una vita, eppure lei non aveva il minimo scrupolo a consegnarli uno a uno, seduta dopo seduta, nelle mani di un saccentone secondo cui non erano che "coperture di desideri nascosti".
"Come impostori, ci tratta! - si lamentava il vecchio Pensiero -. La scema gli dice: Dottore, a volte penso di volere andare a letto con il ragazzo della mia migliore amica. E lui: E' solo perché lei cerca di ottenere le attenzioni che non ha avuto da suo padre. Balle. Lo conoscevo bene, quel Cattivo Pensiero lì. Se quello era desiderio di attenzioni paterne, io sono un capitello corinzio."
"Ormai siamo rimasti pochissimi - rilevò cupamente un altro Cattivo Pensiero - Se continua così quest'anno la partita di psicocalcio Cattivi Pensieri-Pensieri Positivi rischia di saltare."
"A me non ha avuto ancora il coraggio di rivelarmi - sogghignò un Pensieraccio che si vantava di essere perseguitato dalla Censura Interiore - Sono il pensiero di andare a letto con l'analista."
"Ma per una paziente è normale immaginare di andare a letto con l'analista!" tuonarono in coro i compagni, delusi.
"Non immagina di andare a letto con il suo analista - precisò il Pensieraccio -, ma con quello del suo fidanzato. E' per questo che quella sciocchina si vergogna a parlare di me al suo strizzacervelli. Ha paura che si offenda."
Una ciarliera Riflessione Malevola volle unirsi al gruppo: "Ciao, ragazzi! - cinguettò - Sono il Pensiero che l'analista è un truffatore e che farsi pagare centomila lire per starsene in poltrona a snocciolare banalità è un vero furto."
Fu respinta in coro: "Buuu! Via la maschera, Buon Senso, ti abbiamo riconosciuto. Tornatene nel tuo territorio, qui ammettiamo solo Cattivi Pensieri Doc." Ma all'improvviso, un Cattivo Pensiero Giovane e nerissimo cominciò a tremare. "Oddìo, lei sta per parlare di me all'analista - mormorò -. No, no... Aiuto!"
Dottore, a volte penso che sarebbe meglio che non fossi mai nata.
Il Pensiero Anziano abbracciò il Giovane: "Scampato pericolo. Era solo un Pensiero Stupido, mentre tu sei un'onesta Fantasia Suicida."
Un Pensiero Cattivello (era "la prossima volta, col cavolo che voto Pds") si avvicinò timidamente all'Anziano e domandò come si faceva a distinguere fra Cattivi Pensieri e Pensieri Stupidi.
"E' facile - spiegò il Vecchio -. I Pensieri Stupidi sono pieni di verbi al condizionale, segno infallibile di poca serietà. Oppure tendono a trasformarsi subito in azioni. Ecco perché la gente commette più spesso azioni stupide che veramente cattive." Intanto, fuori, l'analisi continuava.
I miei genitori non mi volevano, dottore, lo penso spesso.
"Sentito? Addio, amici - singhiozzò un Cattivo Pensiero uscendo dal suo nascondiglio, un grosso Senso di Colpa - lo sapevo che oggi toccava a me."
E anche se fosse, signorina? Lei è qui e adesso, unica e irripetibile. Non deve considerarsi un prodotto della volontà dei suoi genitori.
Il Cattivo Pensiero smascherato già si dissolveva. Una Congettura Maliziosa che si dondolava su un neurone disse: "Sapete qual è il vero problema? Questa cretina è andata dall'analista perché pensa che senza di noi starà meglio. Ci crede oggetti materiali che rotolano nella sua scatola cranica, come massi durante una frana, mentre noi siamo incorporei, volatili, innocui moti della sua anima. Siamo lei, insomma."
Ah, non devo considerarmi un prodotto? Come se fosse facile! Dottore, penso proprio che lei mi consideri una paziente di serie B.
"E' venuto il mio turno. E' stato bello, compagni" disse filosoficamente la Congettura Maliziosa, scomparendo.
Non era una seduta psicanalitica, era un massacro. I Cattivi Pensieri superstiti si strinsero impauriti intorno all'Anziano, maestoso e aggrondato come un patriarca biblico. La tesi espressa dalla Congettura li aveva profondamente colpiti.
La Fantasia Suicida si guardava intorno con occhi febbrili: "E' uno di noi! - urlava - Lo so!"
"Ma chi?" chiedevano i colleghi, sconcertati.
"Il pensiero che senza di noi lei starà meglio. Che siamo massi che rotolano. E' un Cattivo Pensiero, il più Cattivo. Si nasconde fra noi! Ci distruggerà tutti! Tutti! Vigilanza!"
Il gruppetto fu assalito dal panico. In mezzo a loro c'era un traditore? I Cattivi Pensieri si guardavano l'un l'altro in faccia, in cerca di indizi. Solo l'Anziano rimase calmo. "Suvvìa - replicò bonariamente -, sei una Fantasia Suicida o una Mania di Persecuzione? Ma quale traditore, siamo tutti sulla stessa barca. Il vero nemico sta là fuori, è quel fottuto analista. Se noi Cattivi Pensieri non restiamo uniti, in un momento come questo..." Gli altri Pensieri furono d'accordo. Tirarono il fiato e si nascosero meglio fra le sinapsi, in attesa degli eventi.
Nessuno notò che sulla faccia del Cattivo Pensiero Anziano era apparso un sogghigno feroce.
Ci abbiamo messo un po' di tempo, ma ecco che le nostre giostrine riprendono il frullo. Riassumo tutto il luna park, con gli indirizzi vecchi o nuovi:
La Vonorace: lavonorace.robertograssilli.com
Grassilli Warehouse: warehouse.robertograssilli.com
Lino ei Mistoterital Foundation: http://www.linoeimistoterital.com.
...Ci si vede lì.
Interrompiamo brevemente le trasmissioni per annunciarvi che, a cinque giorni dal crollo della piattaforma Movable Type di Clarence, uno dei blog della famigliola Celi-Grassilli è stato estratto ancora vivo dalle macerie.
In buona salute, potete da oggi visitarlo all'indirizzo: http://warehouse.robertograssilli.com/
Gli ardimentosi ingegneri dell Protezione Blogsfera GM Neri e GL Neri, a cui va tutta la nostra gratitudine, sono in questo momento al lavoro per salvare anche il blog della Casina Verde. La voce della Vonorace giunge infatti, netta e irata, da sotto alcuni templates accartocciatosi su loro stessi, bloccati da una frana di Commenti che non si aprono più.
Abbiamo ragione di essere ottimisti, restate collegati.
Era un nostro nemico-amico ai tempi delle disfide dei portali, lui sulla portaerei Kataweb, noi sulla piroga pirata di Clarence.
Vero è che ci si è sempre apprezzati, da lontano. Oggi l'ex comandante della Fragola scrive sul suo Blog ZV:
Il blog della Peste Lia
inviato alle ore 10:56
Personaggio pestifero, che si vanta d'esser tale, credo peraltro di essere una delle sue vittime, di esserlo stato in passato. Il blog, nuovo e carino, è interessante e merita la segnalazione. Parlo di Lia Celi.
molte grazie Vittorio, adesso che non puoi più comprare tutto quello che respira mostri un volto più umano ;))
L'influenza dei polli non è sempre un male. Il segreto è farsi influenzare dal pollo giusto. Ad esempio, quello marinato e grigliato che si mangia da Bendix, un ristorante economico del Greenwich Village, New York. Croccante, profumato, circondato di patate al forno e insalata verde comprese nel prezzo. Un pollo così può segnarti per la vita, com'è successo a me. Non sono sicura che i contenuti di "questo" Bendix, siano sempre al livello del pollo del Bendix newyorchese, ma fanno del loro meglio per assomigliargli: leggeri ma sostanziosi, insaporiti con onesto mestiere e serviti con decoro.