Osserviamo una fila di turisti al check-in di un qualsiasi volo Milano-Parigi. Anziane turiste tedesche in scamiciati fluo e permanente meringata, dinoccolati belgi in jeans, americanone stivate in volenterosi bermuda. Poi c'è un gruppo che a tutta prima sembra la nazionale bulgara di marcia over forty: uno sguaiato viluppo di tute, corpetti da aerobica, fuseaux strizzacosce, bandane antisudore, Nike pump-up. Sono gli italiani. A Parigi non li aspetta uno scomodo pernottamento in ostello o una settimana di cicloturismo: hanno prenotato hotel quattro stelle, macchina a noleggio e gita in bateau-mouche, e la fatica che attende i loro polpacci è inferiore a quella di uno shopping all'Esselunga. Ma tant'è: per alcuni il viaggio è rigenerazione, per altri avventura o formazione, per noi è essenzialmente ginnastica. Una faticaccia. Uno sforzo titanico. Una visita al museo d'Orsay equivale a cento flessioni, un giro al Louvre a una seduta coi pesi, e non c'è molta differenza fra un quadro di Leonardo e il quadro svedese. La bellezza e l'armonia del paesaggio non suscitano negli italiani l'esigenza interiore di essere (almeno un po') belli e armoniosi anche nel vestito. E' un piacere vedere gli abiti semplici e leggeri e le scarpe pratiche e morbide degli stranieri e sì, anche gli scamiciati a fiorelloni delle nonnine teutoniche: esprimono amore per la comodità, ma anche allegria e quel pizzico di civile decenza che li induce a rispettare le file e a non strillare "Ahò, Ginooooh!" nel bel mezzo di Notre Dame. Agli italiani in trasferta manca l'unico stimolo capace di distoglierli dalla sciatteria: l'occhio del vicino di casa, lo sguardo invidioso della collega. Ma la vera tragedia è che forse saranno costretti a camminare, improba tortura per un popolo cui gli arti inferiori servono per lo più a pigiare acceleratore e frizione. Così, drappeggiandosi in tute stalloniane e scarpe da trekking, i nostri connazionali all'estero tentano maldestramente di travestirsi da automobili: carrozzerie in cotone rosso metallizzato, suole in pneumatico, e cervello in radica.
Settembre 1996
Che ritratto impietoso! Ma quanto è vero! Quando ci prepariamo per partire oltreconfine dico sempre a mia moglie: "Cerchiamo di non farci riconoscere come italiani!". La simpatia e l'italico umorismo sono molto apprezzati all'estero, ma a dosi digeribili... non in comitiva.
Posted by: LaColonna at 20.02.04 09:48Anch'io ho avuto delle esperienze tristi. Grazie al mio aspetto "poco mediterraneo" ho ascoltato più di una volta i delirii dei nostri connazionali all'estero quando sono convinti di non essere capiti. E la pretesa di esigere qualunque cosa con arroganza, dato che "loro pagano". Non parliamo di quando si muovono con bambini, di solito maleducatissimi...
Posted by: Hernando at 20.02.04 17:23Effettivamente l'Italiano all'estero quasi sempre si fa riconoscere per la sua "esuberanza" che non è sempre simpatica .
Del resto fa parte della nostra cultura e del nostro carattere,
Luciano
Continuo a essere convinta di ciò che ho scritto, eppure da recenti e unanimi statistiche sembra che i turisti più cagacazzo siano gli inglesi. Gli italiani sono solo al quarto posto. Forse perchè siamo sì invadenti e caciaroni, ma meno arroganti? Oppure perché, fra i tanti nostri vizi, non c'è quello di ubriacarci e devastare i locali? Mah!
Posted by: lia at 27.02.04 23:10