Fateci caso, la prossima volta che andate al supermercato. Per almeno due mesi, il Tutto-Sanremo di quest’anno sarà la colonna sonora della spesa settimanale. Succede sempre così, tutti gli anni: le canzoni sentite la sera prima sul palco dell'Ariston già dalla mattina dopo sono al lavoro fra gli scaffali della Coop, come brave commesse pragmatiche e senza grilli per la testa, a intrattenere le massaie nello shopping quotidiano.
Mercoledì scorso, mentre la sua Lasciarsi un giorno a Roma persuadeva la sottoscritta a mettere nel carrello due confezioni di margarina al Superconad di Via del Borgo, Bologna, Niccolò Fabi era ancora fra le lenzuola di qualche pacchiano albergo sanremese, a smaltire lo stress di aver passato le ore piccole a ripetere a giornalisti, inviati di radio private e Vincenzo Mollica: "sì, credo molto in questo pezzo che segna un passo avanti nella mia maturazione artistica".
Il banco-frigo del supermercato è l'ambiente ideale per degustare le canzoni sanremesi. I brani che poche ore prima, incorniciati da azalee, violini, lustrini ed Eve Herzigove, sembravano banali e pretenziosi, si incastonano magnificamente fra i vasetti di yogurt e i tetrapak di latte scremato. La vicinanza con le mortadelle sottovuoto e i profiteroles monoporzione redime perfino Compagna segreta di Costa, che, restituita dalla luce al neon alla sua autentica dimensione di merce deperibile e a basso prezzo, si fa perdonare il fatto di essere uno smaccato plagio di Cercando un altro Egitto di De Gregori. Del resto, nel banco-frigo la fontina valdostana doc e il suo plagio meno blasonato e meno saporito, il "Fontal", convivono in pace. Nessuno chiede originalità ai formaggiai, ma solo di fornire un prodotto commestibile. Perché si dovrebbe chiedere qualcosa di diverso ai canzonettari italici?
Eppure ci piace moltissimo pensare che quella sostanza incolore e spalmabile che per cinque sere ci ha riempito le orecchie non sia formaggio, ma musica leggera. E che l'unica manifestazione italiana dove si possono davvero sentire ugole straordinarie non sia la leggendaria Sagra degli Osei di Sacile (ci sono certe cocorite canore, ragazzi, da far impallidire Giorgia e Mietta), ma il Festival di Sanremo. No, non ci sto. Nelle seguenti "noterelle sanremesi" parlerò poco di canzoni e molto di corpi. Non quelli della Pivetti e della Herzigova, su cui le penne dei commentatori hanno ricamato con una finezza che al confronto Pippo Franco del Bagaglino sembra uno stilnovista. E neanche su quello di Vianello, sempre più simile all'Alec Guinness di Invito a cena con delitto. Ma i corpi dei cantanti, innocui e inconsapevoli rappresentanti di commercio per un formaggio-musica sempre più insapore.
L'ALTRA META' DEL CIECO
Ormai è assodato: l'unico handicap associabile con successo alla canzone sanremese è la cecità. Controprova: Pierangelo Bertoli, cantante in carrozzella, a Sanremo non ha mai vinto. Il suo più memorabile exploit festivaliero, Spunta la luna dal monte, lo conquistò solo grazie ai Tazenda, la cui dolorosa menomazione (erano sardi) commosse le giurie fino alle lacrime. La pietà, dunque, non c'entra: da Ray Charles ad Annalisa Minetti passando per Andrea "Tim" Bocelli, il cantante non vedente esercita un fascino irresistibile sull'uditorio. E non da oggi: probabilmente, se Omero non fosse stato cieco ma, che so, paralitico, l'Iliade e l'Odissea non sarebbero l'hit trimillenario che sono. Agli antichi, infatti, l'occhio ottenebrato suggeriva un misterioso contatto fra il cantore e le fonti di ispirazione ultraterrene. Purtroppo i tempi sono cambiati: tremila anni fa un cantante cieco poteva avere come paroliere Apollo e le nove Muse come arrangiatrici, oggi la Minetti ha potuto contare solo su tale M. Luca, che le ha sfornato una canzone come Con te o senza di te, buona tutt'al più come sigla per una soap opera con Barbara De Rossi e Andrea Giordana. Ma, in tutta franchezza, faceva davvero molto più schifo della stralodata Amore lontanissimo di Antonella Ruggiero? Il trionfo sanremese di Annalisa, piuttosto, suggerisce altre riflessioni: se a un cantante cieco è consentito di essere bruttarello, una cantante cieca dev'essere stata come minimo finalista a Miss Italia. Mai dimenticare che il pubblico maschile ci vede benissimo.
PATHOS PORTOS E ARAMIS
Ovvero, il caso Silvia Salemi. L'aspetto più notevole della graziosa cantante calabrese non è la sua canzone, struggente versione anni '90 di Io cerco la Titina con il pathos al posto della Titina, ma il suo cranio setoloso. Devo confessare che sto con san Paolo, secondo cui "la gloria della donna è la sua capigliatura", e fra le immagini televisive più care alla mia infanzia ci sono gli chignon da fata di Patty Pravo, argentei nel bianco-e-nero, e Dalida mentre porge alla platea la lussureggiante chioma ondulata. La rapatura femminile ha sempre qualcosa di sinistro e di innaturale: evoca scabbia, follia, detenzione, vendetta partigiana per un flirt con un SS; per questo una cantante che sfoggia volontariamente la crapa pelata dev'essere capace come minimo di bruciare in pubblico una foto del Papa, come fece Sinead O'Connor, o di gridare roventi parole d'amore lesbico, come Skin degli Skunk Anansie. Silvia Salemi si è data il napalm sul cuoio capelluto per miagolare che stasera lei e i suoi amici vanno a casa di Luca, che il mare canta sotto il suo balcone e via sciocchezzando. L'unica spiegazione è che Silvia abbia voluto omaggiare Eugène Ionesco, il cui capolavoro del teatro dell'assurdo si chiama, non a caso, La cantatrice calva.
COM'E' CAPUTO IN BASSO!
Invecchiare è brutto. Non azzeccare più un successo da anni, anche. Ma essere diventato con l'età il sosia di Marco Taradash è una catastrofe che il simpatico Sergio Caputo proprio non meritava. "Io con questa faccia e il mio passato da dimenticare", cantava quindici anni fa in Bimba se sapessi, rievocando giovanili simpatie destroidi. Invece il passato, lungi dal farsi dimenticare, lo ha aggredito a tradimento sulle soglie della mezza età, trasformandolo nella replica del petulante deputato forzitaliota, e per di più durante un governo di centrosinistra. Questo sì che è un handicap, altro che Annalisa Minetti. Se anche la sua Flamingo non fosse sembrata la figlia brutta di Italiani Mambo, con quella faccia da Taradash il povero Sergio non avrebbe avuto nessuna chance.
SOTTO LA VELINA DEL CIELO
Chi ha letto le pagelle sanremesi dei giornalisti musicali si sarà reso conto che gli unici professionisti dell'informazione presenti al Festival erano i figuranti della finta sala-stampa dello spot per il Salvalavista Beghelli. Nessun critico musicale si è azzardato a sottoscrivere con il suo nome e cognome che un brano era una ciofeca o era un clone spudorato. Non si sa mai che i discografici si arrabbiano e si dimenticano di mandargli il cadeau il prossimo Natale. Così tutti si sono limitati a citare gli "scoop" di Striscia e, quanto alle canzoni, "todos caballeros", o meglio, "todos artistas". Qualche esempio, tratto da Repubblica: "Luciferme: possono migliorare, ma partono bene." Già, scopiazzando Liftiba, U2 e Queen. Taglia 42: "Pop italiano dal sapore internazionale, che potrebbe portarli al successo". Se non come cantanti, come traduttori, visto che si sono limitati a italianizzare Imagine di Lennon. Nccp: "Una bella canzone adatta a farsi notare dal grande pubblico". Sicuro? Chi può cantare Sotto il velo del cielo mentre si fa la doccia, a parte un dislessico? Paola e Chiara: "Il brano, preso per il verso giusto, è ben costruito". Resta da stabilire qual è il verso giusto. Forse bisogna suonare il disco al contrario e si sente cantare Satanasso, la cui voce è decisamente più carezzevole di quella delle sorelline milanesi.
NUOVE PROPOSTE OSCENE
Forse osceno è una parola troppo forte, ma nella piattezza generale di un Festival che non ha il coraggio di essere né Nashville né Trashville, gli unici brividi di vera, onesta bruttezza sono venuti dal look dei cantanti "giovani". Ecco una personalissima horror-parade: 1) Il ciondolo di Luca Sepe, un tamarrino formato mignon che si era inspiegabilmente attaccato al collo i resti di un sauté di cozze e vongole. 2) Il canino superiore di Lisa, appeso storto alla gengiva come un quadro dopo una scossa del 4° grado Mercalli. 3) I suoi vestiti da sera color marron-bassotto, comprati ai saldi dell'Upim di Ankara. 4) La pettinatura di Paola Folli, che si ostina a farsi fare la messimpiega da un parkinsoniano. 5) I gesti da vigile urbano di Paolo Jannacci mentre dirigeva l'orchestra durante l'esibizione del padre: i violini non sapevano se rallentare o dare la precedenza a destra. Bravi ragazzi, avanti così. Non cambiate. Quarantotto anni di Festival di Sanremo dimostrano che nessuno è mai fallito per aver sopravvalutato il cattivo gusto degli italiani.
(febbraio 1998)
E quest'anno ci sarà qualcosa di tuo durante sanremo? Ricordo delle cose da buttarsi per terra anche su Clarence, ma mi pare che Clarence sia mezzo affondato adesso? Se le fai, dove saranno? Ammirati saluti ;)
Posted by: Holy Dei Inn at 29.02.04 02:25Mah, sarà difficile sfuggire al vizio di scrivere qualche cagata sul Sanrenis. La rubrica quotidiana sarebbe la morte sua (e mia), vedremo se ci scappa anche quest'anno. Tutto dipende da quanto Festival riesco a vedere senza addormentarmi o vomitare...
Posted by: lia at 01.03.04 00:02und Fränkische Alb ein Ergebnis der Auffaltung und Hebung von Meeresboden
Posted by: lesbico at 14.11.05 11:44quando parli dei TAZENDA sciacquati la bocca prima di farlo! ignorante razzista!
Posted by: marco bos at 10.02.06 18:25IL PITTORE ANTIMAFIA GAETANO PORCASI RACCONTA LE PAGINE BUIE DELL'ITALIA DEL DOPOGUERRA DAL 1943 AL 2007.www.gaetanoporcasi.it
Posted by: PORCASI GAETANO at 03.07.08 02:02