Quattro Messia

da “Cuore”, luglio 1996

3 settembre
Cuore '96: Secondo le mie informazioni, Mary Gutierrez risiede attualmente al 15342 di Sunset Boulevard. Villa favolosa. Immagino vi lavori come domestica. La dimora appartiene infatti a Ginger Titts, la Bette Davis del porno. All’entrata del giardino in stile jungla, vengo placcato da un nerboruto sorvegliante, e dopo una meticolosa perquisizione da parte di due gorilla e un tentativo di stupro da parte di due gorilla veri, spiego i motivi della mia visita: Mary Gutierrez e suo figlio Joshua. Uno dei gorilla ringhia qualcosa in un cellulare, e poco dopo appare una maestosa pariglia di dirigibili rosa carne, aggiogata da un esile torace: Miss Titts, appunto. "Sono io Mary Gutierrez – risuona una vocina nell’angusto corridoio fra i due Zeppelin - come fa a conoscere il mio vero nome? E chi le ha detto che ho un figlio?".
Dieci anni fa, quando fu scelta dall’Organizzazione, miss Gutierrez era la più bruna e pudibonda cameriera mai assunta da McDonald, fidanzata a un gommista di Sacramento. Ho visto (per puro caso!) qualcuno dei film di Ginger, e l’idea che la star di Pompe nella pampa e Uomini e tope si occupi dell’educazione del messia del 2020 mi riempie di terrore…


Che farà, da grande, moltiplicherà i vibratori? "Il mio istituto è interessato a suo figlio, miss Titts – boccheggio -. Un ragazzo superdotato, a quanto pare". Forse ho usato l’aggettivo sbagliato. Ginger impallidisce (lo intuisco dallo sbiancare dei dirigibili) e tuona: "Non ci provare, verme. Superdotato o no, Joshua farà carriera solo col suo cervello. Il mio sporco mestiere riguarda solo me, capito?" La mia missione, però, ha un’improvvisa svolta positiva. Dal giardino emerge un ragazzino scuro, altero e nasuto, avvolto in un magliettone Nike, cui Ginger intima "Sta’ indietro, Joshua. E’ il solito pedofilo". Il piccolo si erge in tutto il suo metro e ventisette, e, con un lampo negli occhi, le domanda gelido: Che ho a che fare con te, donna? Non è ancora venuta la mia ora. Riconosco il versetto di Giovanni 2, 4: è Lui! Mi butto in ginocchio e strisciando umilmente sull’erba cerco di avvicinarlo, per accertarmi se cresce in virtù e sapienza, ma vengo subito placcato da un numero imprecisato di gorilla e sputato fuori dal cancello. Ho appena il tempo di ripulirmi e di saltare sul primo aereo per Rio de Janeiro.

5 -8 settembre
Cuore '96: Mi preparo a incontrare Nazarinho, nato da Encarnaçao Pereira e, per il mondo, da Josè Dos Santos, carpentiere in Rio. Il messia carioca dovrebbe essere cresciuto in povertà, ma lontano dall’indigenza, grazie alle elargizioni discretamente inviate ai Dos Santos dall’Organizzazione. Mi reco nel quartiere dove abitavano. Lì scopro che José è morto da un anno, e la famigliola si è trasferita nello stato del Minas Gerais, in cerca di lavoro.
Con un viaggio fortunoso, raggiungo il villaggio nei pressi di Bocaiùva dove si sono stabiliti i Dos Santos, ma, alle mie richieste di notizie su Encarnaçao e Nazarinho, i paesani rispondono con ringhi, bestemmie e sibili maligni. Il parroco del villaggio, cui snocciolo la formula di rito (ricercatore, istituto, piccolo genio, eccetera, si confida): "Non so che dirle, quella donna e suo figlio hanno qualcosa di strano. Vede, qui tutti i bambini dagli otto ai quindici anni lavorano a cottimo negli altoforni. Carbone di legna per le acciaierie tedesche e americane, mi spiego? Una famiglia di quattro persone produce due camion di carbone al mese, lavorando trenta giorni su trenta. Ora, i Dos Santos sono in due, e riempiono ventotto camion al mese. E senza bisogno di andare all’altoforno. La madre porta a casa un paio di fascine, e poco dopo passano i camion a caricare quintali di ottimo carbone. Guardi laggiù la loro capanna, che lusso. Non c’è da stupirsi se i vicini li odiano. Ma Nazarinho non l’ha mai visto nessuno: la madre lo tiene segregato in casa, e presidia l’ingresso per scoraggiare i curiosi". Scoraggerebbe chiunque, Encarnaçao: decisamente bene in carne, porta bene i suoi trent’anni come Mike Tyson porterebbe un tutù. Però il gonfiore sul suo fianco destro non è un cuscinetto adiposo, ma una Beretta 7.65.
Devo vederLo. Scivolo cautamente sul retro della casupola, e sollevo il pannello di frasche che scherma una finestrina. Alla luce di una lampada riconosco, chino sul pavimento, un ragazzino nasuto e altero, scuro di pelle e di carbone. Impone le mani su un bastoncino, che si trasforma istantaneamente in una nera catasta. La madre si affaccia a controllare ("Sbrigati che fra mezz’ora passano i camion") e ritorna alla sua postazione. Di nuovo solo, Nazarìn si copre il viso con le mani. E’ con un tuffo al cuore che lo sento mormorare: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Bisogna avvertire subito l’Organizzazione: Nazarinho Dos Santos dovrebbe affrontare la sua Passione a 33 anni, non a dieci.

10 settembre
Nella sala d’aspetto dell’aeroporto, dove attendo di imbarcarmi per Roma, culla del terzo Messia, conosco tre simpatici agenti di commercio mediorientali. Lavorano nell’import-export di prodotti di lusso: gioielli, essenze, profumi. Mi raccontano un episodio curioso accaduto dieci anni fa proprio a Roma. "Erano i primi di gennaio e dovevamo partecipare ad una fiera. Salimmo in taxi per recarci sul posto, ma ci accorgemmo di avere smarrito l’indirizzo. Melchiorre disse che lui l’indirizzo se lo ricordava, e farfugliò qualcosa al taxista. Andammo a finire in un orrendo quartiere di periferia. Vatti a fidare della memoria di Melchiorre! Cercare una fiera lì era come cercare un villaggio Sioux in Pakistan. Ce ne stavamo come tre cucù, con le valigie del campionario in mano, quando uscì da un portone un ubriaco in maniche di camicia, con una bottiglia di champagne in mano. “Venite! – urlava – Venite a vedere il nostro Salvatore“. Gli era nato un maschietto da poco, e sua moglie era appena tornata dalla clinica. Ormai era troppo tardi per trovare la nostra fiera, e decidemmo di seguirlo. La casa scoppiava di amici e parenti, e dopo un’ora anche noi, Allah ci perdoni, eravamo completamente sbronzi. Prima di andarcene, per ringraziare quella brava gente e onorare il piccolo Salvatore, decidemmo di regalargli qualche articolo del nostro campionario. Io offrii una catenina d’oro per il bimbo, Melchiorre e Baldassarre dei profumi per la mamma".
Conosco quell’indirizzo. Tor Bellamonaca. Sta nel fascicolo 4 del mio dossier, "Salvatore, di Concetta e Peppe Iacalone".

15 settembre
Cuore '96: Sto per pigiare il campanello degli Iacalone, quando dal portone esce un ubriaco in maniche di camicia. "Venga lei, venga dentro – urla, trascinandomi a forza in casa sua – me lo deve dì, porcoddìò". Peppe Iacalone, I suppose. "La verità, capito?" mi fiata in viso con un alito che il governo turco userebbe volentieri contro i kurdi. Nel salotto stile Nonno Ugo XVI, una signora dal volto indurito e dai fianchi infrolliti sta abbracciando un ragazzino scuro, altero e nasuto. Iacalone lo abbranca bruscamente e me lo sbatte davanti. "Lo guardi - farfuglia -, e poi guardi me. Je sembra fijo mio?" "Me pari un matto, me pari" commenta gelida la moglie. "‘A zozza, taci che te rompo", intima il bruto. Lo osservo attentamente, e capisco. L’Organizzazione avrebbe fatto meglio a non scegliere come padre terreno di un ragnetto nero la versione borgatara di Erik il Vichingo. "Ma se è il suo ritratto – mento -, Le orecchie…" "E’ nero de pelo, legge de continuo, magna come ‘na formica. Manco a su’ madre, somija", geme il Thor-Bellamonaca. "Perché tanti sospetti, signor Iacalone? Non sarà la prima volta che vede Salvatore". "Mo’ je spiego – interviene la signora -, si no famo notte. Ieri er regazzino ha fatto la cresima. A ‘n certo punto er vescovo lo benedice, lui s’inginocchia in mezzo alla chiesa e bum! Se sente ‘na vociona dar soffitto che dice: Questo è il mio figlio prediletto. In lui mi sono compiaciuto. La gente, se figuri, giù a spettegolà". "Io te rompo, brutta zoccola – ringhia Iacalone – levati dall’occhi mia, tu e quell’artro, si no ve riduco come un supplì". Per precauzione, consiglio alla signora di radunare gli effetti personali suoi e del piccolo Salvatore e di trasferirsi presso un parente, e avverto l’Organizzazione di provvederla di una discreta ma efficiente scorta. La ribellione di Giuseppe non era stata messa in preventivo.

20 settembre
Cuore '96: L’Organizzazione non è infallibile. L’errore tattico commesso con papà Iacalone è nulla rispetto all’imprudenza che rischia di compromettere la sezione russa del progetto MultiVerbo. Dieci anni fa, far nascere un Gesù in Urss pareva una mossa molto opportuna. Meno opportuno si è rivelato, a posteriori, impiantare nel marzo 1986 il prezioso clone tratto dalla Sindone nell’utero di Marja Ioakimova Davidenko, residente in una cittadina dell’attuale Bielorussia: Chernobyl. Le radiazioni sprigionatesi dalla centrale nucleare il mese successivo investirono in pieno la gestante e l’embrione del piccolo Christo. Entrambi, fortunatamente sono sopravvissuti. Il mio incontro con il messia bielorusso è incoraggiante: ritrovo Christo fra i dottori, come narra il vangelo di Luca. Purtroppo, non a discutere di teologia, ma perché da nove anni è ricoverato in ospedale. Sono i dottori che discutono di lui in convegni e simposi sui costi umani degli incidenti atomici. Dovrò informare l’Organizzazione dei risultati delle radiazioni sul corpo del bambino, e delle loro future conseguenze. Il Bambino di Chernobyl è scuro, altero, e due volte nasuto (sul viso e su un ginocchio), e grazie alle quattro braccia, a suo tempo, potrà spezzare il pane e prendere il calice contemporaneamente. Ma temo che ci costerà di più in chiodi.

22 settembre
Cuore '96: Sul treno che mi riporta ad Ovest, al termine di questa ricognizione, stormi inquieti di domande affollano la mia mente. Quale dei quattro piccoli messia sarà in grado, fra vent’anni, di redimere il mondo? Joshua o Salvatore? Nazarìn o Christo? Oppure, ognuno di loro diventerà lievito per l’amara farina che lo imprigiona? Duemila anni fa bastava un solo Gesù per togliere i peccati del mondo, ma dopo due millenni di orrori, quattro Gesù saranno sufficienti? E se il progetto MultiVerbo fosse una multistronzata? E dove cazzo ho messo il mio portafogli? Boia, l’avevo qui… no, nella giacca… Palpo inutilmente i miei vestiti, trovando solo vecchi scontrini, caramelle, gettoni telefonici. Rubato! Mi sporgo nel corridoio per gridare "al ladro", e il mio naso sbatte sulla camicia azzurrina di un controllore. "Le hanno rubato il portafogli, per caso? – domanda, asciutto – Questo, per caso?". "Sì, ma…" balbetto, riconoscendo nella manona del capo il mio borsellino. Mi appare improvvisamente consunto e sdrucito. Dovrò comprarne un altro. "Per caso, questo qui era nel suo scompartimento?" E il controllore mi schiaffa sotto il naso, tenendolo per la collottola come un gatto, un mocciosetto male in arnese, ma non abbastanza per togliere dignità al suo viso scuro. Altero. E nasuto.
Certo che l’avevo visto nello scompartimento, ma credevo fosse un’allucinazione prodotta dai miei dubbi. Lo avevo visto quattro volte in una settimana, in quattro angoli della terra. Questa faccia è la mia ossessione. E questa ossessione mi ha rubato il portafogli. Perché sta scritto: E sarà annoverato fra i malfattori. "Sei stato tu a fare questo?" gli chiedo, dolcemente. Tu lo dici, risponde. No. Sto diventando matto. Quattro erano i Messia, e io li ho visti tutti. E’ un’assurda, folle coincidenza. Ci sono: l’Organizzazione sta mettendo alla prova la mia intuizione sottoponendomi a sorpresa un quinto Messia segreto. O vuole saggiare la mia dabbenaggine, presentandomi un quinto Messia fasullo. Chiedo al controllore: "Ma è sicuro che si tratti di un ladruncolo?" Se non fosse un malfattore, non glielo avrei consegnato.
Intorno a noi si è raccolta una piccola folla di viaggiatori bercianti: "E’ lui, lo riconosco mi ha rubato una catenina il mese scorso". "Lasciatelo andare, povero piccolo". "Piccolo? Quelli lì a dieci anni sono spietati come a quaranta". Mi rivolgo al ragazzo: "Lo senti che brutte cose dicono di te?". Lui non risponde neanche una parola. Ma che stupido sono! Basterà chiedergli come si chiama. Se è un quinto clone dell’Organizzazione, deve avere un nome particolare, come Nazarìn, o Salvatore o Christo o Joshua. Glielo domando. Cosa vi dicevo? Si chiama Druza. Ah ah, Druza! Che razza di nome è, Druza? Vai, vai, Druza. La polizia avrà cura di te, la polizia femminile, certo, quelle brave e materne signore che si occupano di baby criminali. Ti strapperanno a questa vita randagia e faranno di te una persona socialmente utile. Chissà, se collabori potrai smascherare i turpi figuri che a dieci anni ti costringono a rubare sui treni. "Sì, è lui che mi ha rubato il portafoglio, capo. Mi dispiace, ma è proprio lui. Non lo tratti male, mi raccomando". Il controllore lo porta via. Potrei accompagnarlo alla polizia, magari. Forse lasciarlo solo è pericoloso… no, è tosto, il bimbo, e poi non posso occuparmi di tutti i piccoli Druza che si mettono nei guai. Sono stanco. No, no, a questo punto io me ne lavo le mani. L’Organizzazione attende una relazione particolareggiata della mia missione entro domattina. I capi saranno lieti di sapere che non sono caduto nel tranello. A me non la si fa! Il nome, no? Come ti chiami? Druza! E zac, l’equivoco è sventato. Nomina sunt consequentia rerum.
"Dottore, scusi". E’ ancora il controllore. Che vuole adesso? "Scusi, dottore, nella fretta mi sono dimenticato di restituirle il suo portafoglio. Mi lasci controllare il documento d’identità… sa, per scrupolo… dottor Filato, Fonzio Filato, sì, la foto corrisponde. Tenga, e grazie ancora, dottor Filato". Che svitato, questo qui. Ma come li scelgono, i controllori?

2 Responses

Write a Comment»
  1. ciao Lia, come fare per contattarti? una casella di posta a cui scrivere? io e un pò di amici siculi facciamo parte di un comitato in rete per sostenere l’elezione di rita borsellino, volevo invitari a partecipare. a presto allora? ciao antofu

  2. Ciao antofu, se posso essere utile… scrivetemi a lia.celi@gmail.com. Buon lavoro e a presto.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>