Dal nostro inviato speciale Giuseppe Garibaldi alle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia
Ore 9
Anita, rieccomi nella mia patria! Mazzini, mio nume e maestro, mi ha inviato dall’aldilà sul fatale scoglio di Quarto per rinnovare negli itali petti l’illanguidito fuoco dell’amor patrio. Volevo rifiutare: quando dietro a uno sbarco c’è Mazzini meglio toccarsi le balle, come dicono sempre i fratelli Bandiera e Carlo Pisacane. Inoltre temevo di portare sfiga alla sinistra italiana, come alle elezioni del 1948, quando, usandomi come simbolo, subì una clamorosa disfatta. Mazzini mi ha fissato: « Pepìn, la sinistra non ha più niente da perdere». Ecco, proprio qui iniziò l’impresa dei Mille. In realtà l’impresa fu sopportare per tutta la missione la fiatata al pesto di Nino Bixio. Glielo dissi, a Calatafimi: «Bixio, c’è una tanfa d’aglio che si muore». Lui era duro d’orecchi e capì «qui si fa l’Italia o si muore». I ribelli di Bronte deve averli giustiziati alitandogli addosso. Quelli credevano che Cavour mi avesse mandato in Sicilia per fare la rivoluzione. Veramente lo credevo anch’io. Per capire che belinone ero stato ho dovuto aspettare che uscisse il «Gattopardo»...
Ore 11
Mi aggiro sul molo deserto. Malgrado la camicia rossa e i pantalon turchin nessuno mi riconosce. Solo una signora esclama: «E’ lei l’Eroe dei due mondi!»: è una concorrente dei «Soliti ignoti» e in cambio pretende ventimila euro. In un bar sento parlare di un ministro al quale qualcuno a comprato casa a sua insaputa. A me è successo lo stesso con Caprera. Io avevo ordinato una Carrera, nel senso di Porsche, ma Bixio ha capito male e mi ha speso tutti i soldi della pensione in quell’isolotto spelacchiato. Anita cara, credo che riaccendere lo spirito unitario negli italiani sia facile come convertire all’astinenza la contessa di Castiglione. La Sicilia vuole l’autonomia, il Friuli chiede asilo all’Austria, le Tremiti si sono offerte alla Libia, l’Emilia-Romagna vuole separarsi e anche il trattino pretende di diventare una repubblica indipendente. Gli unici a difendere l’unità d’Italia sono i preti, e allora comincio a chiedermi anch’io se è stata davvero una buona idea.
Ore 12.30
A quanto pare, il centocinquantenario dell’Unità d’Italia se lo fila solo un nonnetto svampito che straparla di coesione nazionale circondato da spilungoni impennacchiati. «Sono il Presidente della Repubblica», mi informa. «E io sono Giuseppe Garibaldi.» rispondo educatamente. I corazzieri pensano che il matto sia io e mi immobilizzano. «Giù le mani,» ordino, «io sono speciale, il migliore del mondo nel mio campo, contro di me si può solo arrivare secondi». Finalmente identificato come il nonno di Mourinho, vengo rilasciato fra gli applausi. Questo è troppo, moglie mia, getto la spugna. Salvare l’Italia non mi compete più: sono l’eroe di due mondi e basta, non del terzo. Ho già mandato un telegramma a Mazzini: «Disobbedisco».
Ha la leggerezza di uno scritto composto sottobanco durante una lezione di storia, e passato di mano in mano gino agli ultimi banchi. Sei la più grande.
roberto