Il caso Gaudenzo (racconto riminese)

Il giovane angelo dell’Ufficio Paradisiaco Riqualificazione Patroni si passò le mani sugli occhi stanchi. «Dimmi che per oggi abbiamo finito», disse, reprimendo uno sbadiglio.
Il collega anziano sorrise: «Ti capisco, ragazzo. L’Ufficio Riqualificazione Patroni non è il posto più divertente del Paradiso. Forse preferiresti suonare l’arpa in qualche band di Cherubini, invece che passare le tue giornate a rinnovare patenti di patrono. Ma devi essere fiero di lavorare nella Riqualificazione Patroni. Il mondo ha bisogno di santi protettori moderni ed efficienti. E spetta a noi il compito di valutare se un patrono sa ancora fare il suo mestiere.» Guardò l’agenda aperta sulla sua scrivania. «Oggi avevamo in programma tre esami di rinnovo. In ordine alfabetico, San Gaspare di Sonnino, San Gastone di Arras e San Gaudenzio di Rimini. I primi due li abbiamo già esaminati, quindi ci resta San Gaudenzio. Da bravo, cercami il suo dossier nell’archivio». chiesa-di-san-gaudenzo.jpg
«La carriera impiegatizia non fa per me» borbottò il giovane, avviandosi verso un cassettone azzurrino. «Tanto stress e niente soddisfazioni. Mio fratello, che fa l’angelo custode, si diverte molto di più. Si è specializzato in gente del circo…»


L’anziano si sollevò l’aureola con un dito e con l’altra mano si diede una grattatina. «Anch’io alla tua età trovavo noioso il lavoro d’ufficio. Volevo diventare Arcangelo combattente, come Michele. Seeeh, mi ci vedi a combattere Satanasso con queste alette da pollo? Così sono finito dietro una scrivania. Ma mi sento gratificato ugualmente. Ricordati che il Paradiso mica lo mandano avanti i Troni e i Serafini. Siamo noi, le mezze-ali, che teniamo sù la baracca. E Lui lo sa. Hai trovato il faldone del patrono di Rimini?»
Il giovane assistente emerse dall’armadio a mani vuote.
«Che strano. Qui il patrono di Rimini risulta San Gaudenzo, senza la “i”. Ci sono parecchi San Gaudenzio, tutti vescovi, ma proteggono altre città. Uno è patrono di Novara, uno di Brescia, uno di Verona, un altro di Ostra, nelle Marche.»
«Quante storie! Sarà un errore di battitura. Gaudenzio, Gaudenzo, che differenza fa? Una “i” in più o in meno non cambia la sostanza.»
«Può cambiarla eccome» replicò piccato il giovane. «A meno che per te San Luca e Santa Lucia siano la stessa cosa.»
«Giovanotto, sei troppo pignolo. Guarda che ti faccio sostituire con un angelo islamico del Programma Scambi Culturali. Sù, dammi la pratica San Gaudenzo.» L’anziano aprì il faldone e cominciò a sfogliare le carte del santo riminese. «Uhm… Guarda guarda. Qui risulta che non ha frequentato il suo corso d’aggiornamento.»
Il collega fece tanto d’occhi: «Possibile che non sapesse della Riqualificazione Patroni?»
«Lo escludo. Il progetto è stato ampiamente pubblicizzato, e ogni patrono è stato convocato via lettera per il corso relativo alla sua città. L’aggiornamento è imprescindibile per un santo patrono. Alcuni non sono mai vissuti nei paesi loro intitolati. Altri ci hanno abitato un millennio fa. Quassù mille anni sono un battito di ciglia, ma sulla terra sono lunghetti. Cambiano i luoghi, gli uomini, il paesaggio. Un patrono specializzato nell’uccidere i draghi o un confutatore di eretici, come questo Gaudenzio o Gaudenzo, non è di alcuna utilità. Un santo protettore moderno deve saper scongiurare l’incendio di una discarica o inaugurare un centro commerciale. Se non se la sente, può anche rinunciare all’incarico».
L’angelo giovane scoppiò a ridere. «E infatti qualcuno stava quasi per ritirarsi. Ti ricordi quando Sant’Ambrogio voleva togliere la sua protezione a Milano perché aveva scoperto che l’Ambrosiana aveva deciso di chiamarsi Inter?»
L’angelo anziano gli scoccò un’occhiata maliziosa: «Sì, ma poi ha cambiato idea. Gli costava troppo rinunciare alle celebrazioni del 7 dicembre, con la prima alla Scala, l’Ambrogino d’Oro e la fiera degli “o bej o bej”. Per non parlare del posto riservato nella Lounge dei Patroni nella Rosa Mistica… Sono cose che contano, così in cielo come in terra. I santi non sono come noi angeli, un pizzico di umana vanità gli è rimasto.»
«E se San Gaudenzo fosse l’eccezione?»
«Lo scopriremo subito. Fallo entrare, dev’essere in sala d’aspetto.»
Il giovane angelo, ubbidiente, andò ad affacciarsi alla porta dell’ufficio. In anticamera, seduto su divanetto color nuvola, c’era un vecchino dalla pelle olivastra, le guance irruvidite da un velo di barba grigia. Posati accanto a lui, un pastorale e un ramo di palma.
«Lei è san Gaudenzo, vescovo e martire, patrono di Rimini?»
Il santo aggrottò le sopracciglia. «Gauden-zio», precisò, calcando sull’ultima sillaba. «Io sono San Gaudenzio, vescovo di Rimini e martire. Non c’è nessun San Gaudenzo.»
«Ma lei è o no il patrono di Rimini?»
Per tutta risposta, il vescovo gli lanciò, con uno sguardo che, non fosse stato un santo, si sarebbe detto di sfida. «Di sicuro, io sono il patrono di Ostra, nelle Marche.»
«E allora, facciamo notte?», esclamò dall’interno dell’ufficio il collega anziano.
«Dice di essere San Gaudenzio patrono di Ostra», spiegò il giovane. «Però anche lui è vescovo di Rimini. Scusi, le dispiace dirmi la data in cui ha ricevuto la palma del martirio?» chiese cortesemente al santo.
«Quattordici ottobre 360», snocciolò lui, asciutto.
«Quattordici ottobre 360», ripeté l’angelo, rivolto al collega.
Si sentì un fruscio di carte, e poi: «Qui corrisponde. Si accomodi, monsignore.»
Il santo vescovo entrò, appoggiandosi al bastone, e, rifiutando l’aiuto del giovane angelo, prese posto sul seggio collocato davanti alla scrivania dell’angelo anziano. «Mi aiuti a chiarire questo equivoco», propose amichevolmente il celeste funzionario. «Nato a Efeso intorno al 280, battezzato nel 313, ordinato sacerdote a Roma da papa Silvestro e nominato vescovo di Rimini da papa Giulio I, con la missione di combattere l’eresia ariana, dico bene?…»
San Gaudenzio, visibilmente seccato, annuiva a tutte le date, come accompagnando una cantilena.
«Allora, monsignore, temo che la nostra burocrazia abbia commesso una piccola svista. Nell’archivio del Progetto Riqualificazione Patroni ci sono due dossier gemelli su di lei, uno intestato a San Gaudenzio e l’altro, erroneamente, a San Gaudenzo. Ora mi spiego la sua mancata partecipazione al corsi d’aggiornamento su Rimini. L’invito per il corso dev’essere stato spedito a San Gaudenzo, un destinatario inesistente. Non so come sia potuto succedere…»
Il santo gli sventolò sotto il naso il ramo di palma: «Glielo dico io com’è successo. E’ colpa dei riminesi, che da secoli storpiano il mio nome. E la confusione è arrivata fin quassù.»
L’angelo anziano allargò le braccia: «Andiamo, non si alteri per così poco. Rimini l’ha trattata molto peggio da vivo. Il suo dossier dice che, all’epoca del suo episcopato, lei aveva contro tutte le più importanti autorità cittadine, dal console al prefetto. E il suo martirio fu particolarmente efferato. Gli eretici, senza alcun riguardo per la sua età veneranda, la linciarono brutalmente poi gettarono il suo corpo in uno stagno. Eppure lei perdonò i riminesi con cristiana mitezza. E ora se la prende tanto perché saltano una lettera del suo nome?»
«Appunto», ribatté il santo. «Dopo tutto quel che mi hanno fatto, potevano almeno sforzarsi di pronunciarlo bene. Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Vi dirò di più: se, come vescovo, avessi saltato un paio di lettere in una certa occasione, non sarei nemmeno diventato santo.»
«Si spieghi meglio.»
«Al Concilio di Rimini, nel 360, gli eretici ariani sostenevano che Cristo non era homousios, ovvero consustanziale a Dio, come diceva la retta dottrina cattolica, ma solo homoios, cioè simile. Avrei potuto chiudere un occhio su quell’us in meno. La disputa sulla natura di Cristo si sarebbe risolta, il console e il prefetto mi avrebbero stretto la mano e io sarei morto di vecchiaia. Cosa mi sarebbe costato? Ve lo dico io: un biglietto di sola andata per l’Inferno, girone degli eretici!»
Il giovane angelo era incuriosito, ma l’anziano lo tacitò con uno sguardo che significava: «Lascia perdere. Tutti così, quelli di Efeso. Cavillosi.»
San Gaudenzio proseguiva, sfogando un’irritazione repressa da tempo. «Quando una città sbaglia il nome del suo patrono, il resto viene da sé. Nel corso dei secoli i riminesi hanno disperso le mie reliquie senza ritegno. Avevo un santuario, e nel Settecento lo abbattuto per farci una casa da gioco. Dove sorgeva la mia cripta, oggi ci sono gli spogliatoi del Palasport!»
«Però le hanno dedicato una chiesa in pieno centro. Ed è una parrocchia molto attiva…»
«Non abbastanza attiva da restituirmi la mia “i”! Del resto, più che una chiesa, sembra uno spartitraffico, Fra automobilisti, autobus e pedoni, là fuori è tutto un bestemmiare.»
Il giovane angelo, pieno di buone intenzioni, si interpose: «Eppure a lei i riminesi ci tengono. La festeggiano ogni anno, il 14 ottobre…»
«E’ una festa imperfetta, proprio come il mio nome. La metà dei cittadini che non può prendersi la giornata libera brontola contro la metà che può permetterselo. Per non parlare della tombola di San Gaudenzo. In milleseicento anni non ho mai fatto nemmeno un terno. E me la chiama festa? Io non pretendo la prima alla Scala come Sant’Ambrogio, o tutto il trambusto che si fa a Napoli per San Gennaro, ma insomma, un po’ di solennità!»
«Ed è per questo che si è ritirato ad Ostra?» interloquì l’angelo anziano, lievemente beffardo. «Solo perché non la chiamano San Gaudenzio, come piace a lei, e non le fanno vincere la tombola?»
Il viso corrucciato del Santo si spianò: «No, c’è ben altro» disse, compiaciuto. «Quei bravi marchigiani hanno accolto alcune delle mie reliquie scampate all’incuria dei riminesi, e le hanno racchiuse in uno splendido sarcofago nella chiesa di San Francesco. Celebri pittori hanno dipinto i momenti più importanti della mia vita. C’è una mia immagine anche nella Sala del Consiglio comunale. E ho perfino un inno, senta che roba: Gaudenzio, sei di Cristo la lucerna… Insomma, mi apprezzano come merito.»
Il giovane angelo si interpose in tono incoraggiante. «E se anche i riminesi imparassero a chiamarla correttamente? Ad apprezzarla come merita?»
Il santo lo guardò con aria interrogativa.
«Ma certo!» incalzò il collega anziano. «Il Progetto Riqualificazione Patroni serve proprio a sanare situazioni come la sua. Basta una nostra parolina a chi di dovere, a Rimini, e San Gaudenzo ritroverà la sua “i”. Il suo culto rifiorirà, lei avrà una vera festa, tornerà ad essere un simbolo cittadino, come Sant’Ambrogio e San Gennaro. Se lo lasci dire, monsignore: un fine teologo, un intellettuale cosmopolita come lei, a Ostra è sprecato. Come patrono di Rimini, una città così vivace e dinamica, lei può diventare il San Gaudenzio più in vista del calendario. Certo, la Rimini di oggi è complessa, piena di contraddizioni. La crisi dell’industria turistica, il traffico impazzito, l’emergenza inquinamento… ce n’è da fare, per un patrono, ma questo le darà una visibilità che…»
San Gaudenzio agitò nervosamente le mani sotto il suo viso: «No, no, per carità. Lasciamo le cose come stanno.»
«Come?» fece l’angelo, interdetto. «Vuole che il suo impreciso doppione continui a usurparle l’onore e l’onere di proteggere Rimini?»
Il santo raccolse il pastorale e il ramo di palma. «Sì, in effetti quel Gaudenzo spurio mi ha sempre dato fastidio. Ma in fondo è stato anche un comodo paravento. I riminesi erano gente bizzarra e indisciplinata ai miei tempi e temo non siano cambiati. Occuparmi di loro sarebbe fonte di affanno e inquietudine, anche qui in Paradiso. Ostra è un paese più adatto a un santo della mia età: piccolo, tranquillo, aria buona, niente ingorghi stradali, niente giovinastri chiassosi. No, non togliete San Gaudenzo ai riminesi. E’ un santo inesatto, imperfetto, sfuggente, ma forse proprio per questo è il patrono più adatto a loro.»
Raccolse il pastorale e la palma, e fece per alzarsi, ma l’angelo giovane lo interruppe. «E se dovesse presentarsi una vera emergenza, chi proteggerà Rimini? Un patrono imperfetto e sfuggente?»
«No, la proteggerà chi l’ha sempre protetta» rispose il santo, con un lieve sorriso. «I copatroni. Rimini ne ha molti, e io li conosco bene. C’è San Giuliano martire, un ragazzo d’oro, originario dell’Oriente, come me. O Santa Colomba di Sens, una martire franco-spagnola che sa il fatto suo. E anche il nuovo acquisto, Alberto Marvelli, è un giovanotto molto preparato. Credetemi, anche senza San Gaudenzo, Rimini ha chi lavora per lei, quassù.»
Mentre il santo vescovo usciva dalla stanza, rasserenato, l’angelo anziano prese un timbro dorato e impresse la scritta “RINNOVATO” sul fascicolo di San Gaudenzo, e lo porse al giovane angelo.
«Così, Rimini si terrà il suo santo inesatto per un altro millennio o due. Il caso Gaudenzo è chiuso», disse il giovane, riponendo il dossier nell’armadio, fra le pratiche evase.
L’anziano alzò dalla scrivania e si stiracchiò le mezze-ali da impiegato. «E possiamo chiudere anche il nostro ufficio, per oggi. Andiamo a riposarci, ragazzo. Domani sarà una giornata campale. Devono fare l’esame tre pezzi grossi, San Giacomo, San Giorgio e San Giovanni. Finiremo per il Giorno del Giudizio. Se va bene.»

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  1. Fortissima e pungente come sempre
    lunga vita !!!!
    saluti cari

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