
16 novembre 1849. Fëdor Dostoevskij viene condannato all’impiccagione per attività sovversiva: si era rifiutato di intitolare à il suo romanzo su un presidente del Consiglio carico di malefatte. Ma il plotone d’esecuzione si rifiuta di sparargli addosso senza aver mai letto una riga dei suoi romanzi: «Siamo soldati, non critici letterari.» La condanna viene commutata nei lavori forzati in Siberia, dove Dostoevskij abbandona il nichilismo giovanile e si riavvicina a Dio perché brontolare «che freddo, porco nulla» non gli dà alcuna soddisfazione. Nel frattempo lavora al suo secondo libro, Il sosia, che però deluderà il pubblico: «E’ preciso identico al primo». (Nella foto, Ansa-Smerdjakov, i fratelli Karamazov alla recente Conferenza sulla Famiglia).