Da regione sicura e stabile per antonomasia, a zattera vacillante su un’orda di faglie indisciplinate: che succede all’Emilia? Secondo gli osservatori più attenti, la scossa catastrofica di domenica 20 è in realtà l’acme di un vasto sciame sismico partito da lontano. I vecchi, radunati nei centri sociali di fortuna sotto le tende, ne indicano con sicurezza l’origine e la data: svolta della Bolognina, 12 novembre 1989, l’inizio della fine del Pci. «Ricordo che alla fine del discorso con cui Occhetto chiedeva di “inventare nuove strade” il lampadario di casa mia cominciò a oscillare,» racconta un anziano ex-militante. «Prima di allora qui in Emilia certe cose non si erano mai viste. Togliatti aveva dato indicazioni precise: la terra era una lavoratrice con il compito di produrre barbabietole e reggere fabbriche e ferrovie. I terremoti accadevano solo dove c’erano ignoranza e disuguaglianze sociali: nel Sud, in Turchia, in America Latina. Si era mai sentito di un terremoto a Mosca, a Berlino Est o in Scandinavia?»
L’abbandono del geocentralismo democratico ebbe effetti immediati. All’inizio scosse rare e strumentali, poi, dopo il passaggio a Pds e Ds, più intense. A ogni cambiamento di nome, a ogni scivolone elettorale, l’attività sismica aumentava. Davvero la solidità dell’Emilia dipendeva da quella del Pci? I vecchi comunisti ne sono certi: «Il Partito sapeva farsi obbedire, sopra e sotto la crosta terrestre. Le placche tettoniche erano compagne come le altre e rispettavano la disciplina: il partito diceva “state lì”, loro stavano lì. Erano così serie che non ballavano mai, nemmeno alle Feste dell’Unità. Adesso c’è l’anarchia il sabato sera le placche vanno in discoteca, tornano ubriache e all’alba si scontrano fra loro, chi se ne infischia se poi crollano i capannoni con dentro gli operai del turno di notte.»
Non che non si fossero mai registrati sussulti tellurici prima degli anni Novanta, ma ai primi segni di irrequietezza interveniva il servizio d’ordine del Pci bolognese, composto di nerboruti operai dell’azienda del gas, specializzati nel collocare tubi sotterranei, ma anche nel riportare alla calma le faglie movimentiste: gli strati geologici dovevano essere uniti e graniticamente compatti nel sostenere il cammino dei lavoratori verso il progresso. Ma dopo la Bolognina il più grande partito della sinistra italiana si spostò su posizioni moderate, perdendo il rapporto con il territorio, in senso sia politico che geologico. «Siamo diventati come la Dc di De Mita: un partito di epicentro-sinistra», commenta tristemente una pensionata oggi iscritta al Pd, «non c’è da sorprendersi se ora in Emilia è sismica come l’Irpinia».
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