Monthly Archives: maggio 2012

Meno Stalin più Mercalli: Emilia, quando il Pci era il Pci non c’erano terremoti

Da regione sicura e stabile per antonomasia, a zattera vacillante su un’orda di faglie indisciplinate: che succede all’Emilia? Secondo gli osservatori più attenti, la scossa catastrofica di domenica 20 è in realtà l’acme di un vasto sciame sismico partito da lontano. I vecchi, radunati nei centri sociali di fortuna sotto le tende, ne indicano con sicurezza l’origine e la data: svolta della Bolognina, 12 novembre 1989, l’inizio della fine del Pci. «Ricordo che alla fine del discorso con cui Occhetto chiedeva di “inventare nuove strade” il lampadario di casa mia cominciò a oscillare,» racconta un anziano ex-militante. «Prima di allora qui in Emilia certe cose non si erano mai viste. Togliatti aveva dato indicazioni precise: la terra era una lavoratrice con il compito di produrre barbabietole e reggere fabbriche e ferrovie. I terremoti accadevano solo dove c’erano ignoranza e disuguaglianze sociali: nel Sud, in Turchia, in America Latina. Si era mai sentito di un terremoto a Mosca, a Berlino Est o in Scandinavia?»
L’abbandono del geocentralismo democratico ebbe effetti immediati. All’inizio scosse rare e strumentali, poi, dopo il passaggio a Pds e Ds, più intense. A ogni cambiamento di nome, a ogni scivolone elettorale, l’attività sismica aumentava. Davvero la solidità dell’Emilia dipendeva da quella del Pci? I vecchi comunisti ne sono certi: «Il Partito sapeva farsi obbedire, sopra e sotto la crosta terrestre. Le placche tettoniche erano compagne come le altre e rispettavano la disciplina: il partito diceva “state lì”, loro stavano lì. Erano così serie che non ballavano mai, nemmeno alle Feste dell’Unità. Adesso c’è l’anarchia il sabato sera le placche vanno in discoteca, tornano ubriache e all’alba si scontrano fra loro, chi se ne infischia se poi crollano i capannoni con dentro gli operai del turno di notte.»
Non che non si fossero mai registrati sussulti tellurici prima degli anni Novanta, ma ai primi segni di irrequietezza interveniva il servizio d’ordine del Pci bolognese, composto di nerboruti operai dell’azienda del gas, specializzati nel collocare tubi sotterranei, ma anche nel riportare alla calma le faglie movimentiste: gli strati geologici dovevano essere uniti e graniticamente compatti nel sostenere il cammino dei lavoratori verso il progresso. Ma dopo la Bolognina il più grande partito della sinistra italiana si spostò su posizioni moderate, perdendo il rapporto con il territorio, in senso sia politico che geologico. «Siamo diventati come la Dc di De Mita: un partito di epicentro-sinistra», commenta tristemente una pensionata oggi iscritta al Pd, «non c’è da sorprendersi se ora in Emilia è sismica come l’Irpinia».

Living in Omerica! Grecia, voto da rifare, colpa del sistema elettorale «Sisifo»

ATENE. «E’ inutile, anche se in giugno rifaremo le elezioni in giugno, dopo lo spoglio bisognerà ricominciare da capo,» si torce le mani il presidente della Repubblica greca Papoulias. Non è colpa della litigiosità dei partiti, né della confusione degli elettori, ma della firma in calce alla riforma elettorale varata qualche mese fa: «Sisifo». «Si è presentato come un costituzionalista affidabile», ricorda oggi Papoulias, «anche se era vestito solo con un gonnellino e continuava a spingere un masso sù e giù per piazza Syntagma.» Solo dopo il voto del 6 maggio i greci si sono accorti che il sistema Sisifo consiste proprio nell’organizzare consultazioni che si rivelano sempre inutili, costringendo a ripeterle subito dopo; il meccanismo si basa su un particolare tipo di urna elettorale, modello «Danaidi», che grazie al fondo bucato determina un’incontrollabile dispersione di voti, rendendo impossibile la formazione di una maggioranza di governo.
L’impasse elettorale è solo un episodio di un fenomeno molto più vasto e sconcertante in corso in tutta la Grecia: l’antica mitologia greca si sta insinuando nel presente degli ellenici. Ad Atene o a Salonicco non è raro vedere fanciulle che si trasformano in alberi di alloro, signori che portano a passeggio cani a tre teste e forzuti vestiti di pelli di leone che girano armati di clava. Scene che non sorprendono affatto gli studiosi: «Il cosmo ellenico, secondo le antiche leggende, è nato dal caos. E’ naturale che, con questo popò di caos le antiche figure mitologiche riprendano vita e reclamino il loro posto nell’attualità». In tempi di crisi alcuni miti suggeriscono inoltre utili strategie di sopravvivenza.  Un musicista vedovo da poco intende andare a recuperare la moglie nell’aldilà: «L’amore non c’entra, è che per mantenere i figli il mio stipendio non basta, ci vuole anche il suo.» I fruttivendoli porgono gli ortaggi ai clienti per invogliarli e poi li riprendono indietro: «Macché supplizio di Tantalo, è che tanto non hanno soldi per comprarli». Un signore nasconde sotto un cappuccio due lunghe orecchie d’asino: «Sì, sono Mida, l’ex ministro delle finanze conservatore. Fino al 2007 mi bastava toccare i bilanci greci per farli sembrare d’oro. Ora se quelli della troika europea mi riconoscono mi fanno a pezzi».
«Bah, a me questa storia del ritorno dei miti sembra una tipica balla da ateniesi,» sostiene un noto banchiere dal fisico taurino che risiede in una labirintica villa nell’isola di Creta. «Se con questa scusa sperano di convincermi a rinunciare al tributo annuale di quindici ragazzi e quindici ragazze si sbagliano di grosso.»

 

 

 

 

Brigate rozze: da Torino a Genova delude il terrorismo in outsourcing

«Per la prima rivendicazione ci hanno messo quattro giorni! Si può essere così coglioni?» I vecchi brigatisti ormai a riposo si mettono le mani nei capelli: gli sviluppi dell’agguato a Roberto Adinolfi, ad di Ansaldo Nucleare gambizzato a Genova lunedì scorso, li gettano nello sconforto. «L’ora era giusta, le otto di mattina. La moto, la pistola Tokarev, tutto come ai nostri tempi,» si tormenta un anziano reduce dell’eversione genovese. «Ma, belìn, gli attentati  vanno rivendicati in giornata, massimo entro dodici ore, se no si perde l’effetto! Già nel 1978 la gente non si ricordava più cos’era successo 48 ore prima, figuriamoci oggi. Ecco cosa succede a esternalizzare gli attentati. Del resto da un gruppo che si ispira agli anarchici greci non puoi aspettarti la solidità che avevamo noi.»
Pare infatti che la nuova generazione di terroristi, la cui età media si aggira sui 50 anni, per contenere rischi e spese si affidi ad apposite società che forniscono alle aziende servizi di ogni tipo. Ma queste, anziché inviare agli eredi di Curcio terroristi fatti e finiti, gli rifilano giovani avventizi, istruiti frettolosamente e sottopagati, dunque costretti a fare il doppio o il triplo lavoro. «Ai nostri tempi, dopo aver gambizzato la vittima, non avevamo altro da fare che rintanarci nel covo più vicino a ciclostilare un farneticante comunicato» spiega l’ex brigatista;  «questi poveri precari invece, deposta la pistola, devono correre a pulire i vetri in
un ufficio o a rifare le camere in un hotel e rimandano la rivendicazione a notte fonda, ma poi cascano dal sonno davanti al computer.» Rimanda oggi, rimanda domani, se ne dimenticano del tutto, com’è successo con l’aggressione al consigliere comunale torinese Alberto Musy, avvenuta  quasi due mesi fa e ancora anonima. Per metterci una pezza, la nuova eversione rossa ha esternalizzato anche le rivendicazioni, con risultati deludenti: un documento apparso sul sito Indymedia cita alla rinfusa gli attentati a Musy e ad Adinolfi in un testo che, più che da insurrezionalisti, sembra scritto da Antonio Di Pietro. E, secondo gli inquirenti, la sigla Fai sulla rivendicazione del ferimento del manager genovese non indicherebbe la Federazione Anarchici Informali, ma il Fondo Ambiente Italiano, la fondazione per la tutela dell’arte e del territorio, che si serve degli stessi precari impiegati per le comunicazioni dei terroristi. Questo spiegherebbe la bizzarra confusione di stili evidenziata in questo passaggio della nota pubblicata da Indymedia: «La borghesia vuole far pagare la crisi del proprio sistema alle masse popolari e al patrimonio artistico. Lotta proletaria per difendere il paesaggio e la cultura! Portare il restauro al cuore dell’affresco!»

E le tristemente famose rivendicazioni telefoniche? In outsourcing pure quelle. «Tutte le chiamate vengono da un call-center in Romania,» spiega un fiancheggiatore degli anarchici informali, «Ma è un disastro: gli interlocutori pensano si tratti dell’ultima promozione Tim e buttano subito giù.»

Coppie di fattaccio! Boom delle partite scapoli-uxoricidi

Addio partitelle scapoli-contro-ammogliati: la tradizionale divisione in voga per le amichevoli nei campi di periferia è decisamente superata. Causa diffidenza verso il matrimonio e diffusione dei divorzi, di scapoli in giro ce n’è a sufficienza, ma formare una squadra di coniugati è sempre più difficile. Per fortuna si può attingere a un altro stato di famiglia sempre più frequente in un Paese in cui dall’inizio dell’anno ben 54 donne sono state uccise dal proprio compagno: gli uxoricidi.
«Come atleti sono ottimi elementi,» garantisce un allenatore di calcetto dell’hinterland milanese, «un po’ ruvidi ma molto tenaci. Non si limitano a marcare l’avversario in campo, ma lo seguono negli spogliatoi e lo perseguitano con telefonate a casa. Sono così abili che quando il giocatore preso di mira si lamenta con il direttore di gara, questo allarga le braccia e lo invita a essere comprensivo, quando non dà la colpa a lui di aver mancato ai propri doveri.» Il problema con l’uxoricida sorge se l’altra squadra tenta di passare in attacco: piuttosto che perdere la palla, lui la squarcia con un coltello urlando «Sarai solo mia o di nessun altro»: in una partita si sciupa una trentina di palloni, con una spesa notevole. Questi atteggiamenti denotano sicuramente passione e attaccamento alla squadra, ma creano tensioni con i compagni: «Finché gli uxoricidi fanno a pezzi le loro donne, cavoli loro,» si sente brontolare in panchina. «Ma il calcio è una cosa seria, e se esagerano li mandiamo in galera a calci in culo e buttiamo la chiave».
I mister sono d’altro parere, anzi sognano di accaparrarsi i più celebri fuoriclasse della categoria. La scuola di ammazzamogli più brillante e spettacolare resta quella francese: «Ha alle spalle una solida tradizione iniziata da Barbablu e consolidata Landru», spiegano gli esperti «e anche oggi i suoi campioni non vengono dalla strada, ma dalla cultura e dalla musica: pensiamo al filosofo Louis Althusser, che nel 1980 uccise la moglie per gelosia, e l’ultima stella del vivaio, Bernard Cantat, il cantante dei Noir Désir che picchiò a morte la compagna. L’Italia continua a produrre eserciti di femminicidi dilettanti, ma ha sfornato pochi veri campioni famosi per classe e versatilità, se si eccettua Nerone, uxoricida e anche matricida, e Otello, soprannominato BalOtello per la pelle scura e le intemperanze. L’asso di origine africana, naturalizzato veneziano, divenne poi famoso in Inghilterra grazie a Bill Shakespeare, coach dello Stratford-on-Avon, ma i tifosi gli preferirono sempre il capocannoniere degli uxoricidi britannici, Enrico VIII Tudor (tre mogli ammazzate in sei matrimoni). A ingrossare le file dei vedovi neri italiani potrebbe arrivare una star Usa: l’ex attore O. J. Simpson, assolto fortunosamente dall’accusa di aver assassinato la prima moglie, e da poco risposato. «Questa preferisco ammazzarla qui in Italia,» ha spiegato O. J., «così non dovrò spendere cifre folli in avvocati difensori: anche se mi condannano, dopo un annetto sarò fuori.»