«Per la prima rivendicazione ci hanno messo quattro giorni! Si può essere così coglioni?» I vecchi brigatisti ormai a riposo si mettono le mani nei capelli: gli sviluppi dell’agguato a Roberto Adinolfi, ad di Ansaldo Nucleare gambizzato a Genova lunedì scorso, li gettano nello sconforto. «L’ora era giusta, le otto di mattina. La moto, la pistola Tokarev, tutto come ai nostri tempi,» si tormenta un anziano reduce dell’eversione genovese. «Ma, belìn, gli attentati vanno rivendicati in giornata, massimo entro dodici ore, se no si perde l’effetto! Già nel 1978 la gente non si ricordava più cos’era successo 48 ore prima, figuriamoci oggi. Ecco cosa succede a esternalizzare gli attentati. Del resto da un gruppo che si ispira agli anarchici greci non puoi aspettarti la solidità che avevamo noi.»
Pare infatti che la nuova generazione di terroristi, la cui età media si aggira sui 50 anni, per contenere rischi e spese si affidi ad apposite società che forniscono alle aziende servizi di ogni tipo. Ma queste, anziché inviare agli eredi di Curcio terroristi fatti e finiti, gli rifilano giovani avventizi, istruiti frettolosamente e sottopagati, dunque costretti a fare il doppio o il triplo lavoro. «Ai nostri tempi, dopo aver gambizzato la vittima, non avevamo altro da fare che rintanarci nel covo più vicino a ciclostilare un farneticante comunicato» spiega l’ex brigatista; «questi poveri precari invece, deposta la pistola, devono correre a pulire i vetri in
un ufficio o a rifare le camere in un hotel e rimandano la rivendicazione a notte fonda, ma poi cascano dal sonno davanti al computer.» Rimanda oggi, rimanda domani, se ne dimenticano del tutto, com’è successo con l’aggressione al consigliere comunale torinese Alberto Musy, avvenuta quasi due mesi fa e ancora anonima. Per metterci una pezza, la nuova eversione rossa ha esternalizzato anche le rivendicazioni, con risultati deludenti: un documento apparso sul sito Indymedia cita alla rinfusa gli attentati a Musy e ad Adinolfi in un testo che, più che da insurrezionalisti, sembra scritto da Antonio Di Pietro. E, secondo gli inquirenti, la sigla Fai sulla rivendicazione del ferimento del manager genovese non indicherebbe la Federazione Anarchici Informali, ma il Fondo Ambiente Italiano, la fondazione per la tutela dell’arte e del territorio, che si serve degli stessi precari impiegati per le comunicazioni dei terroristi. Questo spiegherebbe la bizzarra confusione di stili evidenziata in questo passaggio della nota pubblicata da Indymedia: «La borghesia vuole far pagare la crisi del proprio sistema alle masse popolari e al patrimonio artistico. Lotta proletaria per difendere il paesaggio e la cultura! Portare il restauro al cuore dell’affresco!»
E le tristemente famose rivendicazioni telefoniche? In outsourcing pure quelle. «Tutte le chiamate vengono da un call-center in Romania,» spiega un fiancheggiatore degli anarchici informali, «Ma è un disastro: gli interlocutori pensano si tratti dell’ultima promozione Tim e buttano subito giù.»

Un grande applauso. Leggero, cattivo, centrato sul momento. Neanche un clichettino da poco, al contrario di molti sedicenti satiri che scrivono ancora come 30 anni fa. (da Singapore)
Enrico, ma dove sei andato a finire? Dall’Irlanda a Singapore… vabbè, tutto è meglio che tornare in Italia, specie in questo momento
No no, solo un bell`anno sabbatico per ricaricare un po` le batterie. E` la nostra prima volta in Asia, e i bimbi impareranno un po` di cinese. Se torno in Italia, vorrei diventare consulente scientifico di Grillo, per correggere almeno alcuni dei suoi svarioni e ca***te. Un caro saluto.