Questo testo dello scorso anno è circolato solo nelle terre di Toscana, finendo nelle mani privilegiate dei consumatori Coop di quella regione. Regalato in occasione dell' Otto Marzo, non ha avuto altra diffusione e quindi a buon titolo può diventare, qui e oggi, un omaggio natalizio di questo blog ai suoi assidui lettori. Traggo dalla quarta del libriccino: "Un libro dedicato alle donne che fanno la spesa, infaticabili esploratrici in missione quotidiana nell'insidiosa giungla dei prezzi. Ma anche ai loro mariti, compagni e figli, che le accompagnano o, a volte, le sostituiscono. Testi (di Lia Celi), vignette (di Francesco Fagnani) e un originale "test finale", aiutano a riconoscersi e a sorridere dei tic, delle abitudini e delle debolezze che tutti riveliamo quando andiamo per negozi o supermercati".
Trattandosi dunque di spendaccioneria, quale miglior periodo dell'anno, se non l'attuale, per rileggere queste righe? A nome della scrittrice, della nostra famiglia e del Consorzio Blog Casina Verde, vi auguriamo Feste degne e serene. E che il vostro Bancomat vi protegga, almeno fino al sei di gennaio.
INTRODUZIONE
A ogni otto marzo, c'è sempre qualcuno che brontola. Ci risiamo con le mimose, le cene tutte al femminile e pure l'immancabile libro-omaggio della Coop. Uffa, che bisogno c'è di festeggiarvi, a voi donne? Non siete più una minoranza oppressa. Statisticamente siete la maggioranza. E quanto all'oppressione, via: oggi una donna può fare tutto, come un uomo.
Alt: questa teoria è vera solo a metà. D'accordo, non esistono più leggi che impediscono alle donne, almeno in linea di principio, di esprimersi e di competere ad ogni livello con il sesso forte. Ma il grande vantaggio maschile non sta nel "poter fare tutto", bensì nel poter "non" fare tutto. O almeno di non doverlo fare tutti i giorni. Per capirci un uomo può fare il prof di matematica, o l'operaio, o il dirigente d'azienda o il panettiere - e basta. Ha una casa, magari anche una famiglia, ma non è tenuto a occuparsi personalmente della polvere sui mobili e del moccio al naso dei figli. Una prof, un'operaia, una dirigente o una panettiera può fare contemporaneamente anche la padrona di casa e la madre di famiglia. O meglio, deve. Perché il famoso "lavoro di cura", gratuito e invisibile come l'aria, è altrettanto necessario. E si traduce in qualità della vita, per i bambini, per gli anziani, e soprattutto per i tanti maschi italici che hanno sempre i calzini puliti senza averne mai lavato un paio in vita loro. A risentirne è la qualità della vita delle donne, in bilico fra lavoro e famiglia come equilibriste che non possono mai scendere dal filo. Già, l'Otto marzo non è più la festa di una minoranza oppressa. Semmai, di una maggioranza un po' depressa.
Anche fare la spesa è sempre stato un aspetto del "lavoro di cura" di ogni donna, uno dei pochi in cui si lasciano coinvolgere anche gli uomini. Ma negli ultimi anni sulla borsa della spesa si sono accesi i riflettori, e i consumi domestici sono stati sbalzati in prima pagina dalle emergenze più varie e globali. Mucca pazza. Influenza dei polli. Eco-terroristi appostati nei supermercati. Passaggio lira-euro. Prezzi alle stelle. Invasione dei prodotti orientali e conseguente decadenza dell'Occidente... Insomma, sarà ancora vero che "la mano sulla culla è quella che regge il mondo", anche quella che spinge il carrello della spesa fa la sua parte.
E così anche per l'Otto marzo 2005 la Coop ha deciso di non offrire alle sue clienti una matinée dei California Dream Men, ma di regalare loro l'ennesimo libro. Dedicato, ancora una volta, a donne "speciali", forti, positive. Protagoniste di questo volume sono infatti le donne che fanno la spesa, le infaticabili esploratrici in missione quotidiana nell'insidiosa giungla dei prezzi. Ma si parlerà anche degli eroi (mariti, compagni, figli) che le accompagnano o, a volte, le sostituiscono. Un libro per riconoscersi, e soprattutto per sorridere dei tic, delle abitudini e delle debolezze che tutte e tutti riveliamo quando andiamo per negozi e supermercati... compresa,la Coop, ovviamente.
Buona lettura. E buon Otto marzo. Lia Celi
CASSA DOLCE CASSA
Dopo gli uomini, sono i registratori di cassa il maggior motivo di divisione fra le donne. Freddi, calcolatori, impostati secondo un'implacabile logica tipicamente maschile, i registratori demoliscono la naturale sorellanza, e scavano fra donna e donna abissi di diffidenza, solchi di pregiudizio, fossati di scontrosità reciproca. La cliente è portata a considerare la cassiera un essere di natura diversa dalla propria, una specie di cyborg indolente, tranne quando si tratta di proteggere gli interessi del supermercato. La cassiera, da parte sua, vede in ogni cliente un elemento potenzialmente sovversivo, sulla cui condotta è tenuta a vigilare. Ognuna delle due tende a svalutare il ruolo dell'altra, ed è convinta che al suo posto se la caverebbe molto meglio di lei. Che ci vuole a fare la cassiera? Tanto oggi la cassa fa tutto da sola! E sai che fatica, fare la spesa! E' più faticosa l'arte di Michelaccio.
Oltre al lettore di codici a barre, a complicare i rapporti fra i due versanti del tapis-roulant è un altro strumento concepito dal pensiero maschile: l'orologio. Sul versante-cliente il tempo corre all'impazzata, mentre dalla placida imperturbabilità della cassiera si direbbe che dietro la cassa, come a tavola, non si invecchia. Il fatto è che quando si maneggiano i soldi altrui, presto e bene spesso non vanno insieme, e un secondo in meno può significare un errore in più. E' una verità banale per chi sta davanti a una cassa, ma incomprensibile quando ci si trova dall'altra parte. E invertendo l'ordine dei fattori, il prodotto non cambia: se per avventura la cassiera, finito il turno, va a fare la spesa e ritrova la sua cliente nei panni di cassiera, diventa a sua volta impaziente e sospetta l'altra di prendersela comoda e di farle perdere tempo prezioso. E perfino a lei sfuggiranno I caratteristici "OH, NO!" corredati di occhi al cielo e sospiri sconsolati, che la cliente-tipo emette al profilarsi di imprevisti che comportano qualche secondo di ritardo. Ad esempio:
- OH, NO! E' finito il rullo di carta da scontrini.
Di solito la sostituzione dura meno di un cambio-gomme al box della Ferrari durante il Gran Premio di San Marino. Ma la cassiera deve avere dei nervi d'acciaio per farsi contagiare dall'agitazione della cliente, che si dimena e si torce le mani come se l'impiegata, invece di cambiare un banale rullo, stesse praticando il massaggio cardiaco a un suo parente stretto.
- OH, NO! Il lettore di codici a barre si è incantato.
La cassiera ha un bel passarlo su quelle indecifrabili lineette nere, ma il "bip" non arriva. Mica è colpa sua. I lettori di codici a barre sono lettori come tutti gli altri, hanno i loro gusti e se trovano che un codice è scritto male, si rifiutano di leggerlo. La cassiera sa che con certi intellettuali snob insistere è inutile: alla peggio, digiterà il codice cifra per cifra. Sono solo una dozzina di numeretti, ma dall'angosciato "Oh, no!" della cliente si direbbe che la cassiera debba ribattere a macchina tutto "Guerra e pace".
- OH, NO! La cassa è in chiusura.
Cioè, era in chiusura quando la cliente si è messa in fila, così felice di trovare una cassa semivuota nell'ora di punta da non notare il pannello lampeggiante e gli ampi gesti della cassiera che la invitavano a dirigersi altrove. L'"Oh, no!" esplode quando l'incauta fa per collocare le sue carabattole sul banco e vede la cassiera che le fa ciao ciao mentre se ne va dal gabbiotto. Per fortuna, l'altoparlante annuncia l'apertura di un'altra cassa, e la cliente si getta nella mischia di carrelli stile autoscontri da luna-park.
- OH, NO! Il bancomat non funziona.
Raro caso di "Oh no!" a due voci. La cliente è sicura di aver digitato correttamente il suo codice segreto, la cassiera di avere impostato correttamente la macchina. Appurato che il nemico comune è l'insufficienza della rete bancaria, fra le due scatta una certa solidarietà, contro i capricci della telematica e i mugugni degli altri clienti in fila.
L'otto marzo è l'occasione giusta per scavalcare le barricate fra noi e le nostre sorelle sedute dietro la cassa. Se non fanno i salti di gioia quando posiamo il sacchetto del pesce fresco gocciolante sul nastro trasportatore, non è perché ci odiano. Se abbiamo pescato l'unico barattolo non prezzato dallo scaffale, e la cassiera ci fa attendere finché un inserviente non ha controllato l'importo, non è per sadismo. Non facciamo di ogni scontrino un piccolo scontro fra donne. La cassiera è un essere umano. Anzi, se guardiamo bene dentro noi stesse, riconosceremo che ci sono almeno cinque buoni motivi per amare e stimare le cassiere:
- perché, anche quando hanno la luna storta, sorridono quando metti sul banco abitini da neonato;
- perché devono fare i conti con il sessismo di certi clienti maschi;
- perché hanno mani ben curate, spesso decorate con anelli carinissimi, e le muovono con molta grazia;
- perché hanno una gran pazienza con i vecchietti, e sono pronte a spiegare per la centesima volta alla nonnina smemorata come funziona la raccolta punti;
- perché, ammettiamolo, tutte da bambine adoravamo giocare alla cassiera.
NON DITE A MIA MADRE CHE FACCIO IL CASSIERE, LEI MI CREDE UN PARCHEGGIATORE ABUSIVO, ovvero: stare alla cassa è poco virile?
Okay, il titolo è un po' estremo, ma ci saranno pure delle buone ragioni per giustificare la scarsità di cassieri maschi, specialmente nella grande distribuzione. Forse sono le stesse ragioni che spiegano la bassa percentuale di maschi nel mondo dell'insegnamento: gli stipendi non sono lauti e le prospettive di carriera meno esaltanti che in altri settori. O forse è perché il continuo contatto con la clientela di un supermercato comporta un minimo di garbo e di pazienza, virtù i cui geni pare risiedano nella gambetta mancante che distingue il cromosoma maschile Y da quello femminile X. Molti uomini trovano meno faticoso passare la giornata a scaricare cassette di frutta, piuttosto che a cinguettare "Buongiorno signora" a donne non sempre giovani e attraenti. E anche quando lo sono, è inutile provarci: nella scala dei mestieri maschili più sexy, il cassiere occupa uno dei gradini più bassi, seguito solo dallo stenografo e dall'impagliatore di animali.
A tenere lontani gli uomini dalla mestiere di cassiere di supermarket può essere perfino l'invincibile resistenza di ogni vero signore all'idea di ricevere denaro da una femmina, sia pure una cliente che sta pagando la sua spesa. Un impiego in cui bisogna sollecitare il centesimo perfino dalle vecchiette canute o dalle mamme con bambini non pare degno di un gentiluomo.
Non c'è dunque da stupirsi se i pochi cassieri in cui ci imbattiamo nella nostra vita di consumatrici hanno sempre un'aria da "sono qui alla cassa in via eccezionale e non ci rimarrò per molto". A seconda dell'età e dei modi, l'espressione del soggetto può essere ulteriormente decifrata.
- Cassiere giovane, efficiente e imbronciato: "Se lei si aspetta da me un atteggiamento più partecipe si sbaglia di grosso. Non fosse che questo mestiere mi permette di pagarmi gli studi di filosofia teoretica, mi terrei alla larga da queste volgari cattedrali del materialismo";
- trentenne, bravo ma scorbutico: "Lo so che potrei aspirare a qualcosa di più, ma questo è l'unico lavoro che sono riuscito a trovare dopo che la mia azienda di consulenze finanziarie on-line è fallita. Stia tranquilla, appena il principale vedrà il mio progetto per incrementare la vendita delle acciughe sotto sale verrò immediatamente promosso a un alto incarico";
- quarant'anni, gioviale, lievemente imbranato: "Non sono molto pratico, ma vede, io lavoro negli uffici e le cassiere di solito le dirigo, sono qui solo perché domenica il Milan ha pareggiato e io ho perso una scommessa col boss";
- mezz'età, sorriso da dentifricio, chiaramente fuori posto ma interessatissimo agli affari nostri: "Cucù, sono proprio io, quello dei manifesti elettorali. Oggi lei mi vede qui nelle umili vesti di cassiere perché voglio toccare con mano i problemi delle massaie. Idea geniale, vero? L'hanno avuta Kurt, il mio consulente d'immagine, e Ciccio, mio amico d'infanzia nonché padrone di questo negozio e mio sponsor elettorale. Dica, buona donna, è vero che i fagiolini costano una follia?".
IL POTERE D'ACQUISTO LOGORA (CHI NON CE L'HA)
Anno 1969: l'Italia si ferma per assistere a un'impresa che per millenni era sembrata solo una chimera, lo sbarco sulla Luna. Otto marzo 2005: le italiane si fermano un attimo per riflettere su un'impresa oggi sempre più simile a una chimera: lo sbarco del lunario. Un piccolo passo avanti per l'umanità, un bel po' di passi avanti e indietro per i milioni di speso-naute che ogni giorno, armate di borse e carrelli, percorrono negozi e supermercati, dove i prezzi, come sottratti alla forza di gravità, svolazzano ogni giorno più in alto.
Ma sì, meglio cercare spiegazioni nell'astronomia, visto che la politica e l'economia sembrano impotenti di fronte al problema di come arrivare alla fine del mese: alcuni propongono di aumentare i salari, altri di accorciare i mesi, "di ventotto ce n'è uno, tutti gli altri ne han ventuno". Le tavole rotonde e i talk show televisivi sull'argomento si trasformano invariabilmente in versioni aggiornate di un vecchio successo di Angelo Branduardi, "Alla fiera dell'Est":
"... E venne l'euro
che fece aumentare le tasse comunali
che fecero crescere le spese dei negozianti
che gonfiarono I prezzi delle zucchine
che al mercato mia madre comprò".
Ecco di chi è la colpa del caro-vita. Della madre fannullona che compra le zucchine nel mercato vicino casa, quando c'è un comodissimo discount a soli dodici chilometri dove costano venti centesimi in meno. Questo chiude la questione, gli invitati alla tavola rotonda o al talk show possono lasciarsi da amici, congratulandosi reciprocamente per non aver ceduto alla sterile demagogia.
Pazienza. Ancora una volta toccherà a noi consumatori, donne e uomini, sfidare le Forze del Male che insidiano le nostre tasche indifese. Di questi tempi ogni famiglia elabora una specie di mini-legge finanziaria domestica, spesso più razionale e coraggiosa di quelle che si elaborano nei palazzi. Vacanze, mare o montagna? Con il mutuo e le rate della macchina sul groppone, quest'anno si va a Qui-resto, località nota per la cucina casalinga e i prezzi contenuti. Dentista? Solo per i figli, noi adulti impariamo a sorridere meno. Compriamo il televisore nuovo o la lavatrice? La lavatrice, ha un sacco di programmi utili e non devi nemmeno pagare il canone Rai.
Anche la routine delle spese per il vitto e il vestiario è accuratamente programmata, secondo le disponibilità economiche, la composizione e gli orari dei consumatori. C'è chi trova più conveniente la spesa mensile, chi preferisce la classica cadenza settimanale, chi invece può o deve uscire tutti I giorni perché si rinuncia a tutto, ma non al pane fresco di forno. I tempi della spesa scandiscono la nostra vita come le battute di uno spartito. E vanno solfeggiati con precisione, per non creare disarmonie nel bilancio o nella dispensa di casa. Ecco i ritmi-spesa più diffusi nelle famiglie italiane.
Spesa settimanale
Se fosse una partitura musicale, porterebbe l'indicazione "andante con moto". Ma siccome si fa per lo più al supermercato e si traduce in almeno quattro borse, acqua minerale esclusa, è meglio "andante con auto". E' il ritmo-spesa preferito dalle famiglie nucleari a doppio reddito, che approfittano del giorno libero, in genere il sabato, per riempire frigo e congelatore e non dover comprare più niente per sette giorni. Anzi, per sei, visto che il sabato lo passano imbottigliati nel supermercato insieme a migliaia di loro simili.
Spesa mensile
Qui l'indicazione musicale sarebbe "largo". Nel senso delle dimensioni del negozio e del bagagliaio dell'auto. Chi fa la spesa una volta al mese ha bisogno di molto spazio: preferisce gli ipermercati e gli immensi hard-discount dove la roba si compra a cartoni, e si serve di station-wagon o monovolume in cui in genere è già stivata una famiglia numerosa più uno o due cani. La meta può essere anche una fattoria biologica dove approvvigionarsi di carne e verdure "ecologiche" (e magari tentare di disfarsi di qualche membro petulante della famiglia, o almeno di uno dei cani).
Spesa quotidiana
Per le donne che lavorano, il metronomo va regolato sul "presto": devono inserire la spesa nel ritmo già frenetico delle loro giornate in cui, da vere virtuose, riescono ad eseguire quattro parti da sole: autiste dei figli, impiegate, colf e cuoche. Ma il ritmo quotidiano è tipico della terza età, dove acquista un andamento "allegro non troppo". La spesa nel negozietto sotto casa, più che necessità, è abitudine, passatempo, incontro. Figli e nipoti hanno un bel consigliare alla vecchietta la spesa a domicilio, una telefonata e via. Niente da fare, finché le gambe reggono, ogni giorno che manda dio la nonna va al mercatino sotto casa, sfidando I colpi d'aria, gli scippatori e I pirati della strada, per scambiare le solite battute col droghiere che ha visto nascere: "Cesarina, cosa le do oggi?" "Mi dia vent'anni di meno, che mi farebbero comodo".
MANUALE DI CONVERSAZIONE PER SHOPPING: le frasi immancabili di chi ti vende qualcosa
"Ho fatto mezz'etto in più, lascio?"
Questo autentico classico del frasario mercantile è attestato già in un papiro egizio ritrovato nella tomba di Proshuti, pizzicagnolo di fiducia del faraone Ramses II, il quale, come la maggior parte dei clienti, rispondeva "lasci, lasci pure". E' quasi una domanda retorica: a meno che sulla bilancia non ci sia tartufo bianco o caviale Beluga, il venditore può contare su una certa tolleranza dell'acquirente, perfino in questi tempi di vacche magre. Ma a volte capita l'attaccabrighe che cerca la prova di forza per dimostrare che lui è tutto d'un pezzo e quando dice duecento grammi di stracchino ne vuole duecento spaccati. Il suo antagonista si vendica togliendoli dalla bilancia grammo per grammo, lentamente, cesellando il formaggio molliccio come un vetraio di Murano, esasperando gli altri clienti in attesa ("Cosa volete, il signore è uno preciso"). Il rompiscatole se ne va con I suoi duecento grammi esatti, guardato con disprezzo da tutti I presenti.
"Guardi che col lavaggio cala"/ "Guardi che col lavaggio cede"
Donna di poca fede, non preoccuparti se la tuta che stai provando ha le maniche alla Paperoga o se i fuseaux elasticizzati minacciano di esplodere al minimo movimento. Metti tutto in lavatrice, e ciò che è stretto diverrà largo, ciò che è lungo diverrà corto. E' la buona novella predicata nei negozi di abbigliamento da tante commesse, che pur di appiopparti un capo, anche se chiaramente fuori misura, lo screditano senza riguardi: un indumento perbene non si farebbe cambiare i connotati tanto facilmente da un po' d'acqua. Non prendiamocela con le povere ragazze, le hanno istruite a dire queste amenità per far "cedere" la nostra resistenza all'acquisto e far "calare" la pila di indumenti invenduti sullo scaffale. Le lavatrici moderne hanno una lista di programmi lunga così, ma nessuna è ancora in grado di sostituire una sarta esperta in riparazioni.
"E' il colore che va quest'anno"
Non c'è tinta nell'infinita gamma dell'iride cui la moda non abbia regalato almeno una stagione di celebrità. Di solito si tratta di colorini fluo che donano solo alle quindicenni filiformi reduci da una vacanza al mare, o di sfumature livide che sbatterebbero anche Heidi. Ma le commesse sembrano non capire che ciò che "va tantissimo" in una vetrina o su una rivista di moda può non andare d'accordo con la carnagione di un essere umano. "Questa camicetta lilla deve pensarla sulla pelle abbronzata", osserva la signorina della boutique, confermandoti implicitamente che, allo stato attuale della tua melanina, sembri uno zombi. E così, dopo i vent'anni, impariamo tutte ad evitare "il colore che va quest'anno" e finiamo per puntare estate e inverno sul non-colore che va sempre: il nero.
"Non lo fanno più..."
Anche tu, come tutte, ti sei innamorata almeno una volta di un prodotto "perdente". Spesso è stato un grande amore. Finché un brutto giorno il negoziante, senza un briciolo di tatto, ti ha comunicato la ferale notizia: per imperscrutabili motivi, il tuo profumo di una vita, quei favolosi cioccolatini ripieni al tiramisù che ti riconciliano con il mondo, l'unica crema che ti asciuga I brufoli in una notte, sono usciti dalla produzione. Addio per sempre. Con gli occhi lucidi, hai girato tutti i negozi per rastrellare gli ultimi esemplari del tuo prodotto preferito, hai lanciato appelli su Internet per fartelo spedire dall'estero, hai scritto all'azienda implorandole di ripensarci. Inutilmente. Ma i consumi, come la vita, devono continuare: sei uscita dal lutto, hai cominciato a flirtare con questa o quella novità, ti sei affezionata a un altro prodotto e ora sei quasi felice. Nel frattempo hai scoperto che il tuo vecchio amore è stato ritirato dal commercio perché conteneva sostanze vietate dalle convenzioni internazionali sulle armi chimiche. Tu, però, sotto sotto, lo rimpiangi ancora. Era tanto buono...
"Questa crema va ad agire sulle imperfezioni..."
C'era una volta il gergo della profumeria frivolo e terra-terra: una crema era "buona", i rossetti erano tutti più o meno rossi, gli shampoo tutti più o meno gialli. Ora che la cosmesi si traveste da scienza esatta, le profumiere parlano come assistenti universitari. Le creme "vanno ad agire" o "lavorano" su questo o quel difetto, come bisturi o raggi laser. Per le labbra puoi scegliere fra un gloss-vinyl-ultra-glitter-roll-on o un semi-mat-lip-plumper-no-transfer, così cari che truccare una bocca costa in proporzione come affrescare la Cappella Sistina. Lo shampoo più a buon mercato ha un curriculum da ingegnere (ripara, nutre, protegge, purifica, stimola), ma, più che a lavare i capelli, serve a dissotterrarli da tonnellate di balsami, sieri, spume e gel. Il vero rompicapo sono I profumi, ormai sempre più simili l'uno all'altro. La differenza sta solo nella presentazione, e per impressionare le clienti le povere commesse devono scimmiottare i sommelier: "Questa fragranza è fiorita-talcata con un tocco di verde-agrumato, questa è aldeidata-legnosa-fruttata ma nelle note di fondo si sente la vaniglia". La cliente sente solo odore di detersivo per piatti, e si convince di avere qualche problema d'olfatto.
"Ha la nostra tessera-fedeltà?"
La fedeltà è un valore superato? Per i fidanzati, forse. I negozianti, invece, ci tengono eccome, anche se la chiamano "fidelizzazione". Il continuo viavai di clienti pronte a sbottonarsi il borsellino è solo un ricordo di anni prosperi e lontani. Oggi che i consumi sono in picchiata, chi sta dietro a un bancone ha paura della solitudine, e alla cliente al primo acquisto fa capire subito di volere con lei una storia seria, di quelle che ci si vede almeno una volta a settimana, malgrado tutte le poste del cuore avvertano che può essere controproducente tentare di incastrare un partner al primo appuntamento. La tesserina equivale all'anello di fidanzamento: non è un impegno legale, ma solo un simbolo, fatto della stessa sostanza dei sogni. L'esercente spera in una cliente fedele, la cliente si illude di avere dei "privilegi esclusivi": sconti, regali, omaggini. Peccato che le spettino solo se entro un anno spende in quel negozio l'equivalente del Pil dell'Estonia.
SCHIAVA DEL BOLLINO: il tunnel delle raccolte punti raccontato da chi ne è uscito
Nata come strategia di marketing per incoraggiare gli acquisti, secondo alcuni esperti la raccolta-punti andrebbe inserita fra le nuove sostanze psicotrope. Non solo perché altera la percezione del cliente, che scambia per "regali" oggetti che, seppure indirettamente, vengono a costargli un capitale, ma anche perché, nei soggetti più fragili, specie se donne, può provocare veri e propri disturbi della personalità. Ormai la figura della donnetta appostata all'uscita del supermarket che ti abborda a bassa voce "Ce li ha due bollini?" fa parte del nostro panorama quotidiano. E ognuno di noi ha in famiglia una zia, una nonna, una cugina inghiottita dal tunnel della bollino-dipendenza, che rastrella i punti-spesa dei congiunti per conquistare trapunte, servizi di piatti e frullatori che, nove volte su dieci, non sa dove mettere. Com'è potuto succedere? Cosa può trasformare una signora senza vizi, attenta al decoro e magari perfino parsimoniosa, in una fanatica predatrice di bollini? E soprattutto, di bollino-dipendenza si può guarire? Lo abbiamo chiesto a una donna che quattro anni fa si è lasciata inghiottire dal tunnel dei punti-spesa, ma che miracolosamente ne è uscita. Per proteggerne l'identità, la chiameremo Mariangela. Quarantanove anni, vive in una grande città del Centro Nord, è sposata, ha un figlio grande che vive fuori casa.
DOMANDA: Mariangela, come ha cominciato?
RISPOSTA: Mi hanno convinto delle amiche. Loro c'erano già dentro fino al collo. "Prova anche tu, non costa niente, è come un gioco". Poi un giorno la mia vicina mi ha portato il catalogo dei regali e ho visto l'insalatiera di cristallo da duecento punti. A comprarla non mi sarei mai azzardata, mio marito mi avrebbe detto che buttavo via i soldi. Però, se arrivava come "regalo"... Così, una volta che la cassiera del super mi ha chiesto "Li fa i bollini?" non li ho più lasciati sul banco.
D. Ricorda le sue sensazioni quando ha attaccato il primo bollino?
R. Niente di particolare. Erano solo dieci bollini, ne occorrevano altri centonovanta. Ma le mie amiche dicevano che era normale, lo sballo viene dopo. E così ho continuato, ma non era ancora un vizio. Un giorno però ho scoperto che la raccolta stava per scadere. Avevo solo centoquattro bollini, e solo un mese per arrivare a duecento. Ma andando a fare la spesa con il mio solito ritmo, una o due volte alla settimana, non ci sarei mai riuscita. E allora mi è venuta una specie di febbre.
D. Febbre?
R. Sì, non volevo fallire, capisce? Mi avevano detto che era così facile, che quasi non te ne accorgevi. La vicina aveva già ordinato la macchina per fare la pasta, roba da tremila punti. E io faticavo a portarmi a casa un'insalatiera da duecento punti! Ho dovuto aumentare le dosi di bollini. Andavo al super tre o quattro volte la settimana, soprattutto nei giorni di punti doppi, riempivo il carrello di roba con la scusa di fare scorta. Ogni volta era una scarica di adrenalina. Stavo spendendo molto più del solito, ma cercavo di non pensarci. Quando ho consegnato i maledetti duecento bollini mi sono detta: "E' finita. Hai la tua insalatiera. Adesso basta."
D. E invece?
R. Ci sono ricascata. Avevo l'insalatiera, ma mi mancavano le emozioni. Attaccare i punti, contarli, scoprirne due dimenticati in fondo alla borsetta, vedere le caselle che si riempiono, una dopo l'altra, sentire il catalogo che diventa più pesante, più grosso, come gli album delle figurine che facevo da piccola... quello sì che mi dava la carica, cltro che Beautiful! Morale, ho cominciato la raccolta successiva. Per l'asse da stiro professionale. E poi quella dopo, per il robot da cucina. E un'altra per la macchina del pane, e un'altra... a volte due o tre contemporaneamente. Ormai non mi importava più del regalo, l'importante era raccogliere i punti.
D. Avrà dissanguato il bilancio familiare...
R. Sì, ormai passavo la giornata al supermercato. Ma i punti che potevo procurarmi con la spesa non mi bastavano. Me ne servivano sempre di più. Mi sono ridotta a chiederli in giro. All'inizio mi limitavo ai parenti. Con mia cognata, un'altra bollino-dipendente all'ultimo stadio, è stata una guerra. Alla fine ci siamo divise il territorio: a te la zia Pina e tre cugine, a me la zia Clara e le nipoti... Avevo un quadernetto dove segnavo tutti i nomi dei miei fornitori di bollini, familiari, amici, conoscenti. Quando stava per scadere la raccolta, li torchiavo uno per uno. Come l'esattore delle tasse. Ma mi rivolgevo anche agli estranei. Al supermercato sapevo riconoscere a colpo d'occhio chi faceva i bollini e chi no. Ne puntavo uno e non lo mollavo fino alla cassa. I punti che lasciava sul banco, li prendevo io. A volte scoppiavano risse con altre raccoglitrici e doveva intervenire la cassiera.
D. Ma suo marito, cosa diceva?
R. Sa gli uomini come sono, non si accorgono mai di niente. L'unica differenza era che quando mi vedeva un po' un po' nervosa, invece di chiedermi come "Hai le tue cose?" domandava: "Devi finire la raccolta?"
D. A forza di regali, si sarà rifatta la casa...
R. No, no. Gliel'ho detto, era un vizio. Non lo facevo più per i regali. A cosa mi servivano tre friggitrici, quando sono anni che il medico mi ha vietato le fritture? Però le ho vinte, e sono ancora imballate, giù in cantina. Insieme alla panca-fitness e all'affumicatore per pesce in legno finlandese. Come regali per il parentado, calcolando Natali, compleanni ed eventuali matrimoni, sono a posto fino al 2014. Però succede una cosa strana. Quando la gente vede il regalo, fa tanto d'occhi, non dovevi, chissà quanto hai speso. Se però gli dico che l'ho avuto con i punti, si raffreddano. Come se non fosse costato niente. E invece vale molto più di un regalo comprato in negozio. Per avere una padella antiaderente ho dovuto comprare roba per migliaia di euro, e passare ore appiccicando bollini.
D. Mariangela, com'è riuscita a rompere la spirale della dipendenza? Forza di volontà, problemi economici, terapia di gruppo con l'Associazione Bolliniste Anonime...?
R. No, no. Io ho smesso quando il supermercato ha smesso di dare i bollini e a conteggiare I punti-spesa direttamente sullo scontrino. Credevano di rendere le raccolte più facili e stroncare il traffico clandestino. Ma così il fascino se n'è andato di colpo. Senza I bollini da toccare, custodire, scroccare, appiccicare, non c'è gusto. Non c'è passione, capisce? E' diventato tutto freddo, automatico. Sembrerà incredibile, ma sono guarita di colpo. Sono stata fortunata. La mia vicina, quella della macchina della pasta, ha dovuto
Certo, all'inizio mi sentivo come svuotata, ma poi è stato come rinascere. Ora quei numeretti in fondo allo scontrino non mi dicono nulla, anzi, mi danno un po' fastidio. Per fortuna adesso al mio supermercato si può scegliere fra punti-spesa e buoni sconto. E io voglio solo gli sconti. E' meraviglioso ritrovarsi in tasca un po' di soldi in più, di questi tempi. E sa una cosa?
D. Dica.
R. E' cambiato anche mio marito. Da quando non puzzo più di colla, mi abbraccia più spesso. Ieri mi ha chiesto se ho cambiato profumo...
C'E' LO SCONTO SULL'IMBARAZZO?
I prodotti che una donna compra arrossendo
Strano che il Garante della Privacy non abbia ancora imposto una distanza minima da mantenere l'uno dall'altro quando si fa la spesa. A che serve proteggere la nostra riservatezza quando siamo in fila in banca o all'ufficio postale, quando al supermercato il nostro carrello spiffera impunemente dettagli molto più intimi? Chiunque può farsi un'idea precisa di ciò che succede in casa nostra semplicemente osservando ciò che collochiamo sul nastro trasportatore della cassa. Le cassiere ormai hanno l'imperturbabilità dei chirurghi, ma non possiamo contare sulla discrezione degli altri clienti. E certi prodotti sono testimoni scomodi, specie per noi donne. Ecco gli articoli che vorremmo acquistare solo indossando occhiali scuri e baffi finti.
Gli assorbenti
Ormai sono praticamente invisibili, ma solo quando li indossi. Quando li compri, si vedono eccome. E il ciclo mestruale fa parte della fisiologia femminile tanto quanto la riluttanza a renderlo di pubblico dominio, specie in presenza dell'altro sesso. Per quanto piccolo e discreto sia il pacchetto, ti sembra che tutti i maschi circostanti lo fissino. O forse è il pacchetto a fissarli, visto che in genere sopra ci sono raffigurati due languidi occhi femminili. Tenti di occultarli tra un sacchetto di patate e i cartoni del latte, ma tornano subito a galla. Ti avvii verso l'uscita, e scopri con terrore che c'è una sola cassa aperta, e il cassiere è un maschio. Se qualcosa deve caderti quando insacchi la spesa, sono loro. E c'è sempre qualcuno più veloce di te a raccoglierteli, urlando "SONO SUOI QUESTI ASSORBENTI?". La fine di queste scene imbarazzanti è uno dei pochi aspetti positivi della menopausa.
I piatti surgelati
Malgrado siano stati assolti con formula piena dall'accusa di essere poco salutari e spesso risultino più appetitosi degli equivalenti freschi, quando arrivano nel tuo carrello si trasformano in un geroglifico che ti accusa agli occhi del mondo: non sai o non vuoi cucinare come dio comanda. Avrai pure le tue buone ragioni, ma nessuno invidierà chi siede alla tua tavola, specie in tempi di rivalutazione della cucina all'antica e dei prodotti genuini. Si concedono le attenuanti solo alle sventole venticinquenni, che sicuramente hanno di meglio da fare che mondare spinaci e non hanno bisogno di prendere gli uomini per la gola. Ma se disgraziatamente sei una signora in età non più verde, ci si aspetta che tu passi le giornate confezionando manicaretti per figli e nipoti (tanto non hai niente da fare, no?), e la presenza di una zuppa di pesce surgelata nel tuo carrello denuncia frivolezza e scarso amore per la famiglia.
Le monoporzioni
Oggi almeno uno dei pasti quotidiani di un italiano su due consiste nel panino moscio o nello spaghetto riscaldato e trangugiato in solitudine, vuoi per motivi di lavoro o per situazioni familiari non necessariamente strazianti. Eppure nell'immaginario collettivo il cibo è ancora un rito che va sempre officiato almeno in due. Insomma, il detto "meglio soli che male accompagnati" vale dappertutto tranne che a tavola. Ma se a comprare il precotto monoporzione è un uomo, la prognosi dei ficcanaso è meno tragica: trattasi di single indaffarato e autosufficiente. Se è una donna, gli Sherlock Holmes da supermarket ne deducono che è a) sola; b) infelice; c) troppo presa dal lavoro; d) probabilmente frigida. E via con l'alfabeto, fino all'inevitabile z): zitella. E' meno compromettente attaccarti alla schiena la scritta "Non mi vuole nemmeno un cane".
La crema anticellulite
Puoi andare a fare la spesa con la minigonna inguinale o con le pantacalze a pelle, ma niente attirerà l'attenzione sulle tue gambe come la presenza nel carrello di una confezione di crema anticellulite. Vederla e misurare con lo sguardo il giro-coscia di chi l'ha comprata è tutt'uno. Lo fanno soprattutto le altre donne, che dai sedici anni in sù vivono nell'incubo della pelle a buccia d'arancia e provano una gioia maligna quando scoprono che l'orrido morbo ha fatto un'altra vittima. "Ma guarda, la usa anche lei quella crema. E dire che è così magra. A guardarla meglio, è una falsa magra. Uh, che cuscinetti! Mica è ritenzione idrica come la mia, quella è ciccia. Altro che una crema ci vuole, lì. Psst caro, guarda un po' quella lì. che ha appena preso l'anticellulite. E poi dici che io sono grassa!"
La carta igienica
Per certe signore all'antica, comprare la carta igienica è poco meno imbarazzante che usarla davanti a tutti. Lo sanno anche loro che fare la cacca "è soprattutto cosa umana", come cantava Roberto Benigni nell'immortale "Inno del corpo sciolto". Ma essendo cresciute nell'era pre-"Grande Fratello", credono ancora che su quel che si fa in bagno, ausilii cartacei compresi, vada mantenuto il massimo riserbo. Le gentildonne più delicate trovano che il vero imbarazzo non sia rivelare al prossimo che si usa la carta da toilette, ma fargli intuire le proprie preferenze in materia: liscia, ruvida, doppio o triplo velo, a fiorellini, al profumo di camomilla. Ma purtroppo, quando si compra la carta igienica, anche il pudore va a rotoli.
I depilatori
Ecco un altro articolo che ci piacerebbe comprare solo per corrispondenza. La gente deve credere che la nostra pelle vellutata sia un dono di natura, non l'effetto di creme e cerette. Se i supermercati vietassero l'ingresso agli uomini, l'acquisto sarebbe più facile: la lotta ai peli superflui affratella tutte le donne, cassiere comprese. Ma dover esibire davanti a maschi estranei il nostro segretissimo arsenale depilatorio è davvero fastidioso. Sogghignano, i maledetti. Ci vogliono lisce come statue, ma disprezzano i nostri sforzi per raggiungere lo scopo. Gli uomini i loro peli li affrontano lealmente, all'arma bianca, col rasoio, non li sterminano con armi di distruzione di massa, come pomate puzzolenti e colate di cera bollente. Vinte dall'imbarazzo, facciamo buon viso a cattiva depilazione. Ecco perché al supermercato i prodotti più adatti alla peluria femminile rimangono sullo scaffale, ma nel carrello di ogni donna non manca mai un insospettabile sacchetto di rasoi usa e getta, rigorosamente del tipo da uomo. Ma in nove casi su dieci, più che a una guancia virile, sono destinati a un'ascella femminile.
I profilattici
Anni fa, quando l'emergenza Aids era all'ordine del giorno, i supermercati li avevano collocati giudiziosamente vicino alle casse, fra i chewing-gum e le batterie, per sdrammatizzarne l'acquisto, soprattutto fra le clienti più giovani. Ma la maggioranza delle donne ha continuato a drammatizzare, eccome. Comprare i profilattici è volgare e fa "poco di buono". Cosa penserà la gente? E se hai con te tuo figlio? E se incroci la zia, il prof, o la tua dirimpettaia bigotta, quella che ha spettegolato anche quando ti ha visto comprare un paio di calze autoreggenti? Per carità, meglio spedire "lui" in farmacia, e pazienza se lì costano almeno il doppio. Risultato, da qualche tempo i preservativi sono stati occultati in piccola quantità fra gli articoli sanitari, per le poche coraggiose che non si vergognano di mostrarli alla cassa. Un gesto che, a suo modo, vale un comizio: "insomma, siamo nel Terzo Millennio, viviamo in una società laica e progredita, combattiamo guerre per esportare la parità sessuale e l'emancipazione femminile, e ci vergogniamo a comprare l'unico anticoncezionale che comporta un minimo impegno anche da parte del nostro compagno e che per ora è l'unica difesa sicura contro le malattie a trasmissione sessuale?"
LA GAZZETTA DELLA SPORTA, ovvero la borsa spesa dal dopoguerra a oggi
ANNI CINQUANTA: LA SPORTA
Preferibilmente di paglia o di corda, fa pendant con il borsellino nero o marron chiuso da due micidiali ganasce di metallo. Con la sua modesta capienza, la sporta sfama tutte le bocche di casa, mai meno di quattro. La madre di famiglia, al ritorno dal mercato, la deposita sul tavolo di cucina, e sotto gli occhi avidi dei bambini, come dal corno dell'abbondanza ne escono conigli vivi, dozzine di uova, patate, fiaschi di rosso, saponi da bucato, pagnotte, frutta, salsicce, forme di cacio, un pacco di candele e un metro quadro di baccalà. Come ci stia tutta quella roba è un mistero. Probabilmente a produrre le sporte sono gli stessi artigiani che realizzano i bauli dei prestigiatori, e solo le industriose casalinghe del dopoguerra ne conoscono il segreto. Chi proverà ad usarla nel 2000 riuscirà a farci stare sì e no un mazzo di cicoria, e si rassegnerà ad usarla come borsa da passeggio.
ANNI SESSANTA: LA BORSA DI RETE
Gli elettrodomestici, più accessibili grazie al boom economico, semplificano la vita della donna di casa. A complicargliela ci pensa la borsa di rete, un accessorio più consono a un peschereccio che a un essere umano. Leggera e pratica da vuota, ingovernabile appena vi si infila qualunque oggetto più pesante del prezzemolo, si espande prima in lunghezza che in larghezza. Risultato, tutti gli acquisti si ammassano nel fondo di un budello, dalle cui maglie dilatate sfugge tutto ciò che non vi rimane inestricabilmente impigliato. Alcuni storici spiegano la sua scarsa funzionalità ipotizzando che la borsa di rete sia nata in realtà come oggetto d'arte contemporanea, profetica metafora dell'anima lacerata e deformata dal consumismo, e il suo utilizzo per la spesa si deve a un malinteso fra l'artista e la sua insensibile domestica.
ANNI SETTANTA: LA BUSTA DI PLASTICA
Resistente, impermeabile e per molti anni gratuito, il sacchetto di plastica seppellisce le sporte e crea nuovi problemi, riassunti dal fisico Von Facchinen nella formula S>∞/B≥2, e cioè: il numero di sacchetti per acquirente tende a infinito, ma le braccia per trasportarli sono sempre uguali o minori di due. La spesa, ormai settimanale, si fa al supermarket, in macchina e preferibilmente in compagnia di un congiunto dai bicipiti saldi da coinvolgere nelle operazioni di carico-scarico sacchetti. Ma anche dalle spesucce quotidiane si torna con gli avambracci oberati di borse e borsine: perfino l'ortolano e il merciaio si sentono in dovere di insacchettare la testa d'aglio o il ditale che starebbero comodamente in tasca. Nelle famiglie ferve il dibattito sullo stoccaggio domestico delle buste usate: chi le usa per la spazzatura, chi le ripiega meticolosamente stile origami, chi sceglie la terza via e le appallottola in balle crepitanti sotto il lavello della cucina.
ANNI OTTANTA: LA BORSINA DI BOUTIQUE
E' di carta lucida, bianca o nera, con i manici in cordoncino, e, ben visibile, il logo di uno stilista famoso o di una boutique esclusiva, e in questi anni proto-modaioli è l'unico oggetto griffato alla portata di tutti. In ogni casa, anche modesta, ce n'è almeno una, souvenir dell'acquisto di un abito da cerimonia o di un raptus di edonismo reaganiano, e viene conservata con altrettanta cura dell'abito che conteneva. Serve a darsi un tono quando si portano i panni alla lavasecco o dalla sarta, o per consegne di un certo riguardo (badando bene a riportarla a casa). C'è perfino chi la stira, per farla sembrare sempre nuova e poi ci infila le magliette comprate sulle bancarelle, per illudersi di aver fatto shopping in Montenapo. Quando poi la borsina cede per naturale consunzione, è una tragedia: lo strappo su una giacca puoi aggiustarlo, su un sacchetto di carta è irrimediabile.
ANNI NOVANTA: IL SACCHETTONE DI CARTA
Gli ecologisti smascherano la doppia vita dell'umile busta di polietilene: una volta dispersa nell'ambiente, si trasforma in un diabolico ecomostriciattolo praticamente eterno, che deturpa foreste, imbratta spiagge e soffoca balene. Fra gli applausi della clientela più sensibile all'ambiente, alcuni supermarket riportano in auge il sacchettone cartaceo, ecocompatibile e, soprattutto, biodegradabile al 100%. Il guaio è proprio questo: il bravo sacchettone è così ansioso di biodegradarsi che comincia a farlo appena provi a sollevarlo, lasciandoti con i manici in mano e la spesa per terra. Se poi fuori piove, si disintegra. L'unico modo per portare a casa sacchettone e spesa è infilare entrambi in una busta di plastica, e sperare che le balene si facciano furbe. Oppure, scegliere direttamente la busta e usarla più volte, secondo l'aureo motto: "l'unica borsa ecologica è quella che possiedi già".
DUEMILA: IL TROLLEY A ROTELLE
Sintesi dei due classici ausili per gli acquisti, la borsa e il carrello, fa risparmiare soldi e fatica, e non inquina. E' il fedele compagno delle "pantere grige" cui il medico raccomanda le passeggiate al mercato ma non il sollevamento pesi. Ma il carrellino potrebbe sfondare anche fra gli under-70, se osasse un look più sbarazzino invece di quelle tristissime fodere color foglia defunta o pantofola smessa. Così com'è, invecchia terribilmente, e una giovane signora preferisce caricarsi come un camallo piuttosto che servirsi di un aggeggio che evoca la terza età più dell'adesivo per dentiere e degli occhiali da presbite. Ci vorrebbe una fata madrina che trasformasse il virtuoso cenerentolo dello shopping in uno smagliante trolley tipo aeroporto. Meglio ancora se un paparazzo immortalasse Madonna o Nicole Kidman mentre fanno la spesa dall'ortolano munite di bodyguard e carrellino. Diventerebbe immediatamente un must.
IL TRASPORTO-SPESA AL MASCHILE: LO SCATOLONE
Fra i caratteri sessuali secondari maschili, insieme alla barba e al vocione, c'è l'allergia a qualunque tipo di borsa a mano. Il vero maschio si infila tutto in tasca, portafogli, agenda, cellulare, chiavi di casa e kleenex, e ciò spiega la brevissima fortuna del borsello e la malcelata diffidenza per la ventiquattr'ore. L'avversione maschile si estende alla borsa della spesa, e si vede quando riusciamo a convincere un uomo a reggercene una: è come se gli scottasse in mano, la tiene lontana dal corpo e non vede l'ora di liberarsene. Ma affidiamogli uno scatolone, e lo vedremo sorridere come un bambino. Lo scatolone risveglia il facchino che sonnecchia in ogni uomo, e gli permette di esibire tutta la virile prestanza dei bicipiti senza umiliare gli avambracci. E al maschio non piace solo portarlo, ma anche riempirlo, operazione che gli ricorda il Lego con cui giocava da piccolo. Andare al supermercato per le scorte di generi di prima necessità, farina, olio e scatolame per lui è una festa, e non vede l'ora di stupire le cassiere con la sua abilità nell'incastrare geometricamente decine di barattoli di pelati in uno scatolone e a sollevarlo senza un lamento. Il problema è che lui si fa dare lo scatolone anche se la moglie lo ha mandato a comprare solo un astuccio di dadi da brodo. E così torna ansimando sotto un pacco da venti chili di dadi: "Già che c'ero, ho fatto scorta".
LA PAZIENTE E' IN STATO DI SHOP: le nuove patologie della consumatrice accanita
Acquistosi compulsiva
Disturbo che spinge la paziente a comprare oggetti di cui non ha bisogno o che non può permettersi. In pratica è la versione spendereccia della bulimia, ed è l'unica consolazione rimasta alle donne costrette a rinunciare a sigarette e cioccolatini per riguardo alla salute e alla linea. L'acquistosi non lascia tracce nei polmoni né sui fianchi, ma rende obeso il guardaroba e anoressico il portafoglio. I casi sono aumentati grazie alla moltiplicazione dei negozi a orario continuato, grazie ai quali le ragazze degli uffici in pausa pranzo sostituiscono il panino bisunto con un blitz di compere gratificante e non calorico. Ma è arduo stabilire la reale diffusione della sindrome: secondo gli uomini, colpisce tutte le donne senza eccezione, ogni donna crede di essere l'unica a non soffrirne, mentre a sentire i negozianti le malate non sono mai abbastanza. Più di qualsiasi terapia, contro lo shopping compulsivo, funziona la prevenzione. La forma più semplice è andare per negozi senza bancomat, la più efficace è andarci con un marito.
Lombaggine da vetrina
Il "window-shopping", la classica "occhiata alle vetrine", è un hobby innocuo per le finanze, ma non per le schiene sensibili. Scrutare troppo a lungo la vetrina di una boutique, chinandosi nel tentativo di decifrare i prezzi scritti su quei cartellini-francobollo, può causare dolorosi indolenzimenti nella zona lombare, specie nelle giornate fredde. Il ministro della Salute dovrebbe bandire dalle vetrine i mini-cartellini, responsabili non solo della lombaggine, ma anche di congiuntiviti ed ematomi sul naso delle guardone miopi, che finiscono per inzuccarsi contro il vetro. Per di più, la lettura del prezzo, inversamente proporzionale alla grandezza del cartellino, provoca un improvviso sobbalzo della pressione sanguigna, favorendo l'insorgenza di malattie cardiovascolari.
Vendetta della Commessa
I turisti europei conoscono bene la Vendetta di Montezuma, la dissenteria che colpisce i viaggiatori nelle regioni centroamericane e che la leggenda attribuisce all'ira del defunto re azteco contro i discendenti degli invasori bianchi. Di un disturbo molto simile sono spesso vittime le clienti incontentabili, quelle che costringono la commessa a buttare all'aria il negozio per poi uscirne sbuffando senza aver comprato nulla. Le maledizioni sussurrate dalla lavoratrice mentre ripiega gli articoli sfruculiati vanno a segno, e l'altezzosa cliente si ritrova poche ore dopo piegata in due da un'inspiegabile mal di pancia. Consigli per evitare la Vendetta della Commessa: mai andare oltre il decimo "Uhm, non ha qualcos'altro da farmi vedere?"
Iperlabirintite
E' più difficile perdersi nel deserto che in un centro commerciale: male che vada, almeno si sa in che deserto ci si trova, mentre i centri commerciali si assomigliano tutti per proporzioni faraoniche e assortimento di negozi, col risultato che dopo un po' non sai più se ti sei perso nell'Ultracenter di Villapasquetta o nel Megamarket di Castelzampone. Ma, come la traversata del deserto, quella del centro commerciale va affrontata da soli. L'iperlabirintite, o tendenza a perdersi negli ipermercati, colpisce soprattutto le coppie, che invece di cercare l'uscita si mettono a bisticciare: siamo entrati da lì, no, da là, tu non hai mai avuto il senso dell'orientamento, ma se tu ti sei perso in albergo durante la luna di miele, e via fino all'orario di chiusura, quando i contendenti vengono scortati fuori dai custodi. E qui l'odissea assume contorni drammatici, perché lui ricorda di aver parcheggiato nel settore B4, lei è sicura che era il G9, ma l'auto non è né qui né lì. I due devono rintracciare la vettura nello sterminato parcheggio avvolto dalle tenebre, insieme ad altre decine di coppie nella stessa situazione. Alla fine tutti se ne vanno, con una macchina e un partner diverso da quelli con cui erano arrivati.
MA LA TUA LEI TI MANDA SOLO?
Lo shopping è come il tennis: c'è il singolo, il doppio e il doppio misto. Le donne dominano in tutte le specialità, I maschi se la cavicchiano nel doppio misto, non praticano il doppio maschile (è raro che due uomini si incontrino per farer compere), e oggi si cimentano sempre più spesso anche nel singolo. "Femminilizzazione dell'uomo", come lamentano I neo-conservatori? No, piuttosto "maschilizzazione della spesa". In tempi di crisi economica gestire l'economia domestica, fino a poco tempo fa vista come una seccante "roba da donne", richiede un bel paio di attributi. Quando I prezzi aumentano più in fretta dei salari, il perno dell'economia familiare non è più chi porta i soldi a casa, ma chi riesce a non farli scappare troppo in fretta. E dopo aver visto in tivù prestigiosi uomini politici e compassati economisti accapigliarsi sul rincaro dei broccoli, molti maschi hanno capito che fare la spesa è una faccenda maledettamente seria, e hanno raggiunto le loro compagne nell'infuocata trincea della guerra quotidiana contro il caro-vita. Ma devono combattere anche contro se stessi. Non è facile vincere l'atavica ripugnanza maschile verso alcuni aspetti del fare la spesa. Gli studiosi del comportamento le chiamano "le Cinque Resistenze del Vero Uomo".
RESISTENZA N. 1: Il Vero Uomo odia parlare con i negozianti.
Per lui l'interazione con l'esercente dovrebbe limitarsi al puro scambio merce-denaro, senza tutte quelle smancerie che piacciono tanto alle donne: buongiorno signora, che bella giornata, come sta la famiglia. In negozio si va per comprare, non per fare conversazione, a meno che dietro il bancone non ci sia un vecchio amico o una bella ragazza.
RESISTENZA N. 2. Il Vero Uomo odia perdere tempo.
Per acquistare l'occorrente per una semplice pasta al sugo dovrebbe andare in tre negozi diversi. L'ortolano ha i pomodori ma non gli spaghetti. Il panettiere ha gli spaghetti ma non i pomodori. Il parmigiano grattugiato ce l'ha solo il pizzicagnolo. E siamo solo al primo piatto. Un uomo normale non accetterà mai tutto questo.
RESISTENZA N. 3. Il Vero Uomo odia i mercatini.
A meno che non sia un poeta, un pittore o un venditore ambulante lui stesso, il maschio medio farebbe volentieri un giro fra le bancarelle solo a bordo di una ruspa. Quei chioschi dai tendoni sbiaditi gli dànno un senso di disordine e di precarietà, i bancarellai gli sembrano tutti più o meno loschi. Diffida del mercatino rionale sotto casa, dove le donne vanno soprattutto per spettegolare, ma la sua bestia nera sono i mercati settimanali, che congestionano il traffico urbano e occupano il piazzale dove lui di solito parcheggia.
RESISTENZA N. 4. Il Vero Uomo odia le complicazioni.
Lui ragiona per concetti-base: vuole "il pane", "la frutta", "la carne". Poi nei negozi si trova a dover scegliere fra molteplici tipi e sottotipi di pani, frutti e carni i cui nomi sono per lui più oscuri del sanscrito. L'uomo medio, vero figlio di Adamo, non fa mai domande su ciò che mangia, non sa e non gli interessa se la mela che sta addentando si chiama Golden, Delicius, Gala, Stayman, Granny Smith o Fuji. E se non interessa a lui, perché dovrebbe interessare al fruttivendolo?
RESISTENZA N. 5. Il Vero Uomo odia camminare con i sacchetti della spesa.
Lui prenderebbe la macchina anche per andare al negozio dietro l'angolo: non è pigrizia, è che odia farsi vedere in giro carico di sporte, per la nota idiosincrasia maschile alle borse con I manici. Disgraziatamente, I negozi di quartiere non hanno il parcheggio riservato ai clienti.
Ecco perché i Veri Uomini si incontrano più spesso nei super o ipermercati che nei negozi. L'ambiente è razionale e ben organizzato, i rapporti umani sono ridotti al minimo, non c'è bisogno di essere laureati in botanica o in agraria per destreggiarsi fra i prodotti, si fa tutta la spesa in una sola tappa e c'è abbondanza di posti auto. Laggiù, nelle vaste praterie della grande distribuzione, fra canyon di fustini, mandrie di carrelli e cassiere appetitose come pupe da saloon, la spesa può diventare un'avventura, una competizione, un modo per esprimere la propria personalità. Le donne lo sanno bene, e adorano osservarli mentre caracollano fra le corsie. Ecco una breve rassegna dei tipi più diffusi di cowboy da supermercato.
IL BUONO, IL BRUSCO, IL CATTIVO
L'incerto
Può essere un luminare di astrofisica che chiama per nome migliaia di stelle, o un supertecnologico capace di riconoscere la marca di un computer dal ronzio. Eppure al supermercato non sa distinguere il sale dal pepe. Il reparto più organizzato e asettico gli fa l'effetto di un suq marocchino, tende a girare a vuoto e a perdere il carrello, è capace di non vedere la carta igienica nella corsia riservata alla carta igienica. La compagna, conscia dei suoi limiti, gli ha preparato una lista a prova di imbecille ("sale fino - nello scaffale "sale" - in un pacchetto di carta con scritto Sale fino"), ma il dubbio è sempre in agguato, e nove volte su dieci lui le porterà a casa una confezione di sale per lavastoviglie. Il cellulare risolverebbe gran parte dei suoi problemi, ma il destino cinico e baro fa in modo che nei supermercati frequentati dall'incerto non ci sia mai campo sufficiente. Gli addetti lo evitano accuratamente per non dover rispondere ai suoi angosciosi dubbi filosofici: "E' sicuro che la candeggina e la varechina siano la stessa cosa? Un litro di latte intero equivale a due mezzi litri di parzialmente scremato? Mia moglie qui mi ha scritto "bagnoschiuma", ma a casa abbiamo solo la doccia. Cos'avrà voluto dire, secondo lei?"
L'esperto
Il maschio umano non è bravo nei lavori domestici in generale. Può essere bravissimo, anzi insuperabile, in un solo lavoro domestico. L'abilità della sua compagna sta nell'aiutarlo a scoprire la sua specialità e fargliela esercitare il più possibile. C'è il Picasso della pastasciutta, il Paganini del ferro da stiro, il Raffaello dello spazzolone, l'Einstein della lavastoviglie, e, anche se più raro, il Napoleone della spesa. La pianifica come una campagna militare e sa vincerla fin dalla prima mossa: parcheggiare il più vicino possibile vicino all'entrata e al deposito dei carrelli. Non è uno spendaccione: conosce al millimetro i bisogni della famiglia e la capacità della dispensa, e ricostituisce i vettovagliamenti con la puntualità di un furiere. Il personale del super lo rispetta perché ha l'occhio clinico per la qualità dei prodotti freschi (spesso è cresciuto in campagna, o da ragazzo arrotondava come lavorante in una trattoria o ai mercati generali). Spesso lo si vede nel reparto ortofrutta mentre, circondato da signore adoranti, tiene lezioni improvvisate su come si tasta il melone. Non capita mai di vederlo sbuffare in fila: lui azzecca sempre la coda più rapida e la cassiera più efficiente, e imballa la sua merce (scatoloni, of course) meglio di un magazziniere. Purtroppo, tanta razionalità si traduce in ripetitività: l'esperto tende a comprare sempre le stesse cose e diffida delle novità ("tutte trovate pubblicitarie"). La sua famiglia non mancherà mai di zucchero e carta igienica, ma se la sua compagna vuole provare un nuovo detersivo o un insolito gusto di yogurt, deve comprarseli di nascosto.
Il neo-papà
Inconfondibile per le occhiaie profonde e l'aria sbattuta, sostituisce la moglie appena dimessa dalla clinica con il neonato, ma a vederlo si direbbe sia lui il più provato dei tre. Deciso a rendersi utile, ma del tutto inesperto di gestione domestica, è stato spedito al supermercato dalla debilitata consorte per impedirgli di far danni in casa, dove il suo primo tentativo di bucato ha subito mandato in tilt la lavatrice. Purtroppo, il poveretto ha smarrito la lista della spesa, e per non disturbare la neo-mamma e bebè durante il sonnellino, chiede consulenze via cellulare a sua madre e alla suocera, che ovviamente gli dànno indicazioni opposte su cosa comprare. Alla fine il suo carrello consta di otto pacchi formato gigante di pannolini (la produttività intestinale di suo figlio lo ha scioccato) e di una parmigiana di melanzane surgelata.
Il papà seminuovo
Lo si avvista, corredato di pargoletto, solo al sabato mattina, quando la moglie li caccia di casa entrambi con la scusa della spesa, per poter stirare i panni di tutta la settimana senza che qualcuno inciampi nell'asse da stiro o si sieda sulle pile di roba stirata. Ormai il soggetto ha raggiunto una certa esperienza in fatto di acquisti. Ma il ragazzino lo boicotta in ogni modo possibile. Appena sceso dalla macchina, perde l'uso delle gambe e strepita per salire sul seggiolino del carrello, malgrado pesi il doppio del massimo consentito. Il problema non è infilarcelo (lo fa da solo, a costo di rompersi una caviglia), è che appena salito comincia a scalciare e a piagnucolare perché vuole tutto quello che ha visto in tivù. Circondato da signore che al minimo accenno di scappellotto lo denuncerebbero al Telefono Azzurro, l'imbarazzato genitore è costretto a placare il figliolo a suon di merendine e gadget. Il dramma scatta alla cassa, quando il piccolo avvista un compagno di scuola nella fila accanto. Per raggiungerlo, cerca di disincagliarsi dal seggiolino con urla selvagge, ribaltando il carrello con tutta la spesa.
Lo studente fuorisede
Il prodotto-spia è il caffè: nel suo carrello ce ne sono sempre almeno otto pacchetti, che raddoppiano in periodo di esami. In un appartamento di studenti universitari la macchinetta viene riempita a ripetizione, anche perché il caffè è l'unica cosa che tutti sanno fare in cucina. Caffè a parte, il resto degli acquisti varia a seconda dell'anno di frequenza: la matricola, che per i pasti principali si affida alla mensa universitaria e agli enormi frigoverre di cibarie precotte confezionate con amore da mammà, spende tutto in biscotti da colazione e birra per i party con i compagni di corso. Il veterano si è trovato una comoda fidanzata anche lei fuorisede alla quale scroccare pranzo, cena e colazione, e compra solo la birra.
Il gattofilo
Sui sessant'anni, appena più vecchio della coppola e del paltò che indossa undici mesi l'anno, divide le cassiere in due scuole di pensiero: o è scapolo o è vedovo. Di sicuro non vive da solo, visto che la sua spesa settimanale consiste un pacco di maccheroncini, un barattolo di orzo e centoquaranta scatole di cibo per gatti. C'è sempre una cassiera nuova che si intenerisce e gli chiede gentilmente quanti ne ha, e viene colta da un brivido quando il presunto "gattaro" risponde "Uno solo, però mangia molto". Le commesse più perspicaci sospettano che si tratti di un ex domatore di leoni pensionato insieme al suo partner.
Il bellone
Quando entra, di solito in tuta e scarpe da jogging, la notizia si sparge come un fulmine fra tutto il personale femminile del supermarket. Le clienti più anziane si lustrano gli occhiali, le più giovani si ripassano le labbra con il gloss, i maschi vengono colti da improvvisi malumori. Sapientemente arruffato, abbronzato, palestrato ma non troppo, procede con regale nonchalance, gettando nel suo carrello yogurt magri, insalatina pronta, crackers integrali, mozzarella light e una bottiglia di champagne su cui ogni donna è autorizzata a sognare. Il suo cellulare suona di continuo, e lui risponde sempre "No guarda, digli che oggi proprio non posso". C'è chi crede di averlo visto in uno spot, chi in un servizio del tiggì sulle sfilate, chi in una puntata di "Centovetrine", ma era sempre svestito, e la tuta confonde le idee. All'uscita, quando tutte le cassiere sognano di fargli il conto, lui indirizza il carrello verso l'unico cassiere maschio, portando le colleghe femmine alla stessa amara conclusione: "E' gay".
Il consapevole
Bravo è bravo, per carità: per lui la spesa è un atto etico e politico, e sceglie solo prodotti dalla fedina penale immacolata sotto il profilo dell'impatto ambientale, del rispetto delle biodiversità e dell'equità nei processi produttivi. Prima di riempirgli la tazzina, il suo caffè deve essere stato maneggiato esclusivamente da persone sazie, alfabetizzate e giustamente retribuite, se no gli va di traverso, e piuttosto che deodorarsi con uno spray testato sui conigli preferisce puzzare come una conigliera. Per anni ha fatto la spesa solo nei negozi bio e nelle botteghe equosolidali, svenandosi, ma da quando la grande distribuzione ha aperto al "fair trade", ha smesso di snobbare il supermarket, dove al piacere di fare acquisti buoni e giusti a prezzi accettabili si aggiunge quello di sentirsi moralmente superiore ai bruti che si riempiono il carrello pensando solo alla pancia e al portafogli. Se il bruto non è molto alto e grosso, prova a convertirlo: "Ma come fa a comprare le banane XY? In quelle piantagioni si usa ancora la frusta!" "La multinazionale che produce la brioche del suo bimbo spaccia latte avariato ai bambini africani! Perché non gli dà questa barretta di sesamo siciliano coltivato sulle terre confiscate alla mafia?"
Il permaloso
Torna sempre a casa a mani vuote, imbufalito, giurando: "A me lì non mi vedono più!". Un bel sollievo per il negozio in questione, una disperazione per sua moglie, che non sa più dove mandarlo a fare la spesa: ha litigato con tutti gli esercenti nel raggio di cinquanta chilometri, e per trovarne uno che ancora non l'abbia offeso deve spingersi fuori provincia. L'offesa può essere della più varia natura, una svista nel conteggio del resto, un gesto nervoso di una cassiera, un ritardo nell'incartargli il prosciutto, un invito a usare il guanto di cellofan nel reparto ortofrutta ("Perché, cos'ho, la peste? Ma si guardi lei"). La reazione è sempre la stessa: pianta il carrello in mezzo alla corsia e se ne va sdegnato. Cinquecento anni fa avrebbe tirato fuori lo spadone e avrebbe lavato col sangue l'onore ferito. Infiammabile come il cherosene, trova che gli altri se la prendano per un nonnulla: "Allora gli ho chiesto se quello era davvero gorgonzola o stracchino andato a male. Non ci crederai: si è arrabbiato!" Alla fine lei si rassegna a fare la spesa rigorosamente da sola, con la benedizione di lui: "Brava, vàcci tu, tanto a te piace farti mettere i piedi in testa".
Il doppiosensista
Diffuso soprattutto in Emilia, Romagna e Toscana, il doppiosensista è trasversale: se ne incontrano sia fra i clienti che fra i negozianti. Ma da qualunque lato del bancone lo si trovi, trasforma la grigia routine della spesa in un film di Pierino. Ogni prodotto gli dà lo spunto per deliziare le femmine circostanti con battutacce grasse. Non si deve sforzare molto: l'ottanta per cento di ciò che compriamo quotidianamente contiene sottintesi sessuali, nell'ortofrutta si arriva al novanta per cento. L'educazione e l'abitudine anestetizzano la nostra naturale malizia rispetto a banane, finocchi, sfilatini e scope, specie se abbiamo più di quattordici anni. Ma il Panariello da supermarket, malgrado abbia varcato i cinquanta, è un eterno adolescente. Lo psichiatra direbbe che lo humour pecoreccio gli serve ad esorcizzare le inconsce fantasie omo suscitate da cetrioli e piselli (nota bene: uno psichiatra spesso è solo un doppiosensista che ha studiato). La differenza con il comune sporcaccione è che il doppiosensista, per quanto fastidioso, non cerca una vittima, ma un pubblico e magari una spalla. Non lo sentirete mai scherzare sul culatello se ad affettarglielo è una commessa timida e impacciata. Ma se becca quella più sfacciata e di lingua pronta, parte il cabaret e chi non scappa inorridito finisce per rotolarsi in terra dal ridere.
DI' CHE TI MANDA LEI
Ma ora parliamo dell'uomo che ti vive accanto. Sa fare la spesa? Ti fidi a nominarlo tuo plenipotenziario negli acquisti di casa, o vai sempre tu al supermercato anche con quaranta di febbre? Per valutare la sua attitudine allo shopping domestico, chiedigli di rispondere al test che trovi qui sotto, elaborato dagli esperti dell'Istituto per l'Addomesticamento del Maschio. In base alla maggioranza di risposte A, B o C, scoprirai il suo profilo!
1.Il passato di pomodoro è:
Un'ottima base per sughi
Io pomodorai, tu pomodorasti, egli pomodorò
Il sangue finto nei vecchi film horror
2. In che reparto cercheresti il perborato?
Nel reparto detersivi
Nel reparto latticini
Lo chiamerei ad alta voce sperando che risponda lui
3. Pesa di più il sale grosso o il sale fino?
A) Mi prendi per scemo?
B) Il grosso
C) Ah ah, non ci casco, pesa di più quello fino
4. La tua compagna ti chiede di procurarle l'origano. Tu ne deduci che...
Vuole insaporire la pizza
Si è data alle droghe leggere
E' sessualmente insoddisfatta
5.Dove si trova la pancetta?
Nel banco salumi
Sul tuo punto vita
Sulle uova strapazzate
6. Il Brie è...
Un formaggio francese
Un partito politico di centro
La squadra di calcio dove debuttò Zinedine Zidane
7. Sei al super con tuo figlio. Il piccolo pianta un capriccio terrificante per i cereali con i personaggi del suo cartone preferito. La tua replica:
A) "Te li ha già comprati la mamma"
B) "Eh no bello mio, oggi si comprano gli ovetti con le figurine della mia squadra"
C) "Vergognati, io alla tua età i cereali li mietevo nei campi"
8. Stai collocando la tua spesa sul nastro trasportatore della cassa. La cassiera scopre che il rullo di carta scontrini è esaurito e ha bisogno di qualche minuto per sostituirlo. Tu...
Sorridi e porti pazienza
Estrai il cronometro battendo nervosamente il piede.
Le dici "Lasci fare a me, voi donne avete sempre paura di rovinarvi le unghie"
9. Cosa ti entusiasma di più quando fai la spesa al posto della tua compagna?
A) Spendi meno
B) Puoi guardare indisturbato le cassiere più carine
C) Puoi scegliere tu il gusto del dentifricio, una volta tanto
10. Qual è la cosa che, al ritorno dalla spesa, scopri regolarmente di aver dimenticato?
A) Non dimentichi mai nulla.
B) I biscottini preferiti di tua suocera
C) Tuo figlio nel seggiolino del carrello
RISULTATI
Maggioranza di A: congratulazioni! Il tuo partner è il co-pilota al quale ogni donna può consegnare fiduciosamente I comandi del carrello della spesa. Che il suo buon senso sia un dono di natura o il frutto di un paziente addestramento poco importa. Quel che conta è che grazie a questa perla rara puoi concederti un sabato mattina dal parrucchiere senza poi trovarti in dispensa mezzo quintale di sardine in salamoia invece dei generi di prima necessità che gli avevi chiesto di comprare. Non ha bisogno di essere teleguidato, e se ti chiama dal supermercato è solo per dirti che ti vuole bene.
Maggioranza di B: sarebbe anche intelligente, ma non si applica. Per lui la spesa è solo un noioso dovere: quando non può evitarlo, lo esegue senza partecipazione, e non ricorderà mai la tua marca preferita di pelati, anche dopo cento volte che l'hai mandato a comprarla. Del resto, se vivesse da solo il suo frigo sarebbe sempre vuoto, a parte una coca sgasata e mezzo panino preso al bar di sotto. C'è un lato positivo: pur di evitare di andare a fare la spesa per la cena, accetterà di portarti a mangiare fuori.
Maggioranza di C: è negato, ma purtroppo si applica. E' convinto che fare la spesa sia un'operazione a portata di qualsiasi idiota, tant'è vero che di solito la fai tu. Se su dieci prodotti necessari riesce a comprarne sì e no due, la colpa è sempre degli altri: dei rivenditori che non sanno esporre la merce, dei clienti accaparratori, della tua lista poco chiara. In compenso, ti porta a casa un sacco di roba inutile, acquistata in base a calcoli bizzarri: bagnoschiuma puzzolenti ("così ne usiamo meno"), quintali di frutta secca ("ho letto che le noci nutrono più della carne"), confezioni extralarge di maionese ("un mio collega la usa anche come impacco per capelli"). Se lo ami, sopporta: vedere il proprio partner che si spalma la testa di maionese è un ottimo antidoto contro la depressione.