Pasqua, Dio è Raiuno e Trino (marzo 1997)

Forse i lettori più giovani non ci crederanno, ma, fino alla metà degli anni Settanta, la Rai non trasmetteva pubblicità nel giorno di Venerdì Santo. Bisogna dire che anche i venerdì normali, per noi bambini di allora, erano giorni televisivamente tetri: un quarto d’ora di tivù dei ragazzi e tre quarti d’ora di noiosissimo Vangelo vivo. Era una tivù «di magro», pia, democristianissima, che quasi si scusava di esistere anche durante la santa Pasqua, e, come il tabernacolo nelle chiese, si avvolgeva in uno spesso drappo di contrizione.

Oggi la Chiesa non pretende più da Viale Mazzini il digiuno pubblicitario nel giorno della Passione. E’ da un po’ che non seguo la Via Crucis papale, ma non mi sorprenderei se quest’anno il vecchio Karol salmodiasse «Gesù viene inchiodato alla croce. E adesso due minuti di consigli per gli acquisti», e vai con uno spot della colla Saratoga, molto più efficace dei tradizionali chiodi. La tivù onora il cattolicesimo con rinunce meno eclatanti durante tutto l’anno, secondo un Concordato in ferro e velluto: sì (con moderazione) a cosce e tette, ma silenzio assoluto su omosessualità o educazione sessuale, tolleranza per ebraismo e protestantesimo, relegati in terza serata come gli spogliarelli; sì all’astrologo al Tg1, ma niente spazio a bonzi o imam. La satira sui preti, poi, in tivù corre più rischi di una ragazza in minigonna per le vie di Algeri. Ben lungi dall’essere laica, la televisione, pubblica e privata, è un’ipocrita Gomorra fatta da gente che non crede in nulla per gente che crede a tutto, in cui uno special sulle lacrime della madonnina di Civitavecchia vale un dossier su Ustica. Prima o poi, un gruppo di integralisti catodici (già pronto il nome: «telebani») piraterà l’etere con gli stessi mezzi dei «patrioti veneti» che in questi giorni interferiscono col Tg1. Vedremo Frizzi inviato alle nozze di Cana che regala agli sposi un viaggio alle Maldive, altro che vino. Vedremo un Chi l’ha visto?  speciale-Pasqua, con Giovanna Milella, davanti al sepolcro vuoto, che mostra la foto segnaletica di Gesù e interroga la Madonna: «Signora, suo figlio diceva che sarebbe tornato al regno dei Cieli? Aveva problemi col padre? Faceva uso di droghe?» E il lunedì dell’Angelo – tenetevi forte – Mai dire gol, con i rinnegamenti di Pietro registrati e commentati dalla Gialappa’s («Dice che non lo conosce? Ci ha mangiato insieme la sera prima e fa finta di non conoscerlo? Che schifo»).Personalmente, preferirei una tivù che commemorasse i giorni di purificazione di tutte le religioni, dal Kippur al Ramadan, oltre, naturalmente, agli anniversari della morte di Voltaire e di John Belushi. Buona Pasqua.

Le diete: una minaccia alla democrazia

Avete presente il finale della Maschera di ferro? Il gemello buono viene insediato sul trono e il suo doppio malvagio e dispotico finisce inchiavardato in una cella. Con la parola “dieta” è un po’ la stessa cosa: lei regna, austera e benefica, sulle copertine dei settimanali patinati e sui nostri sensi di colpa, mentre nelle galere del linguaggio politico è incatenato il suo inquietante sinonimo: “regime”. Proprio così, il vocabolario parla chiaro: dieta uguale “regime alimentare”. Un regime autoritario, visto che per lo più consiste nell’eliminare dai pasti i cibi “sovversivi”, soffocare i moti dello stomaco ed esercitare un controllo poliziesco su tutto ciò che passa nel piatto.

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Sanremo ciò che siamo stati…

Fateci caso, la prossima volta che andate al supermercato. Per almeno due mesi, il Tutto-Sanremo di quest’anno sarà la colonna sonora della spesa settimanale. Succede sempre così, tutti gli anni: le canzoni sentite la sera prima sul palco dell’Ariston già dalla mattina dopo sono al lavoro fra gli scaffali della Coop, come brave commesse pragmatiche e senza grilli per la testa, a intrattenere le massaie nello shopping quotidiano.

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