Diario di una mamma imperfetta:
intervista strettamente sentimentale

Mamma: – Emma, devo scrivere l’articolo di agosto per la Mamma Imperfetta. Mi piacerebbe parlare dei tuoi fidanzati, posso?
Emma: – Uhm va bene. (Scoop! Fermate le rotative! Emma finalmente rompe il silenzio stampa sulla sua vita sentimentale! Sarà un pezzo-bomba da leggere sotto l’ombrellone!)
M.: – Allora, ricapitoliamo un po’ la situazione. All’inizio c’era Naigy, il tuo fidanzato invisibile, poi è arrivato Filippo e ora Alessandro.
E.: – Non dimenticare Simoshika, il mio fidanzato invisibile giapponese. Me l’ha presentato Naigy, quand’è tornato dal suo viaggio in Giappone. Scrivilo bene, eh? Si-mo-shika.
M.: – Aspetta, prima devo raccontare di Naigy, e descrivere un fidanzato invisibile non è facile. Mi dicevi che ha gli occhi azzurri e i capelli neri…
E.: – Biondi, erano biondi.
M.: – Eh? Ero sicura che Naigy fosse moro. Se ben ricordo, suo padre fa il macellaio e sua madre lavora al computer a Cesena. E nessuno di noi può vederlo e parlargli, tranne te. Cosa che al babbo non piaceva per niente, perché non si può prendere a sberle un fidanzato invisibile. Ho dimenticato qualcosa?
E.: – Sì, che Naigy va pazzo per il ketchup. Scrivi anche io, Naigy e Simoshika andiamo sempre al Banana-Slurp, il nostro fast-food invisibile.
M.: – Meno male che è invisibile, se no, con un nome del genere, sarei già andata a tirargli i sassi contro la vetrina. Poi è arrivato il tuo primo fidanzato in carne e ossa. Io, naturalmente, ho scoperto tutto a cose fatte. Una volta ti ho riportato a casa dalla piscina e ho saputo che ti aveva cercato questo Filippo. Tu hai richiamato a casa sua, presentandoti tranquillamente come la sua fidanzata. Anzi, moglie, visto che, come mi ha informato la tua maestra, vi eravate già sposati in pompa magna nel giardino della scuola materna. Ma non mi hai mai raccontato come vi siete messi insieme.
E.: – Bè, era da un po’ che lui mi ronzava attorno, mi faceva dei dispettini insomma, si capiva che mi amava. Io gli avevo già parlato di Naigy, ma lui no
Lia: non era geloso di un fidanzato invisibile, e poi comunque in quel periodo Naigy era andato a fare un viaggio. E visto che Filippo mi amava, bisognava che l’amassi anch’io.
M.: – Già, già. Amor ch’a nullo amato amar perdona. E poi eravate un po’ la “coppia reale” della classe, il che non ti dispiaceva. Però bisogna dire che hai avuto una fortuna sfacciata. Non solo Filippo era carino, ma era il seienne più romantico che avessi mai incontrato. Mica come quei mocciosi ai quali correvo dietro io ai tempi dell’asilo, degli sgorbi che se la tiravano da Alain Delon.
E Filippo ha pure una mamma simpatica e una casa stupenda. Dovevate proprio litigare così presto? Adesso lui è fidanzato con la tua amica Jenny, se non sbaglio.
E.: – Ma no, con Giulia. Non ti ricordi che ho scritto un libro in cui racconto che ci sposiamo tutti e tre insieme? Si intitolava “Il famoso amore di G., E. e F.”, e alla festa di nozze partecipavano anche le Superchicche.
M.: – Bellissimo, me lo ricordo, avevi fatto dei disegni meravigliosi. Fatto sta che però tu ora sei fidanzata con Alessandro.
E.: – Lui però sono andata a cercarlo io. E’ così biondo e cicciottello, sembra un bambolotto! Ma a pensarci bene, mamma, forse in questo periodo non ho bisogno di un fidanzato. Tanto ho sempre Naigy e Simoshika, anzi, oggi pomeriggio abbiamo un appuntamento al Banana-Slurp!
(Non so se è il caso di riderci sopra. La potenza dell’immaginazione di Emma è tale che un giorno o l’altro mi si potrebbero materializzare per casa davvero, i suoi due fidanzati invisibili. Ma il Banana-Slurp no, quello non potrei sopportarlo!).

Diario di una mamma imperfetta: il lettone

Nel gergo dei siti Internet, la sigla Faq sta per Frequently Asked Question, ovvero domanda posta frequentemente.
Se esistesse un sito dedicato alle mamme dai tre figli in sù, in cima alla lista delle Faq ci sarebbe: “Ma alla sera come si fa a metterli a letto tutti?“. Si fa, si fa. Basta metterli tutti in posizione orizzontale e aspettare che crollino.
A rischio di farmi radiare dalla lista dei collaboratori di Insieme, lo confesso: non sono ancora riuscita ad insegnare alle mie figlie (nemmeno alle più grandi) ad addormentarsi da cristiane. Mi spiace disilludere chi credeva che io avessi felicemente archiviato la pratica quando Emma aveva due anni. La pratica non è stata archiviata, ma semplicemente insabbiata, quando ho cominciato a ricevere lettere inviperite di mamme che mi accusavano di dare il cattivo esempio perché non avevo ancora circondato il lettone di filo spinato.
A tre anni e due figlie di distanza, alcuni risultati positivi li ho raggiunti: Emma e Gioconda non insidiano più il letto dei genitori, ci lasciano abbastanza tranquilli quasi tutte le notti, e Iris ha già capito da molto tempo che di notte si dorme, salvo qualche poppatina sonnifera. Detto così sembra la perfezione, e, alla lettera, è verità sacrosanta. Ma questo non significa che le mie figlie abbiano imparato a passare tutta la notte nel loro letto. Anzi, nella nostra famiglia l’unica vera regola notturna è che nessuno si sveglia mai nello stesso posto in cui si è addormentato.
Ecco la cronologia di una notte-tipo, e scandalizzatevi pure.
Ore 21.30: accompagno Gioconda ed Emma nei rispettivi giacigli, preventivamente accostati, e mi sistemo nel mezzo con Iris che poppa, finché non vedo sei palpebre abbassate.
Ore 22: cerco di resistere al sonno quel tanto che basta a trasportare Iris addormentata nel suo lettino, in camera nostra, e mi piazzo al computer per un po’ di lavoro extra.
Ore 24: Iris piagnucola, la prelevo dal lettino per consolarla nel letto grande con un po’ di latte e subito crolliamo entrambe, cercando di lasciare una piazza libera per Roberto.
Ore 1.30 circa: Gioconda lascia il suo letto e sconfina in quello della sorella occupandone i tre quarti.
Ore 2:
Emma quatta quatta arriva in camera nostra, tira fuori da sotto il lettone il materassino gonfiabile targato Barbie e ci si sistema, senza svegliare nessuno. Rimarrà lì fino al mattino.
Ore 3:
leggera come un grizzly, sopraggiunge Gioconda, che invade rumorosamente il lettino di Iris (vuoto, per fortuna) e si riaddormenta da sola vuotando un biberon di succo di frutta.
Ore 4: Roberto, esasperato dagli scricchiolii provenienti dal materasso di Barbie, si alza e va a concludere la notte in santa pace nel letto di Emma.
Osservazioni:
1) ormai Iris la sera si rilassa solo quando vede vicino a sé non solo la mamma, ma anche entrambe le sorelle; 2) la povera Gioconda è in piena sindrome della sorella di mezzo, e il suo nomadismo nei letti di Emma e Iris è una trasparente metafora delle sue difficoltà esistenziali; 3) quanto alla primogenita, beh, ha semplicemente ereditato la fatale tara di sua madre, che ogni notte si intrufolava in camera dei genitori e ha smesso solo intorno agli otto anni.
Si domanda: quanto resisterà il povero babbo a questo turbinoso valzer di materassi? Quando i nostri amici raccontano le imprese sonnifere dei loro figli (“Ieri sera è crollato alle otto e si è alzato stamattina alle dieci!” “Quattro ore filate di sonnellino, ti rendi conto?“, “E’ andata a letto da sola, e stamattina ho faticato a svegliarla!“), i suoi occhi si riempiono di lacrime. Dopo, a casa, scatta fra noi il rimpallo di responsabilità: “E’ colpa tua, le hai abituate male!” “Sì, ma tu non ti sei mai imposto!” e via battibeccando, finché non ce la prendiamo unanimemente col Destino che ci ha dato tre figlie dal sonno inquieto.
Tanto vale prenderla con filosofia: prima o poi le bambine impareranno a dormire da sole, e io e Roberto dovremo riabituarci a dormire in due… o saranno le figlie, molto meno tolleranti di noi, a cacciarci via dalla loro camera.

Ottobre 2003

Diario di una Madre Imperfetta/1

«Hai già preparato la valigia?» mi chiede a bruciapelo mia suocera. Valigia? Quale valigia? Possibile che mi sia dimenticata che devo andare in vacanza? La mia espressione interdetta conferma nella signora il sospetto che nutre da tre anni: suo figlio ha sposato la donna sbagliata. «Ma la valigia per l’ospedale – spiega, sconcertata, indicando la mia pancia -. Sei all’ottavo mese, no?». Infatti – balbetto -, mancano ancora un mese e dieci giorni, finora tutto sta andando secondo la tabella di marcia e pensavo che… Mi arriva una replica in stile clan dei Corleonesi: «Io ti ho avvertito». Ecco, ho fatto un’altra figuraccia. Come ieri, quando la mia amica Susanna, mamma di un bimbo di un anno, mi chiede se prendo l’acido folico. Questa la so. No no, rispondo sicura, per pulire il bagno uso solo detergenti non aggressivi. «Ma cosa dici? – fa lei scandalizzata – L’acido folico, cioè la vitamina B6, è un integratore alimentare. Indispensabile in gravidanza. Serve a prevenire le malformazioni del feto». Ah, era la vitamina B6! Certo che la prendo, ne prendo a tonnellate di vitamina B6, Susi, come hai potuto pensare che non… «E i tracciati trisettimanali, quando cominci a farli?» Ehm, ecco… se il bambino non è a rischio forse non servono proprio tutti quei tracciati… «Ah», commenta gelida Susi. Traduzione: «Sei un’incosciente. Una selvaggia. L’onta delle primipare della classe ’65. Scompari dalla mia vista».
Ha ragione lei. Sono una selvaggia. Otto mesi di gravidanza non sono riusciti a trasformarmi in una Gestante Informata e Consapevole. Continuo a pensare che «stato interessante» non significhi per forza «stato preoccupante», e che quello che deve gonfiarsi come un pallone è la pancia della mamma, non la sua testa. Tre visite ginecologiche, tre ecografie e gli esami clinici di routine: ecco il mio curriculum, il minimo sindacale per un nascituro in un paese industrializzato. Da quando ho saputo che si tratta di una bimba e tutto procede senza problemi, faccio quello che una donna in dolce attesa non fa quasi mai: attendo dolcemente. Non ho ancora imparato a memoria il numero di cellulare del mio ginecologo. Frequento un solo corso pre-parto, e non almeno tre come fanno tutte le mie amiche incinte, anche se fino a poco tempo fa credevo che l’episiotomia fosse una scuola filosofica greca (magari!). Non ho comprato nemmeno uno di quei manuali con titoli tipoTutto il pancione minuto per minuto o Fermate il mondo: aspetto un bambino. Anche perché sono così pesanti che solo a prenderli dallo scaffale una donna incinta rischia grosso.
Così, alla fine, anch’io comincio a dubitare di me stessa. A preoccuparmi. A sentirmi in colpa. Ad essere, insomma, una mamma come tutte le altre. Non è che se la gestante non è abbastanza ansiosa il nascituro si convince di essere una cosa senza importanza? Ho già rovinato la mia bimba prima ancora di partorirla? Un rimescolio sopra la milza mi rassicura. E’ una specie di alfabeto Morse di sfarfallii e calcetti che dal quarto mese mi tiene in contatto quotidiano con la piccola inquilina del mio corpo. Con il palmo della mano appoggiata sulla pancia decifro il messaggio: «Lascia perdere tutti quanti, mamma – dice -. Questa è una cosa che riguarda soprattutto noi due. Io mi fido di te. E anche tu devi fidarti di me. E’ la prima volta che nasco, nessuno mi ha insegnato nulla. Eppure finora ho fatto tutto come si deve: mi sono sviluppata regolarmente, mi sono girata al momento giusto e non ti ho nemmeno regalato troppi chili. Se qualcosa non va, ti avverto. Adesso smetti di tormentarti, per piacere. Piuttosto, vai a farti un bel pinzimonio di finocchi e carote. Quando esco di qui devi farmi trovare un latte da sballo. Scusa, dimenticavo: hai già preparato la valigia?»
(queste le trenta righe che ho tagliato:)
«E tuo marito, l’hai coinvolto nella gravidanza?» mi sento chiedere. Coinvolto. Fa pensare a un incidente stradale, a un’inchiesta di Mani Pulite, o comunque a qualcosa da cui una persona normale vuole tenersi alla larga. Si dà per scontato che il mio partner, l’uomo che amo, il compagno che ho scelto per dividere la vita, sia un brutalone che della paternità apprezza solo il lato puramente fecondativo. Oggi in realtà il difficile è impedire ai futuri padri di immischiarsi troppo. Sono apprensivi, scrupolosi, ti aiutano a seguire la dieta e a riordinare la casa, e se ti vedono piegare la schiena oltre un angolo di 30° o sollevare un peso superiore ai 500 grammi ti fanno una scenata. Da otto mesi Roberto è all’erta come un cane da punta, sperando che prima o poi io pronunci il fatidico «Amore, ho voglia di…». Cocomero in novembre, caldarroste in maggio, certi dolci messicani che ormai non si fanno più neanche in Messico: qualsiasi cosa, purché gli consenta di setacciare la città e le zone limitrofe (possibilmente in una piovosa notte di un giorno prefestivo), tornare con la preda e deporla trionfante ai miei piedi. Nemmeno a lui ho dato molta soddisfazione. Sì, una volta mi è venuta una gran voglia di patate fritte di McDonald. Ma era mezzogiorno, ci trovavamo in pieno in centro e passavamo davanti all’ingresso di un McDonald.