Natale, siamo tutti cacciatori di ceste

Come sono tristi e impersonali le ceste natalizie… quando arrivano agli altri. Collocate sotto il tuo albero di Natale, chissà perché, fanno tutta un’altra figura. Anzi, guai se gli auguri del tuo datore di lavoro o del tuo cliente arrivano senza un adeguato corteggio di vini banali e dolcetti stomachevoli, debitamente avvolti in paglia e cellofan. Ma perché questo rito squisitamente pagano scatena emozioni così ambivalenti? Studiamolo più da vicino.

LEI NON SA A CHI DONO IO La cesta natalizia non è mai un dono fra uguali. E’ un geroglifico pappatorio che codifica il tuo posto in una gerarchia, uno status sociale espresso in vettovaglie, un cavallo di Troia mangereccio che occulta una leccata a un superiore o un buffetto a un sottoposto. La corbeille da Arcigola per l’Avv. o il Dott. sottintende una formula d’ossequio tipo «O sublime ingegno, depongo ai tuoi piedi augusti i più scelti frutti di Cerere e Bacco come pegno della mia umile devozione», mentre il set tristanzuolo moscato-panetùn va letto come «Tenga Fantozzi, e non si strafoghi». Ma lo spirito natalizio inzucchera il bieco classismo, e comunque il coinvolgimento emotivo in chi offre la cesta e in chi la riceve è pari a quello di una transazione al casello autostradale. Spesso il contatto diretto fra donatore e destinatario è nullo: la cesta viene confezionata da un addetto anonimo e recapitata da un fattorino ignoto a una portinaia seccata. Invece di respingere il dono al mittente con un biglietto sdegnoso, sia l’Avv. o il Dott. che Fantozzi lo incamerano senza fare una piega: gli uni perché sono troppo superiori, l’altro perché è troppo goloso di moscato e panetùn.

IL VASO DI PANDORO Come le cavallette, le ceste viaggiano a sciami. Nel senso che se sei un tipico destinatario di ceste natalizie, te ne arrivano dalle cinque in sù e con la paglia degli imballaggi potresti imbottire un mammut. Se la cesta è una sola, quasi certamente era destinata al dentista del piano di sopra, e farai bene a imboscarla prima che il fattorino si accorga dell’errore. Quanto al dentista, non ci farà caso: già la settimana prima di Natale la sua sala d’aspetto sembra la dispensa di Gargantua, i pazienti sono costretti a sedersi in un Arcimboldo di torroni, mentre zamponi e culatelli pendono dalle lampade dello studio a mo’ di albero della cuccagna. Fra tutti i professionisti, i medici sono i maggiori beneficiari di ceste, come se i pazienti temessero di non averli ingrassati a sufficienza con le parcelle, o piuttosto nutrissero inconsciamente il sadico desiderio di sottoporli al trattamento di iperalimentazione forzata stile oche da foie-gras. Del resto, se la cesta è un residuo delle regalìe feudali, chi meglio del medico incarna il ruolo di moderno feudatario, nella cui rocca asettica gli inermi vassalli cercano asilo contro gli acciacchi dell’era del benessere? Risultato, nei giorni tra Natale e l’Epifania la seconda categoria più rappresentata nei pronto soccorso, dopo i feriti dai petardi, sono i domestici dei medici, usati come tritarifiuti umani per smaltire le decine di cotechini e le montagne di mandorlati al limoncello.

VIMINI E MISFATTI Con l’ultimo rintocco della mezzanotte del 6 gennaio, le delicatessen delle feste perdono di colpo ogni appeal, e la livida alba del 7 illumina cassonetti dell’organico stivati di zamponi. Niente è patetico come un pandoro che non capisce di aver fatto il suo tempo e, invece di autodisintegrarsi, staziona sulla credenza sperando che qualcuno si decida a cogliere la sua irrancidita verginità. Per chi tollera la vista delle specialità natalizie dopo Natale, ma solo a patto di non doverle mangiare, ecco una mini-guida al riciclo intelligente. Panforte: perfetto surrogato del compensato per il bricolage domestico (qualche dissennato lo usa come freesbee per giocarci col cane, finché la povera bestia non si fracassa i denti nel tentativo di acchiapparlo al volo). Panettone: tagliatelo a fette rettangolari, e avrete una scorta di ottime spugne per il lavello della cucina. Stecca di torrone: l’unico corpo contundente che può superare senza problemi i controlli all’entrata dello stadio. Bottiglia di moscato: collocatela segretamente in casa del vostro nemico, ai primi caldi esploderà meglio di una molotov. Cotechino: opportunamente scavato, diventa un originale salvatelecomando. Lenticchie: tenetele pronte in previsione di un’incursione aerea, quando al Brico saranno esauriti i sacchetti di sabbia per proteggere i vetri delle finestre.

Evento, audere semper! Perché l’Italia è diventata un paese sagricolo

La canicola, le zanzare, la perpetua visione del vicino in mutande sul terrazzo e le sepolcrali repliche in onda sulla Rai non vi abbacchiano a sufficienza? Niente paura: basta infilarsi in macchina e uscire dalla metropoli. La provincia italiana, d’inverno così creativa nell’ideare fattacci di cronaca nera, quando si tratta di organizzare lo svago estivo mostra una deprimente mancanza di immaginazione. Niente di meglio che una visitina a uno dei tanti eventi fuori porta per recuperare il mood cupo e malinconico che le ragazze trovano così intrigante. Ecco le manifestazioni più tipiche.
SAGRE GASTRONOMICHE
Da giugno a ottobre sulla penisola incombe una spessa coltre di grasso bruciato: è il fall-out delle migliaia e migliaia di kermesse mangerecce nate per «valorizzare i prodotti del territorio». Bè, quanto a valorizzare, ci riescono benissimo, visto che paghi tre volte tanto lo stesso risotto ai funghi della trattoria all’angolo, ma ciò non impedisce che le sagre vengano immancabilmente prese d’assalto da orde di famigliole indigene e di turisti panzoni che sfidano il collasso da caldo pur di pranzare, dopo ore di attesa, in un ambiente stile campo-profughi dove la cosa più digeribile che puoi trovarti nel piatto è una mosca cavallina. Saremo pure nell’era di Internet e nel cuore dell’Occidente opulento e avanzato, ma la prospettiva di strafogarsi di cibo bisunto risveglia nell’homo tecnologicus lo stesso scomposto entusiasmo che suscitava nel villano alto-medievale. La differenza è che il villano dell’anno Mille dopo la scorpacciata alla Sagra della Salsiccia tornava a far la fame per 364 giorni, il turista del Duemila limita il digiuno tutt’al più a mezz’ora, quanto basta per raggiungere in macchina la vicina frazione dove si tiene la Sagra della Trippa, e ricominciare da capo.
RIEVOCAZIONI STORICHE
Fioriscono da un capo all’altro del Paese, a riprova del fatto che chi non conosce il proprio passato è condannato a ripeterlo tutti gli anni con il patrocinio della pro-loco e del Supermarket della Poltrona. Finché si tratta del Palio di Siena, pazienza: è primitivo e disumano, ma ogni popolo ha i suoi tempi di civilizzazione, e per i senesi sfidarsi a cavallo è già un progresso visto che prima dell’introduzione del Palio le rivalità fra contradaioli si risolvevano a coltellate. Per il resto, su mille pagliacciate medievali prodotte sul territorio nazionale, una sola ha qualche giustificazione storica, le altre 999 sono frutto del prolifico connubio tra la mitomania dell’assessore alla Cultura e la cupidigia dell’assessore al Turismo di un Comune dove non succede una fava dall’Età del Bronzo. Che si rievochino gli sponsali di ser Balzellone del Ficosecco, la disfida fra Guelfi e Ghibellini o l’invasione dei perfidi Saraceni, il programma della manifestazione è sempre lo stesso: inaugurazione alla presenza di un Vip (in genere un residuato della penultima edizione del Grande Fratello), dopodiché metà della cittadinanza si accalca lungo il corso per sfottere l’altra metà che sfila conciata a mo’ di comparsa di Brancaleone.
CONCORSI DI BELLEZZA
Non sta bene sputarci sopra, specie di questi tempi: l’elezione della miss è la perfetta sintesi dei due valori-simbolo della civiltà occidentale, il voto e le donne nude. Perfino le femministe hanno smesso di criticare i concorsi di bellezza, perché sono l’unico appuntamento elettorale in cui i maschi votano volentieri per una donna. Ma se d’estate diventano un must è perché rappresentano un mezzo infallibile per riempire un locale: ogni candidata si porta dietro uno stuolo di parenti e amici che danno vita a un tifo da cinodromo, e lo sboccato che scandisce «Nu-da-nu-da» alla biondina in passerella se va bene è suo zio. I tempi sono cambiati: una volta le ragazze partecipavano ai concorsi di bellezza di nascosto da papà e mamma, oggi sono loro che ce le mandano a calci nel sedere, perché sul mercato del lavoro un titolo di «Miss Poppe a Pera» vale molto più di una laurea. Ci sono modi peggiori di buttarsi via: in fondo per aspirare a una fascia da miss si richiedono bella presenza, garbo e quel po’ di educazione sufficiente per trattenersi dallo scoreggiare in pubblico. Cioè, molto più di quanto si pretende per lavorare in televisione.
(estate 2003)

Comò profondo! Dal vostro inviato al Salone del Mobile

Cosa sogna in questi giorni il tuo divano sdrucito e deturpato dai peli del gatto? Che la fata madrina lo trasformi in un pezzo di design, per trionfare al Salone del Mobile di Milano, il mega-show dell’arredamento dove una sedia costa come Gisele Buendchen, ma è meno legnosa. Ecco in anteprima tutte le novità, stanza per stanza.
CUCINA
Il Salone conferma che oggi la cucina è un locale polifunzionale, dove si può leggere, lavorare, incontrare gli amici, suonare il sax – poi si scende a mangiare alla trattoria di sotto. Trionfano l’acciaio inox, le linee essenziali e le soluzioni hi-tech: la kitchen del XXI secolo ti accoglie con tutto il calore di uno studio dentistico. Ma per sdrammatizzarla basta poco: ti fai un caffè, e già è ridotta un cesso. L’interior-designer trova semplicemente intollerabile che in cucina qualcuno intenda cucinare sul serio, e dissemina mille trabocchetti per scoraggiare l’incauto: sgabelli da trampoliere perfetti per inciamparci quando si tiene in mano una pentola con del liquido bollente, lavello delle dimensioni di un ditale, cappa con spigolo ad altezza tempia del cuoco, niente pattumiera, forno gigantesco, solo che dentro c’è lo stereo. Tutto si spiega col fatto che nove volte su dieci il creativo è un single incapace di friggere un uovo, e che a cinquant’anni mangia dalla mamma, in una buona vecchia cucina stile Orietta Berti…

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2004/ELEZIONI: NIENTE AMORE, SOLO SEGGIO

Il cast sembra assortito dalla Endemol: una mezza dozzina di studenti ambosessi, disoccupati o atipici a canna, più uno statale di mezza età con tendenze dispotiche. Il format li obbliga a coabitare per cinque giorni in una fetida aula scolastica compilando registri e spulciando schede. E’ la sezione elettorale il prototipo dei reality show, o, come la definiscono i critici d’arte contemporanea, un Ur-Grande Fratello ibridato con un happening di Allan Kaprow? Lo verificheremo domenica, quando dalle 6 alle 22, tutti potremo interagire creativamente con i performer votando, o solo guardarli mentre scrutano, amoreggiano o si imboscano le biro. Intanto, scopriamo alcuni aspetti del “making-of”..

IL BALLO DI SAN VOTO
La strada della democrazia è lastricata di soprusi. Esempio, il presidente di una sezione elettorale non viene eletto dai suoi membri, ma imposto dall’alto. Compito del presidente è nominare il segretario (di solito l’unico fra giovinastri cresciuti nell’era digitale che sa ancora usare una penna) e strapazzare il resto della ciurma urlando come Trapattoni a bordo campo. Vigilare sulla correttezza del voto è per lui un obiettivo secondario. Quello principale è battere sul tempo il presidente della sezione 407, suo rivale fin dalle Europee dell’84, un negriero in monocolo e stivaloni che gira con uno staffile e riesce sempre ad aggiudicare al suo equipaggio il titolo di Sezione Più Veloce. Per sconfiggerlo l’avversario usa tutti i mezzi, dal sabotaggio dei temperini al lassativo nell’acqua minerale. Unisce i duellanti il disprezzo per i rappresentanti di lista, sempre pronti a scambiare per brogli il loro sano agonismo.

IL RATTO DELLE CABINE
La prima brutta sorpresa per lo scrutatore è che l’unica sedia da adulto è stata requisita dal presidente e che per cinque giorni lui dovrà accoccolarsi su un banco da scolaretto dal quale si rialzerà rattrappito come Leopardi. Seconda brutta sorpresa, lo spoglio delle schede è l’ultimo dei suoi doveri. Prima bisogna aprire gli scatoloni con le scenografie che trasformeranno un’aula di II elementare in un tabernacolo di democrazia. Pregevole modernariato anni ’50, dalle urne tarlate alle cabine con i graffiti vintage “Abbasso Saragat”, alle matite che Gaber buonanima “quasi quasi si portava via”. Poi occorre staccare dalle pareti tutti i disegnini degli alunni per far posto alle liste dei candidati. Problema: come appendere un manifesto formato lenzuolo con lo scotch fornito dallo Stato, adesivo su qualunque superficie che non sia carta o muro? Il segreto è appendere le liste in obliquo (per una nota legge fisica, il manifesto appeso diritto si stacca continuamente, quello sbilenco non fa una piega neanche con un sesto grado Richter), altrimenti finisci imbozzolato nel manifesto e nello scotch, e il presidente ti obbligherà a fare l’uomo-sandwich. A questo punto, approntati i registri, si devono contare le schede vergini e pre-piegarle una a una secondo lo schema ideato dai Padri Costituenti, prima di consegnarle all’elettore. (Fatica inutile: malgrado la pre-piegatura, nove elettori su dieci chiudono la scheda a casaccio, il che spiega come mai Italo Calvino decise di ambientare la sua “Giornata di uno scrutatore” direttamente al Cottolengo).

OGNUNO FA LA SUA CROCE
Come ben sanno gli scrutatori di lungo corso, le elezioni fanno sentire giovani i vecchi e vecchi i giovani. I neo-elettori non si affannano, vanno a votare alla sera e si spicciano in pochi minuti, come se non avessero fatto altro nella vita. I vegliardi si agitano come matricole e si fiondano al seggio all’alba, convinti che funzioni come al mercato: chi arriva prima si accaparra i candidati migliori, mentre i tiratardi devono votare gli scarti. Certi nonni votano dal ’46 ma non hanno ancora capito che la preferenza non va espressa a voce alta allo scrutatore. Per non parlare di quelli che cercano nelle schede i partiti della Prima Repubblica, costringendo gli scrutatori a improvvisare un sunto bipartisan degli ultimi 15 anni di storia italiana. Meglio lasciare ai vecchietti le loro illusioni, in stile Goodbye Lenin, almeno finché ogni sezione non verrà fornita di defibrillatore.

ANALISI DELLE URNE
Concluse le operazioni di voto, arriva il momento più difficile: la conta ad alta voce. Lo scrutatore deve appellarsi a tutto il suo self-control per non salutare ogni voto con pernacchie o “evvài” a seconda del suo personale orientamento. Soprattutto deve resistere alla tentazione di completare di nascosto le schede bianche con una crocetta a suo piacimento o di ingoiare quelle favorevoli a chi gli sta sulle balle. Al massimo può distrarsi con le schede nulle, sperando invano di intercettare la leggendaria fetta di mortadella con relativo “magnatevi pure questa”. Forse non è una leggenda, ma oggi la mortadella costa come il Parma, e neanche i qualunquisti hanno soldi da buttar via.
(da Urban, giugno 2004)

FESTIVALBARNUM!

Quinto principio della Termodinamica: quando il termometro sale, il livello delle canzoni scende. Il senso estetico va in naftalina coi cappotti, e anche i supersnob che fanno le vacanze nell’agriturismo chic in Toscana si sorprendono a cantare sotto la doccia l’ultima scemenza a base di sole, mare e «sì señor». Nella fiduciosa attesa di un vaccino che ci immunizzi dai tormentoni estivi, indichiamo alla scienza i portatori del contagio, schedati per categoria.
LA CHICA LATINA. Pancia scolpita in vista, chiappa basculante, scapigliatura platiné (ma con due centimetri di ricrescita corvina), schizza sensualità e sebo da tutti i pori. Il suo hit estivo-tipo è una ramanzina sexy-incazzosa al solito boyfriend freddino e stronzetto stile ministro Tremonti.

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CANNES CHE ABBAIA NON MORDE

Fra tutte le brutte cose che terminano in “-filia”, la cinefilia rimane in fondo la più innocua. La macchietta del moviegoer bilioso immortalata da Nanni Moretti più di vent’anni fa ha sdoganato la categoria presso i quarantenni, ma oggi le generazioni più giovani sono impreparate a confrontarsi con spettatori a ridotta capacità di appiattimento. Uno degli ostacoli maggiori alla serena convivenza fra noi e i cinefili è la loro patologica suscettibilità. Ma basta evitare alcune frasi pericolose, e li vedremo sempre mansueti come agnellini.
“CHISSA’ COSA DARESTI PER ESSERE A CANNES, EH?”
Sconsigliabile. Il cinefilo doc oggi prende in considerazione solo festival semiclandestini in luoghi impervi o desertici. Del resto solo i profani credono che Cannes sia ancora una rassegna cinematografica, e non la vetrina delle ultime novità trucco-capelli dell’Oreal, l’unico colosso della cosmetica il cui parco-testimonial annovera più attrici e modelle dell’agenda del pm John Woodcock…

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Halloween: il morbo della zucca pazza

Sono giorni che vedi banconi dell’ipermercato pieni di zucche di ogni forma, dimensione e materiale, cappellacci a cono e paccottiglie stregonesche. No, non hai ingerito sostanze psicotrope: di psicotropo c’è solo l’imbecillaggine che, da qualche anno, induce migliaia di italiani, specie nella fascia under-18, ad attendere con ansia la notte del 31 ottobre. Ovvero lo stramaledetto Halloween. Alle solite: ultimi a imparare l’inglese, primi a scimmiottare qualunque boiata made in Usa, meglio se supportata da tonnellate di merchandising made in China. Ma se Halloween è diventato la festa ultra-global per eccellenza è perché ormai ha fatto gli zebedei come due mappamondi a tutti gli adulti ragionevoli. Analizziamo il fenomeno nel dettaglio.

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Strettamente pedonale

In tempi di crisi gli esperti consigliano di investire nel mattone. Ma l’investimento più sicuro, almeno in Italia, rimane quello del pedone. Ecco i titoli più “caldi” nella Borsa del Pirata della Strada.
IL VECCHIETTO. I palinsesti tivù durano 24 ore al giorno, i supermarket portano la spesa a domicilio, il cagnolino è morto sei mesi fa, le osterie non ci sono più: cosa spinge nel 2003 un settantenne a metter piede fuori di casa? Il solito medico irresponsabile, che contro reumatismi, osteoporosi e varici raccomanda tante passeggiate. Risultato, invece che spegnersi quietamente in poltrona davanti alla “Prova del cuoco”, i nonni se ne vanno in giro a rischiare la vita complicando quella degli automobilisti. Perché il pensionato italico, col suo look tutto giocato sui toni del grigio-maròn, si confonde perfettamente con il manto stradale e risulta invisibile, giustificando l’alibi addotto dal 99 per cento degli investitori di vecchietti (“proprio non l’ho visto”). Per ridurre i rischi basterebbe indossare abiti sgargianti e tingersi la canizie in colori catarifrangenti, stile Nonni a Beverly Hills, o, più semplicemente, imparare a volare, ma i cocciuti vegliardi non ne vogliono sapere, e continuano a pretendere che siano i conducenti a rallentare. Peggio per loro: un recente studio del Ministero del Welfare prova che attualmente la strage di pedoni anziani è lo strumento più rapido ed economico per ridurre la spesa pensionistica.

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Influenza: in medio stat virus

Sei al cinema, in ufficio, o nella metro affollata di volti anonimi. Tu non la vedi, ma lei ti ha adocchiato, e ti senti strano. Poche ore dopo siete a letto insieme. Sai benissimo che per lei non sei il primo: se la sono già fatta tutti i tuoi amici, la tua fidanzata, il tuo nipotino di sei anni e qualche milione di italiani, stando a quel che dice il tiggì. Ma nessuno se la prende, perché lei, l’influenza, prima o poi la prendono tutti. Più che un’epidemia, una stakhanovista del malanno stagionale che ogni autunno sbarca in Europa dal lontano Oriente, e se ne va in primavera, quando le scade il permesso di soggiorno. Se non vuoi che si accorga di te, o se hai già il tuo daffare con i raffreddori e la bronchite cronica regalati da umidità e smog cittadino, puoi scegliere fra le tre possibilità indicate qui sotto. Però dopo non dire che non ti avevamo avvertito.

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Cook-look

Il cibo è moda e cultura, ma basta provare a indossare una pasta e fagioli o a leggere una scaloppina per intuire che forse il cibo è anche una cosa che si mangia. Meglio se fuori casa e con gli amici. Se proprio vogliamo dimostrare anche a tavola il nostro disprezzo per l’ovvio, meglio aggiornarci sulle ultime tendenze nel campo della ristorazione. Ecco cosa bolle in pentola.
Cook-Look
Per il vero gourmet gustare le pietanze è un prosaico corollario al più raffinato piacere di ammirare i gesti sapienti dello chef. Di qui il successo di Cook-Look, il ristorante-spettacolo: gli avventori vengono accolti in cucina, dove possono contemplare le gesta del cuoco, lanciargli fiori e incitarlo con cori e striscioni, sbocconcellando un tramezzino portato da casa. Al leggendario «El Bulli» di Ferran Adrià, con un minimo sovrapprezzo si possono perfino sbucciare le cipolle e pulire le casseruole, o farsi cazziare da Adrià in persona perché ci sono dei grumi nella besciamella. In Italia il guru del Cook-Look è il grande Gianfranco Vissani: la cucina del suo locale è sempre affollata di Vip, mentre lui e i camerieri, seduti al tavolo, aspettano che la cena sia pronta.
Feedness
Chi non sa rinunciare alla fitness nemmeno in pausa pranzo ha trovato la soluzione ideale. No, non è il manicomio: è la Feedness, il pasto-ginnastica che impazza nella City londinese e si prepara a conquistare i businessmen italiani. La ricetta per tonificare i bicipiti anche a tavola è semplice: cibi leggeri, posate da un quintale. Il panino va acchiappato con i piedi, dondolandosi da una sbarra, e per conquistare un’insalata bisogna inseguirla a rotta di collo su un tapis roulant al ritmo di «YMCA» dei Village People. Al momento della frutta, il cameriere inchioda una mela sul pavimento e il cliente, in posizione prona, deve sbocconcellarla ritmicamente eseguendo trenta flessioni. Poi, di corsa in ufficio, previa sosta in pasticceria per rinfrancarsi con una carriolata di bigné.
Cucina microbiotica
Nata per caso in una trattoria di Rotterdam – il cuoco non si era accorto che il frigorifero era guasto – questa cucina piacerà anche agli ecologisti di casa nostra per il suo tono decisamente «verde» (verde-muffa sul pane, verde-zombie nella bistecca, verde-lavanda gastrica sulle facce dei commensali). Ma quel che fa la differenza fra un comune ristorante macro- e un microbiotico, oltre allo stuzzicante profumo da negozio di esche vive, è l’atmosfera calda e conviviale, specie quando irrompono i Nuclei Antisofisticazione. E’ possibile ascoltare anche musica live, ma solo quando i bacherozzi sono in vena.
Schoolfood
Mentre sushi, kebab e cuscus ormai spopolano nelle mense scolastiche, scende sul piede di guerra una generazione di trentenni nostalgici disposti a tutto per ritrovare la pastasciutta collosa e le carote bollite dei tempi delle elementari. E così, la «next big thing» in fatto di cucina esotica è proprio la dieta dello scolaro. A Milano è imminente l’inaugurazione di «Pensa ai bambini africani», un ristorante arredato con tavolini di formica e seggioline mignon, specialità pollo lesso e formaggino. Il personale è addestrato a mollare scappellotti ai clienti che non finiscono la verdura o fanno gli aeroplanini con le carte di credito.
Brunchinner
Evoluzione europea del «brunch», la colazione-pranzo da farsi in tarda mattinata, il trendyssimo brunchinner ingloba anche la cena. Il risultato è un menù a tutto campo: brioches farcite di cacciucco, trenette al pesto e marmellata, cappuccino corretto maionese, cassoeula ai corn-flakes. Insomma, il brunchinner è un «pasto totale» che toglie l’appetito per tutta la giornata, e a volte anche di più. L’unico problema è l’orario: ci si mette a tavola alle otto del mattino, ci si rialza alle quattro di notte e in quelle quattro ore non si sa cosa fare, se dormire o cercare un’Alka Seltzer.