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20.12.07

Un racconto di Natale: Achtung Canditi!

Se non vi piacciono i canditi, a Natale avete due possibilità: scartare il panettone e scegliere il pandoro (che, diciamo la verità, è un po' sciapo), oppure tenervi il panettone e chiamare me. Sono l'ispettore Poffice, l'acchiappacanditi. I miei colleghi alla centrale di polizia dicono sono un po' suonato. "Un asso come te - blaterano - dovrebbe dedicarsi alla caccia ai banditi. Canditi e affini non sono il tuo ramo". Che allocchi. Tutti sono capaci di acchiappare un bandito. Provate voi a infilare le manette a un candito, e poi ditemi se è così facile. E poi i bambini preferirebbero trovarsi nel panettone una gang di banditi - anzi, forse gli piacerebbe un sacco - piuttosto che un candito piccolo così...

Quei maledetti devono stare nel loro territorio: le cassate, le pastiere napoletane e i cannoli. Ormai mi conoscono: mi basta dire due paroline a un panettone sospetto, e tutti i canditi escono a mani alzate, senza fare storie e senza lasciare briciole sulla tovaglia. Un lavoro pulito, insomma.
Uno solo mi ha dato filo da torcere. Tony Cedro, il più verde, inafferrabile e astuto pezzetto di frutta mai entrato in un panettone. Una leggenda vivente: si diceva che fosse l'unico frammento superstite del Grande Candito, un pianeta glassato esploso milioni di anni fa. Riusciva ad infilarsi nei biscotti savoiardi, nei dadi da brodo e perfino nei formaggini. Lo tallonavo dall'inizio della mia carriera: la sua foto segnaletica, di fronte e di profilo, stava sul mio comodino, accanto alla sveglia e alle mentine, e tutte le notti sognavo di affogarlo nella crema di ricotta.
Ricordo ancora quella dannata vigilia di Natale. Avevo ripulito tutti i panettoni della città, ma di Tony Cedro nessuna traccia. L'ultima retata l'avevo fatta nel pomeriggio. Un'emergenza: il panettone destinato alla cena di Natale del sindaco era pieno zeppo di canditi. I suoi figli minacciavano una sommossa. Un lavoretto da niente: cinque minuti, e il panettone era più immacolato di un pandoro. Fra gli arrestati, due ciliegie-boss di prima grandezza, e Cedro mancava ancora all'appello. Ormai era inutile tormentarsi: era quasi mezzanotte e bisognava festeggiare. Il mio pasticciere di fiducia mi aveva appena consegnato un panettone fatto apposta per me: senza l'ombra di un candito e zeppo di uvetta.
Ma, accidenti, quella scaglietta sulla crosta dorata del mio dolce era troppo verde per essere un'innocua sultanina. Per mille milioni di liquirizie succhiate! Non potevo crederci: ero faccia a faccia con l'imprendibile Tony Cedro. "Sei in trappola, maledetto. Non so come sei riuscito rovinare il mio panettone, ma da oggi in poi non potrai più rovinare il Natale ai ragazzini. Ti dichiaro in arresto. Uscirai da questa stanza solo dentro una cassata da morto". Tony si arrampica a fatica fuori da un oblò di pasta. Ma era davvero lui? Opaco e rinsecchito, non assomigliava certo a un pericoloso latitante. "Hai vinto, Poffice, - sussurra con una vocina debole debole - mi arrendo. Mi sono infilato apposta nel tuo panettone perché finalmente mi acchiappassi. Sono vecchio, il mio zucchero non è più quello di una volta. Prendimii, te lo chiedo per favore". Non me l'aspettavo. Quella formichina era il leggendario Tony Cedro, lo scassinatore di panettoni, il profanatore di savoiardi? "Ti vedo deluso, ispettore, - mi fa - ma mi avevi sopravvalutato. Voglio raccontarti la mia storia". Anni prima era stato una semplice scorza di agrume siciliano, spinta dal bisogno a lavorare al Nord, come tanti suoi amici. Gli avevano detto che lassù c'era bisogno di loro: la Grande Fabbrica di Panettoni aveva fame di canditi. "Tanti anni di onesto lavoro - singhiozzava Tony - finché qualcuno si è accorto che ai bambini non piacevamo. Ma dimmi, Poffice, perché ce l'hanno proprio con noi? Quei mocciosi parlano sempre di cacca, piscia e puzza, e poi se la prendono con dei pezzetti di frutta zuccherata. Hai mai visto un candito in un biscotto alla moda, in una merendina della televisione? L'ultima riserva per noi era il buon vecchio panettone natalizio. E adesso tu vuoi scacciarci anche da lì".
Piangeva, povero vecchio Cedro. E anch'io ero un po' commosso. Ma cosa potevo fare per lui? "Mangiami, ispettore - implora Tony - E' il regalo più bello che puoi farmi: permettermi di coronare la mia carriera con dignità. A questa età, con i miei acciacchi, finire in una cassata umidiccia sarebbe una tortura. Da' un morso a questa fetta di panettone. Non ti accorgerai neanche della mia presenza". Cosa? Mangiarlo? Sai che figura, se si veniva a sapere in giro. Vedevo già i titoli sui giornali: "Poffice venduto - Il grande nemico dei canditi manda giù Tony Cedro". Nessun bambino si sarebbe più fidato di me. "Non lo saprà nessuno, ispettore. Facciamola finita. Ormai non sono che l'insapore fantasma di un candito, e non farei paura neanche al più schifiltoso dei ragazzini. Prova e vedrai".
Così è finita la grande sfida tra me e Tony Cedro, e dopo tanti anni ancora non ho capito chi di noi due ha vinto. Ma adesso scusatemi, mancano poche ore a Natale e ho ancora un bel po' di panettoni da perquisire. C'è stata una soffiata: il nipote di Tony, Bobby Cedro, è stato visto in città, spavaldo e fresco di glassatura. Mestiere duro, quello dell'investigatore.
Ah, già, dimenticavo: buon Natale, pivelli.
(da Cuoricino, inserto per bambini di Cuore, dicembre 1993)

Posted by Lia Celi at 23:10 | Commenti (3)

13.04.06

Quattro Messia

da "Cuore", luglio 1996

3 settembre

Cuore '96: Secondo le mie informazioni, Mary Gutierrez risiede attualmente al 15342 di Sunset Boulevard. Villa favolosa. Immagino vi lavori come domestica. La dimora appartiene infatti a Ginger Titts, la Bette Davis del porno. All'entrata del giardino in stile jungla, vengo placcato da un nerboruto sorvegliante, e dopo una meticolosa perquisizione da parte di due gorilla e un tentativo di stupro da parte di due gorilla veri, spiego i motivi della mia visita: Mary Gutierrez e suo figlio Joshua. Uno dei gorilla ringhia qualcosa in un cellulare, e poco dopo appare una maestosa pariglia di dirigibili rosa carne, aggiogata da un esile torace: Miss Titts, appunto. "Sono io Mary Gutierrez - risuona una vocina nell'angusto corridoio fra i due Zeppelin - come fa a conoscere il mio vero nome? E chi le ha detto che ho un figlio?".

Dieci anni fa, quando fu scelta dall'Organizzazione, miss Gutierrez era la più bruna e pudibonda cameriera mai assunta da McDonald, fidanzata a un gommista di Sacramento. Ho visto (per puro caso!) qualcuno dei film di Ginger, e l'idea che la star di Pompe nella pampa e Uomini e tope si occupi dell'educazione del messia del 2020 mi riempie di terrore... Che farà, da grande, moltiplicherà i vibratori? "Il mio istituto è interessato a suo figlio, miss Titts - boccheggio -. Un ragazzo superdotato, a quanto pare". Forse ho usato l'aggettivo sbagliato. Ginger impallidisce (lo intuisco dallo sbiancare dei dirigibili) e tuona: "Non ci provare, verme. Superdotato o no, Joshua farà carriera solo col suo cervello. Il mio sporco mestiere riguarda solo me, capito?" La mia missione, però, ha un'improvvisa svolta positiva. Dal giardino emerge un ragazzino scuro, altero e nasuto, avvolto in un magliettone Nike, cui Ginger intima "Sta' indietro, Joshua. E' il solito pedofilo". Il piccolo si erge in tutto il suo metro e ventisette, e, con un lampo negli occhi, le domanda gelido: Che ho a che fare con te, donna? Non è ancora venuta la mia ora. Riconosco il versetto di Giovanni 2, 4: è Lui! Mi butto in ginocchio e strisciando umilmente sull'erba cerco di avvicinarlo, per accertarmi se cresce in virtù e sapienza, ma vengo subito placcato da un numero imprecisato di gorilla e sputato fuori dal cancello. Ho appena il tempo di ripulirmi e di saltare sul primo aereo per Rio de Janeiro.

5 -8 settembre

Cuore '96: Mi preparo a incontrare Nazarinho, nato da Encarnaçao Pereira e, per il mondo, da Josè Dos Santos, carpentiere in Rio. Il messia carioca dovrebbe essere cresciuto in povertà, ma lontano dall'indigenza, grazie alle elargizioni discretamente inviate ai Dos Santos dall'Organizzazione. Mi reco nel quartiere dove abitavano. Lì scopro che José è morto da un anno, e la famigliola si è trasferita nello stato del Minas Gerais, in cerca di lavoro.

Con un viaggio fortunoso, raggiungo il villaggio nei pressi di Bocaiùva dove si sono stabiliti i Dos Santos, ma, alle mie richieste di notizie su Encarnaçao e Nazarinho, i paesani rispondono con ringhi, bestemmie e sibili maligni. Il parroco del villaggio, cui snocciolo la formula di rito (ricercatore, istituto, piccolo genio, eccetera, si confida): "Non so che dirle, quella donna e suo figlio hanno qualcosa di strano. Vede, qui tutti i bambini dagli otto ai quindici anni lavorano a cottimo negli altoforni. Carbone di legna per le acciaierie tedesche e americane, mi spiego? Una famiglia di quattro persone produce due camion di carbone al mese, lavorando trenta giorni su trenta. Ora, i Dos Santos sono in due, e riempiono ventotto camion al mese. E senza bisogno di andare all'altoforno. La madre porta a casa un paio di fascine, e poco dopo passano i camion a caricare quintali di ottimo carbone. Guardi laggiù la loro capanna, che lusso. Non c'è da stupirsi se i vicini li odiano. Ma Nazarinho non l'ha mai visto nessuno: la madre lo tiene segregato in casa, e presidia l'ingresso per scoraggiare i curiosi". Scoraggerebbe chiunque, Encarnaçao: decisamente bene in carne, porta bene i suoi trent'anni come Mike Tyson porterebbe un tutù. Però il gonfiore sul suo fianco destro non è un cuscinetto adiposo, ma una Beretta 7.65.

Devo vederLo. Scivolo cautamente sul retro della casupola, e sollevo il pannello di frasche che scherma una finestrina. Alla luce di una lampada riconosco, chino sul pavimento, un ragazzino nasuto e altero, scuro di pelle e di carbone. Impone le mani su un bastoncino, che si trasforma istantaneamente in una nera catasta. La madre si affaccia a controllare ("Sbrigati che fra mezz'ora passano i camion") e ritorna alla sua postazione. Di nuovo solo, Nazarìn si copre il viso con le mani. E' con un tuffo al cuore che lo sento mormorare: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Bisogna avvertire subito l'Organizzazione: Nazarinho Dos Santos dovrebbe affrontare la sua Passione a 33 anni, non a dieci.

10 settembre

Nella sala d'aspetto dell'aeroporto, dove attendo di imbarcarmi per Roma, culla del terzo Messia, conosco tre simpatici agenti di commercio mediorientali. Lavorano nell'import-export di prodotti di lusso: gioielli, essenze, profumi. Mi raccontano un episodio curioso accaduto dieci anni fa proprio a Roma. "Erano i primi di gennaio e dovevamo partecipare ad una fiera. Salimmo in taxi per recarci sul posto, ma ci accorgemmo di avere smarrito l'indirizzo. Melchiorre disse che lui l'indirizzo se lo ricordava, e farfugliò qualcosa al taxista. Andammo a finire in un orrendo quartiere di periferia. Vatti a fidare della memoria di Melchiorre! Cercare una fiera lì era come cercare un villaggio Sioux in Pakistan. Ce ne stavamo come tre cucù, con le valigie del campionario in mano, quando uscì da un portone un ubriaco in maniche di camicia, con una bottiglia di champagne in mano. "Venite! - urlava - Venite a vedere il nostro Salvatore". Gli era nato un maschietto da poco, e sua moglie era appena tornata dalla clinica. Ormai era troppo tardi per trovare la nostra fiera, e decidemmo di seguirlo. La casa scoppiava di amici e parenti, e dopo un'ora anche noi, Allah ci perdoni, eravamo completamente sbronzi. Prima di andarcene, per ringraziare quella brava gente e onorare il piccolo Salvatore, decidemmo di regalargli qualche articolo del nostro campionario. Io offrii una catenina d'oro per il bimbo, Melchiorre e Baldassarre dei profumi per la mamma".

Conosco quell'indirizzo. Tor Bellamonaca. Sta nel fascicolo 4 del mio dossier, "Salvatore, di Concetta e Peppe Iacalone".

15 settembre

Cuore '96: Sto per pigiare il campanello degli Iacalone, quando dal portone esce un ubriaco in maniche di camicia. "Venga lei, venga dentro - urla, trascinandomi a forza in casa sua - me lo deve dì, porcoddìò". Peppe Iacalone, I suppose. "La verità, capito?" mi fiata in viso con un alito che il governo turco userebbe volentieri contro i kurdi. Nel salotto stile Nonno Ugo XVI, una signora dal volto indurito e dai fianchi infrolliti sta abbracciando un ragazzino scuro, altero e nasuto. Iacalone lo abbranca bruscamente e me lo sbatte davanti. "Lo guardi - farfuglia -, e poi guardi me. Je sembra fijo mio?" "Me pari un matto, me pari" commenta gelida la moglie. "'A zozza, taci che te rompo", intima il bruto. Lo osservo attentamente, e capisco. L'Organizzazione avrebbe fatto meglio a non scegliere come padre terreno di un ragnetto nero la versione borgatara di Erik il Vichingo. "Ma se è il suo ritratto - mento -, Le orecchie..." "E' nero de pelo, legge de continuo, magna come 'na formica. Manco a su' madre, somija", geme il Thor-Bellamonaca. "Perché tanti sospetti, signor Iacalone? Non sarà la prima volta che vede Salvatore". "Mo' je spiego - interviene la signora -, si no famo notte. Ieri er regazzino ha fatto la cresima. A 'n certo punto er vescovo lo benedice, lui s'inginocchia in mezzo alla chiesa e bum! Se sente 'na vociona dar soffitto che dice: Questo è il mio figlio prediletto. In lui mi sono compiaciuto. La gente, se figuri, giù a spettegolà". "Io te rompo, brutta zoccola - ringhia Iacalone - levati dall'occhi mia, tu e quell'artro, si no ve riduco come un supplì". Per precauzione, consiglio alla signora di radunare gli effetti personali suoi e del piccolo Salvatore e di trasferirsi presso un parente, e avverto l'Organizzazione di provvederla di una discreta ma efficiente scorta. La ribellione di Giuseppe non era stata messa in preventivo.

20 settembre

Cuore '96: L'Organizzazione non è infallibile. L'errore tattico commesso con papà Iacalone è nulla rispetto all'imprudenza che rischia di compromettere la sezione russa del progetto MultiVerbo. Dieci anni fa, far nascere un Gesù in Urss pareva una mossa molto opportuna. Meno opportuno si è rivelato, a posteriori, impiantare nel marzo 1986 il prezioso clone tratto dalla Sindone nell'utero di Marja Ioakimova Davidenko, residente in una cittadina dell'attuale Bielorussia: Chernobyl. Le radiazioni sprigionatesi dalla centrale nucleare il mese successivo investirono in pieno la gestante e l'embrione del piccolo Christo. Entrambi, fortunatamente sono sopravvissuti. Il mio incontro con il messia bielorusso è incoraggiante: ritrovo Christo fra i dottori, come narra il vangelo di Luca. Purtroppo, non a discutere di teologia, ma perché da nove anni è ricoverato in ospedale. Sono i dottori che discutono di lui in convegni e simposi sui costi umani degli incidenti atomici. Dovrò informare l'Organizzazione dei risultati delle radiazioni sul corpo del bambino, e delle loro future conseguenze. Il Bambino di Chernobyl è scuro, altero, e due volte nasuto (sul viso e su un ginocchio), e grazie alle quattro braccia, a suo tempo, potrà spezzare il pane e prendere il calice contemporaneamente. Ma temo che ci costerà di più in chiodi.

22 settembre

Cuore '96: Sul treno che mi riporta ad Ovest, al termine di questa ricognizione, stormi inquieti di domande affollano la mia mente. Quale dei quattro piccoli messia sarà in grado, fra vent'anni, di redimere il mondo? Joshua o Salvatore? Nazarìn o Christo? Oppure, ognuno di loro diventerà lievito per l'amara farina che lo imprigiona? Duemila anni fa bastava un solo Gesù per togliere i peccati del mondo, ma dopo due millenni di orrori, quattro Gesù saranno sufficienti? E se il progetto MultiVerbo fosse una multistronzata? E dove cazzo ho messo il mio portafogli? Boia, l'avevo qui... no, nella giacca... Palpo inutilmente i miei vestiti, trovando solo vecchi scontrini, caramelle, gettoni telefonici. Rubato! Mi sporgo nel corridoio per gridare "al ladro", e il mio naso sbatte sulla camicia azzurrina di un controllore. "Le hanno rubato il portafogli, per caso? - domanda, asciutto - Questo, per caso?". "Sì, ma..." balbetto, riconoscendo nella manona del capo il mio borsellino. Mi appare improvvisamente consunto e sdrucito. Dovrò comprarne un altro. "Per caso, questo qui era nel suo scompartimento?" E il controllore mi schiaffa sotto il naso, tenendolo per la collottola come un gatto, un mocciosetto male in arnese, ma non abbastanza per togliere dignità al suo viso scuro. Altero. E nasuto.

Certo che l'avevo visto nello scompartimento, ma credevo fosse un'allucinazione prodotta dai miei dubbi. Lo avevo visto quattro volte in una settimana, in quattro angoli della terra. Questa faccia è la mia ossessione. E questa ossessione mi ha rubato il portafogli. Perché sta scritto: E sarà annoverato fra i malfattori. "Sei stato tu a fare questo?" gli chiedo, dolcemente. Tu lo dici, risponde. No. Sto diventando matto. Quattro erano i Messia, e io li ho visti tutti. E' un'assurda, folle coincidenza. Ci sono: l'Organizzazione sta mettendo alla prova la mia intuizione sottoponendomi a sorpresa un quinto Messia segreto. O vuole saggiare la mia dabbenaggine, presentandomi un quinto Messia fasullo. Chiedo al controllore: "Ma è sicuro che si tratti di un ladruncolo?" Se non fosse un malfattore, non glielo avrei consegnato.

Intorno a noi si è raccolta una piccola folla di viaggiatori bercianti: "E' lui, lo riconosco mi ha rubato una catenina il mese scorso". "Lasciatelo andare, povero piccolo". "Piccolo? Quelli lì a dieci anni sono spietati come a quaranta". Mi rivolgo al ragazzo: "Lo senti che brutte cose dicono di te?". Lui non risponde neanche una parola. Ma che stupido sono! Basterà chiedergli come si chiama. Se è un quinto clone dell'Organizzazione, deve avere un nome particolare, come Nazarìn, o Salvatore o Christo o Joshua. Glielo domando. Cosa vi dicevo? Si chiama Druza. Ah ah, Druza! Che razza di nome è, Druza? Vai, vai, Druza. La polizia avrà cura di te, la polizia femminile, certo, quelle brave e materne signore che si occupano di baby criminali. Ti strapperanno a questa vita randagia e faranno di te una persona socialmente utile. Chissà, se collabori potrai smascherare i turpi figuri che a dieci anni ti costringono a rubare sui treni. "Sì, è lui che mi ha rubato il portafoglio, capo. Mi dispiace, ma è proprio lui. Non lo tratti male, mi raccomando". Il controllore lo porta via. Potrei accompagnarlo alla polizia, magari. Forse lasciarlo solo è pericoloso... no, è tosto, il bimbo, e poi non posso occuparmi di tutti i piccoli Druza che si mettono nei guai. Sono stanco. No, no, a questo punto io me ne lavo le mani. L'Organizzazione attende una relazione particolareggiata della mia missione entro domattina. I capi saranno lieti di sapere che non sono caduto nel tranello. A me non la si fa! Il nome, no? Come ti chiami? Druza! E zac, l'equivoco è sventato. Nomina sunt consequentia rerum.

"Dottore, scusi". E' ancora il controllore. Che vuole adesso? "Scusi, dottore, nella fretta mi sono dimenticato di restituirle il suo portafoglio. Mi lasci controllare il documento d'identità... sa, per scrupolo... dottor Filato, Fonzio Filato, sì, la foto corrisponde. Tenga, e grazie ancora, dottor Filato". Che svitato, questo qui. Ma come li scelgono, i controllori?

Posted by Lia Celi at 18:06 | Commenti (2)

03.07.92

Cuore luglio 92

QUESTA SI' CHE E' CLASSE!

IL CASO LENTINI SCANDALIZZA L'ATTEMPATO GAGA' DI CORSO MARCONI
AGNELLI: "SESSANTACINQUE MILIARDI? NE BASTAVANO SESSANTAQUATTRO"

ATROCE: DI FRONTE ALLA VOLGARITA' DEL RICCONE PELATO, ANCHE L'AVVOCATO BASETTA SEMBRA UN VERO GENTILUOMO - IL SUO RISPETTO PER IL DENARO: "IO I SOLDI NON LI RACCOLGO MICA PER STRADA: LI FACCIO RACCOGLIERE DAL MIO AUTISTA" - HA SPESO CARRIOLATE DI MILIARDI PER COMPRARE VIALLI, E NE SPENDERA' ALTRETTANTI PER VIERCHOWOD: IN CORSO TRATTATIVE PER NAPOLEONE, ZORRO E IL PAPA

Alice Carlo

"Si è perso il senso della misura": così Gianni Agnelli ha commentato l'acquisto di Lentini da parte di Berlusconi per sessantacinque miliardi. "Sono sconcertato. E' tempo di sacrifici per tutti, e mi sembra indelicato scialacquare simili somme per un giocatore. Io stesso non ne avrei tirati fuori più di sessantaquattro, prendere o lasciare". Secondo l'avvocato Basetta, la mossa di Berlusconi sarebbe uno sfacciato tentativo di accattivarsi il grande pubblico. "Io, al contrario - ha chiarito - non amo la facile popolarità. Troppo comodo fare i simpaticoni spandendo fiumi di denaro, e magari comprando calciatori bravi". Fedele a questa aspra ma nobile filosofia, Agnelli ha lanciato fra gli operai Fiat una campagna contro i generi di lusso, primo fra tutti il salario. "L'operaio è come un bambino - ha spiegato - e non va mai viziato. Se sa che a fine mese riceverà sicuramente uno stipendio per il suo lavoro, si crogiola in una pericolosa tranquillità, e perde quell'arte d'arrangiarsi che ha reso noi italiani famosi nel mondo. Accecato dalla prosperità, potrebbe perfino decidere di comprarsi un vestito nuovo, di andare in ferie a Cesenatico o di far studiare un figlio". Per questo ha licenziato seicento operai della Lancia di Chivasso. "La perdita del posto di lavoro - ha commentato Agnelli - sarà per loro un'iniezione di vitalità e di voglia di fare. La vita per sarà di nuovo un'avventura, con i problemi per sbarcare il lunario, le scarpe risuolate venti volte, magari la pellagra. Allora basterà poco per essere felici".

Posted by robgrassilli at 12:04 | Commenti (0)