La love story più chiacchierata? Quella fra Berlusconi e Fini, okay. Ma subito dopo viene quella fra la showgirl argentina Belen Rodriguez e il pluritatuato Fabrizio Corona, nata un anno fa dal colpo di fulmine fra due uffici stampa. Un rapporto così altalenante da far gettare la spugna anche ai più tosti veterani della stampa rosa. Tanto per dire, ecco i dispacci trasmessi dalle agenzie fra le 21 e le 22 di una giornata qualunque.
Ore 21 BELEN E CORONA DI NUOVO INSIEME. La storia sembrava conclusa quando la modella argentina aveva piantato il fidanzato a Formentera per correre a Ibiza dal suo ex, Marco Borriello. Corona, per dispetto, aveva buttato in strada tutti i suoi vestiti. Lei: «Tanto non li porto mai». Ora la crisi è superata: Belen è riuscita a convincere Corona di essere fuggita a Ibiza solo per visitare il suo celebre campanile pendente, la torre d’Ibiza. La coppia ha chiamato il tatuatore di fiducia per togliersi il tattoo dell’addio e sostituirlo con quello della riconciliazione. Il tatuatore: «Decidetevi, un tattoo è una roba seria, mica una manovra economica.»...
Ore 21.20 BELEN E CORONA, STAVOLTA E’ FINITA. Il fotografo avrebbe comprato per 200mila euro un video hard di Belen girato da un suo ex. «A me ne ha chiesti 300mila,» singhiozza lei. L’ex? «No, Corona.» Sdegnata, la caliente soubrette ha buttato in strada tutti i vestiti del partner. La muraglia di pantaloni e mutande ha paralizza per tre ore il traffico nel centro di Milano.
Ore 21.35 CORONA E BELEN PRESTO SPOSI. La prova: «Novella 2000» li ha paparazzati mentre si abbandonavano alla passione nel reparto cucine dell’Ikea di Rozzano. Lui opterà per il classico look da cerimonia: si farà tatuare addosso un frac. Lei si vestirà da offerta Tim.
Ore 21.38 BELEN-CORONA, NOZZE SALTATE. Secondo testimoni, i due hanno litigato a proposito della luna di miele: lui voleva andare alle Mauritius, lei voleva andarci con Mauritius. Inutile la mediazione del tatuatore.
Ore 21.50 CORONA: AMO BORRIELLO. Belen arrestata per estorsione.
Ore 21.51, rettifica. BELEN: AMO BORRIELLO. Corona arrestato per estorsione
Ore 21.53, rettifica. BORRIELLO: ‘AMO FINITO? Corona e Belen arrestati perché viaggiavano ai 200 all’ora su una Porsche rubata nel garage di un ristorante. «Non mi ero accorto che era rubata», dice lui, «e nemmeno che ero ancora nel garage.» Impossibile ritirare la patente a Corona; ce l’ha tatuata sul petto, insieme a tutti gli altri documenti.
Ore 21.58 BELEN: PENSO SOLO ALLA CARRIERA. La soubrette, madrina d’eccezione alla partita di beneficienza fra Nazionale Ex di Belen e la Nazionale Vip Ricattati da Corona, sarà protagonista di un’opera visiva di ampio respiro in dodici sezioni imperniata sullo scorrere del tempo, che sarà esposta in migliaia di postazioni mobili lungo tutte le strade d’Italia. Un film d’arte? «No, un calendario per camionisti».
Ore 22. IRREPERIBILE IL TATUATORE DI CORONA. Incaricato di cancellargli dal torace tutti i tattoo «Belen my love» e «Belen forever», il pur esperto professionista era riuscito soltanto a correggere i «Belen» in «belìn», senza sapere che quella sera Corona si sarebbe dovuto esibire in una discoteca genovese. Prossimi aggiornamenti alle 22.05.
- Per la prima volta nella storia dei Mondiali, Uruguay e Paraguay sono insieme nei quarti di finale. In realtà, come i telespettatori più attenti avranno notato, la squadra è una sola. A seconda dell’occasione, i giocatori cambiano maglia e nome (salvo Caceres, che, smemorato com’è, ha dimenticato a casa l’identità di ricambio e gioca con lo stesso nome in entrambe le squadre). L’espediente consente ai due Paesi vicini, troppo poveri per permettersi una Nazionale ciascuno, di partecipare ai tornei internazionali. Si pensi che l’Uruguay ha dovuto farsi prestare l’inno dal Paraguay perché il suo è da anni al Monte di Pietà. Non più fiorente la stuazione economica del Paraguay, che a causa della crisi occupazionale ha dovuto cambiare il nome della capitale, Asunciòn, in Licensiamiento.
- Primi intoppi per gli azzurri di Cesare Prandelli: il primo match contro la Costa d’Avorio è stato fissato per il 10 agosto. Il neo-cittì puntava sull’11, per motivi squisitamente tattici: «La sera del 10 dobbiamo guardare le stelle cadenti ed esprimere il desiderio di non fare una figura di merda». In attacco dovrebbe debuttare Mario Balotelli, che si sta già allenando a tirare in porta con la sua scacciacani. E Cassano? «Mi è sembrato molto più maturo dopo il matrimonio,» ha osservato Prandelli, «sarà un ottimo acquisto per la mia Nazionale.» Chi, Antonio? «No, sua moglie Carolina».
- Svolta hollywoodiana per la carriera di due delusioni azzurre di questo Mondiale. Federico Marchetti, sfumato il contratto come testimonial degli slip Dolce e Gabbana («se la fa sotto così spesso che dobbiamo cambiargliene venti in ogni servizio fotografico», spiegano gli stilisti), verrà ingaggiato come uomo-immagine del prossimo horror made in Usa, «Non tirate in quella porta». Giorgio Chiellini è stato assunto nel cartone animato «Spongebob» come controfigura del calamaro Squiddi Tentacolo, al quale somiglia in maniera impressionante.
- Sdegno alla Clear dopo la brutta figura mondiale del testimonial ufficiale, Cristiano Ronaldo: «Ha sputato contro una telecamera dopo una partita,» protesta l’ufficio marketing, «il che sarebbe okay se Clear fosse un collutorio. Trattandosi di uno shampoo, Ronaldo da contratto avrebbe dovuto prendere la telecamera a testate,» Ora come uomo-immagine del celebre prodotto antiforfora l’azienda pensa a Diego Armando Maradona, tornato al successo da quando non ha più tracce di roba bianca sulla giacca.
- A quattro giorni dalla debacle di Ellis Park, finalmente individuato il vero responsabile del disastro italiano: Claudio Silvestri, il famigerato cuoco della Nazionale, con le sue orge di Nutella. «Ci siamo fatti cacciare perché non ne potevamo più,» ha confessato De Rossi in conferenza stampa. «Nutella a colazione, pranzo e cena. Passavo più tempo a pulirmi la barba che ad allenarmi.» Buffon ha confermato: «Guardate come sono gonfio: altro che cortisone, è la Nutella. E l’ernia al disco era una balla: mi sono dovuto ritirare perché quando vedevo un pallone il primo impulso non era di pararlo, ma di spalmarlo».
- Il fiasco mondiale non mette in forse il futuro di Cannavaro con l’Al Ahli di Dubai. Anzi, dopo le sue mosce prestazioni nel girone F, lo sceicco Abdullah al Nabudah, presidente del club, è sempre più convinto di aver fatto un ottimo acquisto: «Forse non è l’uomo giusto per la mia squadra di calcio, ma come eunuco per il mio harem è perfetto.»
- La più grande colpa di Lippi? Non aver portato in Sudafrica Antonio Cassano. «Comincio a pensarlo anch’io,» sospira Carolina Marcialis, neo-signora Cassano e attualmente in osservazione presso il reparto Traumatologico dell’ospedale di Bari.
- La Lega Nord: «Abbiamo perso per colpa degli stranieri». E stavolta non gli si può dare torto: siamo stati sconfitti da undici slovacchi. Giorgio Merlo, Pd: «Si direbbe che Lippi abbia deliberatamente cercato l’eliminazione. Sapevo che era un simpatizzante del Pd, ma non credevo condividesse il programma fino a questo punto».
- Chi prospettava per gli azzurri un ritorno a casa condito di uova marce e pomodori è rimasto deluso: il pullman con a bordo la squadra è stato accolto con applausi, fiori e sorrisi. Fairplay? No, a causa di un equivoco nel parcheggio di Malpensa, il team azzurro viaggiava sul pullman dell’«Orchestra Spettacolo Zum-Zum, i Goleador del liscio». Brutti momenti, invece, per i Goleador, che si sono ritrovati sul pullman della Nazionale: assaliti da tifosi inferociti, sono riusciti a placarli improvvisando tanghi e mazurche.
- Per chi tifare, ora? Per l’unico italiano rimasto in gara, Fabio Capello, e per la sua Inghilterra, oggi in gara contro la Germania. «Non ho nulla da offrire se non sangue, sudore e lacrime,» ha detto Capello ai suoi. Perplesso Terry: «Sir, è solo una partita, non un esame del Dna». Del resto oggi lo spettro inglese più temuto dai tedeschi non sarà Churchill, ma il famigerato gol fantasma, sul filo della porta, che costò ai Panzer l’eliminazione dai Mondiali del 1966. Uno stregone zulu ha suggerito a Loew un triplice esorcismo: innaffiare la porta tedesca con sangue di antilope albina, appendere fra i pali teste d’aglio e denti di ippopotamo, e arretrare la linea di porta di almeno un metro.
Macché Mondiali! L’evento sportivo che ogni anno inchioda al televisore migliaia di italiani si chiama maturità. E come sempre, scatta il toto-autori per lo scritto d’Italiano. Chi fra i padri della nostra letteratura metterà a dura prova le meningi dei maturandi 2010? Abbiamo girato la domanda a quattro degli scrittori più accreditati.
GIOVANNI PASCOLI
«Lo so, burdèl, sono anni che mi aspettate alla maturità, ma Zvanì sta bene qui in campagna con la sua Mariù, gli uccellini e Valentino vestito di nuovo, mica si scomoda per una patacàta come la maturità. Quella Gelmini, poi, mi ricorda tanto le suorine di San Mauro che da piccolo mi sculacciavano con le ortiche. Lasciatemi in pace, ho ben altri guai: nei «Canti di Castelvecchio» ho divulgato l’interrogatorio della Cavallina storna («disse un nome, suonò alto un nitrito»), e con la nuova legge sulle intercettazioni rischio una multa grossa così. Ah, poter ricominciare tutto da capo! Invece di mettere tutti quei videvitt, chiù, din don e gregrè nelle mie poesie, andrei a farli a Zelig Circus. E gli spot Fastweb con Valentino Rossi li farei io.»
GABRIELE D’ANNUNZIO
«L’Imaginifico, degradato a plumbeo spauracchio per pubescenti? Più facile che Mila di Codro, putta di fienile e di stabbio, torni pulzella, o che Andrea Sperelli acquisti un divano da Aiazzone! In altre parole, non contate su di me. Il governo Berlusconi non solo ha speculato sulle tragedie del mio Abruzzo, ma ha tagliato i fondi per la manutenzione del Vittoriale, e ora le pulizie e i lavori di riparazione mi tocca farmeli da me – vabbè che sono un esperto nel fai-da-te (saprete certamente quel che si dice sulla mia costola mancante). Bah, era meglio se noleggiavo uno yacht, Briatore. Già che c’ero, noleggiavo pure la Gregoraci, per l’inesausta mia febre dei sensi (alla lunga anche il fai-da-te stufa).»
UMBERTO SABA
«Chi, mi? All’esame de maturità? ‘Ndemo, fioi, no xè roba par mi e gnanca par voi. Poareti, costreti a scriver dò pagine de monade sul mio Canzoniere, che forse manco ci siete arrivati col programma d’Italian. Piuttosto ve offro uno spritz qui al caffè dei Specchi, nella mia Trieste, insieme a Lelio Luttazzi. Oppure ci vediamo insieme i Mondiali africani, lo sapete che mi vado mato par il calcio. Pensate che avevo proposto al Tg1 di scrivere delle poesie sulle partite degli azzurri, ma Minzolini me gà risposto che avevano già un poeta, e molto migliore di me, un certo Sandro Bondi. No lo cognosso, xè bravo?»
ALESSANDRO MANZONI
«Al solito: il Ministero non si sa che pesci pigliare per il tema della maturità, e per non scontentare nessuno pensa al vecchio zio Lisander, buono per tutte le stagioni, uno che piace alla destra e alla sinistra, ai preti e ai liberali, ai leghisti e agli statalisti. Un don Abbondio disposto sempre all’ubbidienza, un conte-zio che vuole solo troncare e sopire, al massimo un fra’ Cristoforo che si appella alla Provvidenza ma alla fin della fiera non dà fastidio a nessuno. Eh no, adesso basta. Il senatore del Regno d’Italia Alessandro Manzoni è ancora vergin di servo encomio e di codardo oltraggio, e siccome ha sciacquato i panni in Arno, non vi manda a dà via i ciapp, ma vi manda tutti direttamente affanculo.»
Debutterà fra un anno il Nuovo Trasporto Viaggiatori, la linea ferroviaria targata Montezemolo. «Saremo la Ferrari dei binari», ha annunciando l’ex presidente di Confindustria, presentando la flotta di Ntv, 51 treni monoposto e con altissimi consumi di carburante. Ecco cosa succede a fidarsi di uno che probabilmente non ha mai preso un treno in vita sua. Per fortuna ci saranno altri operatori privati pronti a sfidare Trenitalia in nome dell’efficienza. Eccone alcuni.
COMUNIONE E LOCOMOZIONE
Le carrette di Moretti? Buoni per le suorine morte di fame e i preti di campagna. Il presule di successo e l’imprenditore teocon viaggiano con Comunione e Locomozione, il servizio ferroviario creato da Cl perché fare soldi solo con le cliniche private cominciava a diventare noioso. I treni, tutti ad altissima velocità (la stessa con cui si sono arricchiti gli amministratori pubblici di Cl in Lombardia) sono dotati di cattedrale gotica con messa in latino, sportello bancario, carrozza-confessionale e ristorante cattolico (il venerdì si osserva il digiuno: uno dei camerieri digiuna e i passeggeri lo osservano sorseggiando champagne). Unico problema: anche i macchinisti, come tutto il personale e l’amministrazione, sono ciellini doc e si rifiutano di far entrare i treni nelle gallerie se prima non le hanno sposate in chiesa...
RYANRAIL
L’irlandese fondatore della più celebre compagnia aerea low cost, debutta anche nel trasporto su rotaia. La ricetta Ryan per abbattere i costi è semplice: vagoni veramente spartani (alcuni riportano ancora graffiti in greco antico, tipo «che treno di merda, la prossima volta alle Termopili ci vado in auto, firmato Leonida»), carrozze prive di fronzoli inutili come il riscaldamento, la toilette o i finestrini, niente cibo né acqua nemmeno per il personale viaggiante, che si aggira allupato per gli scompartimento adocchiando i passeggeri più teneri e paffuti. A ravvivare l’atmosfera, la famosa lotteria Ryanrail, un simpatico gratta-e-vinci con cui puoi vincere fino a diecimila euro o una pediculosi. In compenso, sui treni Ryanrail sali praticamente gratis. E’ per scendere che devi pagare fior di quattrini. Ma lo fai volentieri.
NDRANGHETRAIN
Poteva l’azienda più fiorente d’Italia non raccogliere la sfida lanciata da Montezemolo? Le tradotte della Ndranghetrain, che in Italia operano già su diverse tratte, da quella delle bianche a quella dei braccianti, sono pronte a competere con gli avveniristici treni della Ntv ad armi pari, e cioè duecento kalashnikov. «Sono armi, e il numero è pari,» spiega l’ad di Ndranghetrain, don Cicciuzzo Mancuso «scusate, e sennò come li convinciamo i passeggeri a scendere dai treni di lusso di Montezemolo e a salire sui nostri?» Molto severe le regole per i viaggiatori: vietato portare a bordo più di cinque chili di cocaina, proibite le faide nel vagone ristorante, accomodarsi nell’apposita carrozza regolamenti di conti. Indovinatissimo lo slogan: «Ndranghetrain: dove solo i testimoni sono scomodi».
Visto il loro attivismo, che li colloca ai primi posti in Europa, si aspettavano come minimo una promozione. E invece per gli uxoricidi italiani è arrivata un’inattesa doccia fredda: la World Uxoricide Association (WUA), il prestigioso organismo internazionale che riunisce gli assassini delle proprie mogli, e che vanta fra i suoi iscritti personaggi del calibro di Nerone, Enrico VIII Tudor e Louis Althusser, ha annunciato che depennerà l’Italia dall’elenco dei paesi membri. Motivo: i mariti italiani snaturano la nobile arte dell’uxoricidio, privilegiando la quantità alla qualità. «Da che mondo è mondo, ci sono molti motivi sensati per sbarazzarsi della coniuge,» spiega il presidente della WUA, il francese Henri Landru, «come intascarne l’eredità, lavare l’onore di famiglia, sposare un’altra donna o semplicemente risparmiare le spese e i grattacapi di un divorzio. Ma un marito che spara alla moglie perché ha paura che lei lo lasci, come fanno in genere gli italiani, non è un uxoricida, è solo una grandissima testa di cazzo. Sugli scranni che hanno ospitato gente seria come Gianciotto Malatesta e O.J. Simpson non possiamo ammettere bamboccioni che trucidano le loro donne perché temono di doversi lavare i calzini da soli e pagarsi un affitto.» Secondo la commissione disciplinare della WUA, i nostri connazionali dovrebbero uccidere meno mogli, ma con più poesia, «come in passato,» aggiunge Landru, «quando gli uxoricidi italiani ispiravano Dante e Shakespeare. Adesso non riescono più a ispirare nemmeno Bruno Vespa.»
Dal nostro inviato speciale Giuseppe Garibaldi alle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia
Ore 9
Anita, rieccomi nella mia patria! Mazzini, mio nume e maestro, mi ha inviato dall’aldilà sul fatale scoglio di Quarto per rinnovare negli itali petti l’illanguidito fuoco dell’amor patrio. Volevo rifiutare: quando dietro a uno sbarco c’è Mazzini meglio toccarsi le balle, come dicono sempre i fratelli Bandiera e Carlo Pisacane. Inoltre temevo di portare sfiga alla sinistra italiana, come alle elezioni del 1948, quando, usandomi come simbolo, subì una clamorosa disfatta. Mazzini mi ha fissato: « Pepìn, la sinistra non ha più niente da perdere». Ecco, proprio qui iniziò l’impresa dei Mille. In realtà l’impresa fu sopportare per tutta la missione la fiatata al pesto di Nino Bixio. Glielo dissi, a Calatafimi: «Bixio, c’è una tanfa d’aglio che si muore». Lui era duro d’orecchi e capì «qui si fa l’Italia o si muore». I ribelli di Bronte deve averli giustiziati alitandogli addosso. Quelli credevano che Cavour mi avesse mandato in Sicilia per fare la rivoluzione. Veramente lo credevo anch’io. Per capire che belinone ero stato ho dovuto aspettare che uscisse il «Gattopardo»...
Ore 11
Mi aggiro sul molo deserto. Malgrado la camicia rossa e i pantalon turchin nessuno mi riconosce. Solo una signora esclama: «E’ lei l’Eroe dei due mondi!»: è una concorrente dei «Soliti ignoti» e in cambio pretende ventimila euro. In un bar sento parlare di un ministro al quale qualcuno a comprato casa a sua insaputa. A me è successo lo stesso con Caprera. Io avevo ordinato una Carrera, nel senso di Porsche, ma Bixio ha capito male e mi ha speso tutti i soldi della pensione in quell’isolotto spelacchiato. Anita cara, credo che riaccendere lo spirito unitario negli italiani sia facile come convertire all’astinenza la contessa di Castiglione. La Sicilia vuole l’autonomia, il Friuli chiede asilo all’Austria, le Tremiti si sono offerte alla Libia, l’Emilia-Romagna vuole separarsi e anche il trattino pretende di diventare una repubblica indipendente. Gli unici a difendere l’unità d’Italia sono i preti, e allora comincio a chiedermi anch’io se è stata davvero una buona idea.
Ore 12.30
A quanto pare, il centocinquantenario dell’Unità d’Italia se lo fila solo un nonnetto svampito che straparla di coesione nazionale circondato da spilungoni impennacchiati. «Sono il Presidente della Repubblica», mi informa. «E io sono Giuseppe Garibaldi.» rispondo educatamente. I corazzieri pensano che il matto sia io e mi immobilizzano. «Giù le mani,» ordino, «io sono speciale, il migliore del mondo nel mio campo, contro di me si può solo arrivare secondi». Finalmente identificato come il nonno di Mourinho, vengo rilasciato fra gli applausi. Questo è troppo, moglie mia, getto la spugna. Salvare l’Italia non mi compete più: sono l’eroe di due mondi e basta, non del terzo. Ho già mandato un telegramma a Mazzini: «Disobbedisco».
Dal serpente dell’Eden che ingannò Eva offrendole futures ad alto rischio sulle mele, ai furboni che hanno mandato in bancarotta la Grecia e mezzo mondo: dietro ogni catastrofe nell storia dell’uomo c’è una frode di Goldman Sachs, la banca d’affari che di legale ha solo la sede, a New York. Qualche esempio?
PALEOLITICO
Le caverne non furono la prima dimora dell’umanità. Due milioni di anni fa gli ominidi vivevano già in confortevoli villette, sorte grazie al boom immobiliare del Pleistocene e acquistate attraverso i mammutui, cioè mutui estinguibili a rate con il versamento mensile di un mammut. Disgraziatamente, a causa delle glaciazioni, i mammut si estinsero prima dei mammutui, le villette si svuotarono e i pitecantropi dovettero rifugiarsi negli anfratti rocciosi. Ma le vittime più illustri della crisi dei mammutui furono i dinosauri, distrutti da Asteroid, un prodotto finanziario creato da Goldman Sachs e appositamente inzeppato di titoli tossici derivanti dalla cartolarizzazione dei mammutui, veri e propri antenati degli odierni subprime. Gli ingenui bestioni, vecchi clienti della banca di Wall Street, abboccarono subito, e dopo un decennio erano completamente scomparsi dalla faccia della terra...
GUERRA DI TROIA
Gli ultimi rilevamenti archeologici gettano nuova luce sul conflitto omerico. Proprio a Troia, infatti, si trovava a quel tempo la sede centrale di Goldman Sachs. A innescare la sanguinosa guerra sarebbe stata l’ira degli Achei che avevano creduto nei derivati dell’alpacca, titoli fondati sulla convinzione degli analisti della Goldman che all’età del bronzo sarebbe seguita quella dell’alpacca o argentone, una lega nichel-zinco-rame ottima per le posate. Sordi ai consigli della loro consulente finanziaria Cassandra, Agamennone e Menelao si erano buttati sull’alpacca, il cui prezzo, secondo Goldman, sarebbe schizzato alle stelle. Ovviamente, all’inizio dell’età del ferro, gli Achei si trovarono sul lastrico, e si precipitarono in armi a Troia chiedendo la restituzione dei loro soldi, ma le loro spade di alpacca risultavano ben poco persuasive. Riuscirono nell’intento solo grazie alla class action condotta dall’avvocato Ulisse, che introdusse nel fortino della Goldman un cavallo di legno zeppo di agenti pignoratori.
ATLANTIDE
Non fu una serie di cataclismi a inabissare il leggendario continente, ma uno sciagurato espediente ideato da Goldman Sachs per truccarne i disastrati conti pubblici. Lo afferma Platone in una pagina della «Repubblica» (precisamente, nell’inserto economia): «La celebre Atlantide sarebbe ancora in piedi, se non fosse per il cross-currency-swap inventato dagli squali di Wall Street accecati dalla hybris». Secondo questo brano, finora considerato spurio dai filologi per la presenza di termini estranei al lessico platonico («hybris»), lo swap ampliò ulteriormente la già immensa voragine del deficit pubblico atlantidese, che finì per inghiottire l’isola, cui il dio Poseidone, allora presidente del Fondo monetario internazionale, rifiutò ogni aiuto. «Vogliano gli dèi,» concludeva Platone, «che gli Ateniesi non seguano giammai un esempio sì stolto e funesto».
Appare inarrestabile l’avanzata della gigantesca nube di vocali e consonanti sprigionata da un vulcano islandese. Il fenomeno sta paralizzando tutto il nord Europa, a cominciare dagli aeroporti, chiusi per motivi di sicurezza: la nebbia sillabica, infatti, confonde i messaggi fra piloti e torri di controllo, trasformandoli in incomprensibili scioglilingua. Del resto lo stesso impronunciabile nome del vulcano, Eyjafjallajokul, è in realtà un cono lavico di fonemi eruttati alla rinfusa intorno al cratere nel corso dei secoli: ai tempi dei Vichinghi il vulcano si chiamava semplicemente «Kul». L’ultima esplosione di fonemi impazziti ha sepolto i distretti circostanti, dove la popolazione attende l’arrivo dei logopedisti e dei grammatici promessi dalla Croce rossa. A destare preoccupazioni è l’ex fiume Å, che, con il nuovo nome di Åggurssmankjøgrudd, potrebbe rompere gli argini ricoprendo le campagne islandesi con uno strato di suoni gutturali. «E’ un tipo di vulcanismo caratteristico delle regioni scandinave,» spiega il geologo Gunnarlindfjomhelm Finnbogarskjoldurbergstrom, ultimo discendente di una famiglia duramente provata dalle eruzioni sillabiche. «Ma in passato ha provocato stragi anche in altre zone d’Europa, specialmente in Galles: il villaggio chiamato Llanfailpwllgwyngyllgogerychwyndrobw-llantysiliogogogoch fa pensare a una catastrofe paragonabile a Pompei.»
Lunghi esami anatomopatologici, analisi accurate e ripetute, minuziosi confronti di referti medici, e finalmente una risposta certa: fino a un secondo prima di fermarsi, il cuore di Stefano Cucchi batteva ancora. Il professor Lapalisse, presidente dell’ultima commissione medica chiamata a pronunciarsi sul misterioso caso del 31enne romano deceduto in ospedale dopo , è ancora più preciso: «E’ morto nell’attimo esatto in cui ha smesso di vivere, e sfido chiunque a smentirmi quando affermo che, se Cucchi non fosse morto, sarebbe ancora vivo.» Il parere del luminare francese si aggiunge a quelli delle altre 52 commissioni nominate dalla Procura per spiegare un caso che sfugge ad ogni logica: un ragazzo sottopeso, pestato a sangue in carcere e poi abbandonato in ospedale senza cure, è morto, invece di mettersi a ballare il tip tap per i corridoi ringraziando forze dell'ordine e medici.
La commissione del prof. Donferrante ha esaminato gli ematomi presenti sul corpo di Stefano, per concludere che siccome i lividi non sono né materia né spirito, né sostanza né accidente, aristotelicamente parlando non esistono, e che il giovane è morto per una maligna congiunzione astrale fra Giove e Saturno. Il gruppo guidato dall’insigne professor Pino Chet, invece, ha scagionato le guardie carcerarie dall’accusa di aver massacrato di botte Cucchi: le fratture sarebbero solo l’effetto di un massaggio shiatzu eseguito in un centro benessere non autorizzato. A discolpare i sanitari dell’ospedale Sandro Pertini è stata invece la commissione guidata dal prof. Prolife, dell’Università Vaticana: «Non essendo Cucchi un feto, i medici non avevano alcun dovere di rianimarlo.»
Il clero cattolico non è fatto solo di molestatori di bambini: questo l’appassionato e orgoglioso grido lanciato in occasione della santa Pasqua da tanti sacerdoti, decisi a smentire l’equazione prete-uguale-pedofilo. «Fra noi ci sono anche fior di coprofili, zoofili, necrofili, esibizionisti, feticisti del piede, voyeur e s/m», precisa l’ultimo editoriale di «Tonaca Vera», la rivista dei parroci. «Ma siccome non facciamo sensazione, di noi non si parla mai, solo dei pedofili. Il problema è che così si attirano verso il sacerdozio cattolico sempre più pedofili, sicuri di essere apprezzati e protetti, e si inducono tutti gli altri pervertiti a rivolgersi alle confessioni concorrenti.» «E’ vero,» conferma un pope che desidera conservare l’anonimato. «Da giovane, quando ho sentito la vocazione, avrei voluto farmi prete cattolico. Non provando alcuna attrazione per i bambini, ma solo per la biancheria intima femminile, ho preferito entrare nella chiesa ortodossa, dove mi sento meno isolato.» Secondo «Tonaca Vera» la Chiesa dovrebbe essere più attenta alle altre devianze sessuali all’interno del clero. «I preti pedofili sono tenuti in palmo di mano,» lamenta un presule, «mentre noi preti feticisti riceviamo un misero contentino solo la sera del Giovedì santo, quando ci fanno lavare i piedi a dodici omacci. E non possiamo nemmeno dargli un tocco di smalto».
Da sadico neofascista a industrioso neo-sposo del Terzo Millennio: a provare la redenzione di Angelo Izzo, più del matrimonio celebrato in carcere con la giornalista Donatella Papi, è la sua lista nozze, affidata al gigante italiano del fai-da-te. «Io avrei preferito Ikea o Euronics» confessa la sposina, «ma Angelo è un anticonformista. Pensate che ha voluto scegliere personalmente tutti gli articoli». La lista, inviata da mesi agli amici dello sposo, ha già fruttato un ricco corredo di oggetti utili per casa Izzo: il set di seghe e coltelli multiuso (regalo di Charles Manson), due accette nuove di zecca (offerte da Barbablu), la serie completa di martelli (donate da Giancarlo Stevanin, il mostro di Terrazzo), le spranghe di ferro (pensierino degli ultra della Lazio), la fornitura di corde e nastro adesivo (da parte di Donato Bilancia) e i dieci sacchi di carbonella (dalla sezione Ku-Klux-Klan di Birmingham, Alabama). «I regali verranno consegnati ad Angelo nella sua cella del carcere di Velletri,» spiega la signora Izzo, «ma ci vorrà del tempo: tutti gli oggetti devono essere preventivamente imballati in pagnotte».
CITTA’ DEL VATICANO. Potrebbe essere rinviata la beatificazione di Giovanni Paolo II. Causa del ritardo, l’errore di monsignor Alfredz Myljonicz, il prelato polacco della Postulazione, che non avrebbe consegnato in tempo alla Commissione medica vaticana la lista delle miracolose guarigioni attribuite al defunto pontefice. Il sacerdote sostiene di essere uscito un attimo per rifocillarsi con un paio di pirotzki, e, al suo ritorno, di essersi visto negare la precedenza dai postulanti per la beatificazione di Pio XII. In realtà pare che il sacerdote sia stato trattenuto da pressanti telefonate di Silvio Berlusconi: «Padre, se vuole una lista di autentici miracolati, le do quella dei candidati del Pdl alle regionali».
WASHINGTON. Imbarazzo al Congresso Usa per l’approvazione da parte della Commissione Esteri della mozione sul genocidio armeno del 1915, che potrebbe aprire una gravissima crisi diplomatica con la Turchia. La mozione che condanna l’ex Impero ottomano sarebbe passata di misura (23 favorevoli contro 22 contrari) a causa del ritardo di un deputato repubblicano del South Dakota, Alfred O’Million, uscito un attimo per farsi un sandwich al vicino Taco Bell, e poi impossibilitato a rientrare in aula a causa di un guasto ai freni della sua Toyota. «Io avrei votato contro la mozione,» spiega O’Million, che ancora sta girando intorno al palazzo del Congresso in attesa che finisca la benzina. «E’ impossibile che gli ottomani abbiano ucciso un milione di armeni, che, a conti fatti, di mani dovevano averne due milioni.»
STOCCOLMA. Si avvia a soluzione il dramma delle cinquanta navi incagliate nel golfo di Botnia due giorni fa. Ma col passare delle ore, l’ipotesi della fatalità lascia il posto a quella dell’errore umano: dietro il disguido ci sarebbe l’imprudenza di Halfridd Milionsson, il guardacoste svedese che non avrebbe consegnato in tempo alle capitanerie di porto i bollettini meteorologici che prevedevano il crollo delle temperature. «Ero uscito a farmi due kottbullar,» si è giustificato Milionsson, «ma poi sono stato bloccato da un’orda di Vichinghi radicali.» In realtà pare che il guardacoste si vergognasse di consegnare i bollettini, resi illeggibili da macchie di salsa alla panna. A risolvere la situazione, una sentenza del Tar del Baltico, che in periodo elettorale obbliga il ghiaccio a fondersi a temperature inferiori allo zero termico.