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17.02.04

Il filo di Marianna/2

Osserviamo una fila di turisti al check-in di un qualsiasi volo Milano-Parigi. Anziane turiste tedesche in scamiciati fluo e permanente meringata, dinoccolati belgi in jeans, americanone stivate in volenterosi bermuda. Poi c'è un gruppo che a tutta prima sembra la nazionale bulgara di marcia over forty: uno sguaiato viluppo di tute, corpetti da aerobica, fuseaux strizzacosce, bandane antisudore, Nike pump-up. Sono gli italiani. A Parigi non li aspetta uno scomodo pernottamento in ostello o una settimana di cicloturismo: hanno prenotato hotel quattro stelle, macchina a noleggio e gita in bateau-mouche, e la fatica che attende i loro polpacci è inferiore a quella di uno shopping all'Esselunga. Ma tant'è: per alcuni il viaggio è rigenerazione, per altri avventura o formazione, per noi è essenzialmente ginnastica. Una faticaccia. Uno sforzo titanico. Una visita al museo d'Orsay equivale a cento flessioni, un giro al Louvre a una seduta coi pesi, e non c'è molta differenza fra un quadro di Leonardo e il quadro svedese. La bellezza e l'armonia del paesaggio non suscitano negli italiani l'esigenza interiore di essere (almeno un po') belli e armoniosi anche nel vestito. E' un piacere vedere gli abiti semplici e leggeri e le scarpe pratiche e morbide degli stranieri e sì, anche gli scamiciati a fiorelloni delle nonnine teutoniche: esprimono amore per la comodità, ma anche allegria e quel pizzico di civile decenza che li induce a rispettare le file e a non strillare "Ahò, Ginooooh!" nel bel mezzo di Notre Dame. Agli italiani in trasferta manca l'unico stimolo capace di distoglierli dalla sciatteria: l'occhio del vicino di casa, lo sguardo invidioso della collega. Ma la vera tragedia è che forse saranno costretti a camminare, improba tortura per un popolo cui gli arti inferiori servono per lo più a pigiare acceleratore e frizione. Così, drappeggiandosi in tute stalloniane e scarpe da trekking, i nostri connazionali all'estero tentano maldestramente di travestirsi da automobili: carrozzerie in cotone rosso metallizzato, suole in pneumatico, e cervello in radica.
Settembre 1996

Posted by Lia Celi at 23:01 | Commenti (4)

08.07.96

Filo di Marianna

Accoccolata nel mio sedile, nascosta dietro un giornale, provo uno struggimento vagamente omofilo - Gustav von Aschenbach di Morte a Venezia, per intenderci. Le mie Tadzie sono tre sbarbe che mi siedono di fronte. La parlata le rivela milanesi (vocali spalancate come piazza Corvetto), l'anfibio di lamè denuncia la loro meta. Che è anche la mia: Rimini. Un momento: io sono indigena, e per me Rimini è casa, famiglia, ricordi. Per Sonia, Cinzia e Patty è uno stroboscopico incrocio fra Gomorra e una sala giochi. "Guardate cos'ho" bisbiglia una, e tira fuori dallo zaino un laccio da scarpe. "Lo metto domani in spiaggia". In spiaggia con le scarpe? "No, a me quel costume intero non piace, io ho preso questo due pezzi tipo Anna Falchi", replica Patty agitando le mani. Mi sembrano vuote, ma Sonia e Cinzia hanno tutta l'aria di vederci le due metà di un bikini. A confronto il filo da sutura è un lenzuolo. Sono curiosa di vedere la tenuta balneare della terza fanciulla. Un tanga per neutrini? "Siete sceme, voi - replica lei, scuotendo le sue centotrentaquattro treccine bionde -. Chi se ne frega della spiaggia. Cioè scusa stasera stiamo al Rose&Crown fino alle due, poi al Cocoricò, poi al Pascià, alle sei al Vae Victis e poi si va a dormire in hotel tipo all'una. Sono mica venuta qui per fare le sabbiature. In spiaggia è pieno di terroni sfigati". Coro delle ancelle: "Dài Sonia, che stavi con uno di Macerata". "Cosa c'entra. E poi le Marche sono Padania, l'ha detto anche il Bossi". Cos'è questo silenzio? I sei occhi del trio puntano estasiati verso qualcosa seduto su uno strapuntino fuori dallo scompartimento. Qualcosa che assomiglia maledettamente a Brad Pitt, a parte il raccapricciante accento bitontino con cui annuncia ai suoi brevilinei compagni che domani si piazzerà tutto il giorno al bagno 86. "Che ore sono? - langue Sonia - Quando arriviamo devo comprarmi un costume". Cinzia e Patty (e io): "Ma quando arriviamo farai giusto in tempo a prepararti per andare al Rose&Crown!". Le treccine scivolano sullo schienale: "Siete fuori. Sono stanca morta, voglio dormire. Volete che sia un mostro, domani, in spiaggia?"
luglio 1996

Posted by Lia Celi at 10:48 | Commenti (8)

07.06.96

In viaggio col Puer Italicus

Da bambini, viaggiare con la famiglia è divertente come fare il bagno vestiti. Per questo i ragazzini viaggiatori della letteratura sono sempre orfani: Jim Hawkins, con papi e mami, col cavolo che andrebbe all'Isola del tesoro. Al massimo, a Gardaland. L'ambiente per un mini-turista babboemammamunito è una casa. Non un hotel. Soprattutto non l'hotel parigino in cui io sto facendo colazione. Evitate la breakfast-room di un albergo alle nove di mattina, se volete continuare a sperare in una futura pace universale. Fra vent'anni, i filiformi gemellini polacchi che si azzuffano per un croissant e il silenzioso bimbo giapponese che compone un'ikebana di muesli non avranno nulla da dirsi. Nulla. A parte una cosa: che se incontreranno il puer italicus che adesso, di fronte a un buffet modello Versailles, sta strillando perché vuole la merendina in vendita solo in un discount di Spilamberto, lo prenderanno a ceffoni.
Il piccolo italiano è l'unico caso noto alla scienza di bambino generato da due bambini, più immaturi di lui, benché sulla soglia quarantina. Così, il puer italicus (in genere unicus) si ingegna a offrire ai suoi inerti procreatori qualcosa da fare, senza cui tornerebbero allo sterile palleggio di banalità che li occupava prima della sua nascita. Il puer saprebbe essere autosufficiente come i suoi colleghi tedeschi, quegli sbruffoncelli biondi che affollano i camper sull'Autosole. Ma per amore dei suoi genitori si impone di essere un querulo tritacoglioni, e ci riesce. La performance di un puer italicus in vacanza farebbe dire a De Niro "Non sono all'altezza, boys. Ho fatto solo l'Actor Studio".
Torniamo al puer del mio albergo. Il suo appetito lo proietterebbe su qualsiasi commestibile nel raggio di un chilometro, ma un pensiero lo blocca: "E poi, di che parlano oggi papà e mamma?" Scatta il piano Z: il puer sporge il labbruzzo borbottando: "No voio niente. No fame". Sventra col dito 14 brioches alla ricerca di quella con la marmellata di mango-fragola (non esiste), facendo un porcaio terrificante. Mangiucchia un fiocco d'avena, se lo manda di traverso e sviene. Con l'occhio semichiuso, il puer osserva consolato babbo e mamma, che si affannano a rianimarlo, a chiamare un dottore, a litigare con il maître. Attivi, tesi, energici, finalmente. E, reprimendo i crampi allo stomaco - è ancora a digiuno - sospira, eroico: "Gesù, cosa mi tocca fare".

Posted by Lia Celi at 00:38 | Commenti (3)

05.05.96

Su una cattiva strada

Se sentite dire di qualcuno che "è finito su una cattiva strada", potete esserne certi: ha chiesto indicazioni a me. L'Associazione Vittime Delle Informazioni Fornite Da Lia Celi conta migliaia di aderenti in parecchie nazioni, e anche qualche decina di caduti: sono i malcapitati che grazie al mio consiglio "sempre dritto, poi a destra al terzo semaforo", sono finiti in mare o in uno stupito burrone.
Da allora vado a passeggio munita di un vistoso bastone bianco, per scoraggiare eventuali candidati all'obitorio, o, nel caso migliore, a una vana peregrinazione in un sordido quartiere dove l'ultimo turista - un soldato malese delle truppe alleate - è stato avvistato nel '44. E dire che io non mi perdo mai. Per raggiungere infallibilmente un indirizzo, dopotutto, basta avere un po' di memoria. Mica tanta, quello che basta per ricordare il numero del radiotaxi.

Ma il Destino presenta il conto, e per riscuoterlo sceglie il momento più delicato - le vacanze - e assume le spoglie più inoffensive - quelle di mio marito. Quando, dopo aver abbassato di un buon trenta centimetri il livello di una Kaiserstrasse in un vano su e giù alla ricerca dell'incrocio con la Erzherzogstrasse, il mio consorte pronuncia la fatale domanda "Da' un'occhiata alla cartina, per piacere", risuona distintamente il sinistro attacco della Quinta di Beethoven. Dicono che la scarsa perizia nell'uso di mappe e affini sia una peculiarità squisitamente femminile, un po' come la cellulite (che, del resto, è solo una comitiva di liquidi che non sa trovare la strada giusta per uscire dall'organismo e bivacca perplessa nel retrocoscia). Devo possedere un alto quoziente di femminilità, visto che presento entrambe le caratteristiche in dosi abbondanti, e decifrare la cartina più semplice mi procura più sofferenza di una mesoterapia ad aghi biforcuti sulle chiappe.

Il fotogramma successivo alla fiduciosa richiesta di mio marito è una specie di Laocoonte cartaceo, con la sottoscritta nel ruolo dell'eroe troiano e una mappa di Vienna in quello del mitico mostro. Sotto le mie mani affannate, quell'origami varicoso si accartoccia in punte contundenti, si affloscia, si impenna, si torce, si strappa, ma non sputa uno straccio di informazione, come una spia nazista caduta in mano nemica. Parla, maledetta! Dov'è l'incrocio con la Erzsoilcazzostrasse? Abbiamo i mezzi per farti parlare. Lo vedi questo accendino? Argh, vuoi strangolarmi, vigliacca! Errore. Chi vuole strangolarmi, in questo momento, è il coniuge spazientito. Accostata la macchina, agguanta ululando la cartina. Accidenti, che troia! Palpata da una mano maschile, fa subito la gattina, si stende lascivamente sulle ginocchia, si fa toccare dappertutto, espone le sue pieghe più riposte, perfino quella dove giace, bello come il sole, l'incrocio con la Erzherzogstrasse.

"Ce l'avevi sotto il naso, l'incrocio. Lo fai apposta, eh?" sibila il mio uomo, mentre la mappa, ripiegata e soddisfatta, sonnecchia al suo fianco. Ha scavato un abisso fra di noi, e ne gode. Sa che il resto della vacanza sarà un duetto fra lei e lui. Non muoverà un passo senza consultarla: "Posso voltare qui? Qual è la via più breve per Schoenbrunn? Che ne diresti di un giretto a Grinzing? Cara, se non ci fossi tu, sarei perso!" Io sono il terzo incomodo, e patisco i morsi della gelosia. Gelosa di una rivale di carta (anzi, di cartina), e non è un poster di Naomi Campbell!

Ho deciso: quando torno a casa, il primo turista carino che mi chiede zkuzi, dofe ist Hotel Belfedere, non si perderà. Avrò cura di accompagnarlo personalmente. Anche in camera, se necessario.

maggio 1996

Posted by Lia Celi at 13:55 | Commenti (2)