15.04.10

Comò profondo! Dal vostro inviato al Salone del Mobile


Cosa sogna in questi giorni il tuo divano sdrucito e deturpato dai peli del gatto? Che la fata madrina lo trasformi in un pezzo di design, per trionfare al Salone del Mobile di Milano, il mega-show dell'arredamento dove una sedia costa come Gisele Buendchen, ma è meno legnosa. Ecco in anteprima tutte le novità, stanza per stanza.
CUCINA
Il Salone conferma che oggi la cucina è un locale polifunzionale, dove si può leggere, lavorare, incontrare gli amici, suonare il sax - poi si scende a mangiare alla trattoria di sotto. Trionfano l'acciaio inox, le linee essenziali e le soluzioni hi-tech: la kitchen del XXI secolo ti accoglie con tutto il calore di uno studio dentistico. Ma per sdrammatizzarla basta poco: ti fai un caffè, e già è ridotta un cesso. L'interior-designer trova semplicemente intollerabile che in cucina qualcuno intenda cucinare sul serio, e dissemina mille trabocchetti per scoraggiare l'incauto: sgabelli da trampoliere perfetti per inciamparci quando si tiene in mano una pentola con del liquido bollente, lavello delle dimensioni di un ditale, cappa con spigolo ad altezza tempia del cuoco, niente pattumiera, forno gigantesco, solo che dentro c'è lo stereo. Tutto si spiega col fatto che nove volte su dieci il creativo è un single incapace di friggere un uovo, e che a cinquant'anni mangia dalla mamma, in una buona vecchia cucina stile Orietta Berti...

SOGGIORNO
Bada a come parli, adesso si chiama «living». Ovvero, un locale polifunzionale, dove si può leggere, lavorare, ricevere gli amici, suonare il sax - almeno questo è ciò che succede nei living di Manhattan, in quelli italiani ci si stravacca a guardare l'Isola dei Famosi, e riga. Il Salone di quest'anno segna il definitivo tramonto degli ambienti mono-stile. La parola d'ordine degli home-stylists è mescolare spunti e tendenze con un pizzico di humour: la poltrona di Jacobsen e il pouf ricavato da un caciocavallo, il drappo bizantino e il dispositivo per la guerra termonucleare globale, il tavolino pescato vicino al cassonetto e la lampada da dieci milioni (anche quella stava vicino al cassonetto, solo che il designer è passato un minuto prima di te). Garantito un servizio su Bravacasa o una denuncia per ricettazione. Dettaglio chic: il divano bianco. Dettaglio choc: il conto annuale della lavasecco che deve smacchiartelo ogni due giorni.
CAMERA DA LETTO
Da zona-notte a (ma va'?) locale polifunzionale, dove leggere, lavorare, ricevere gli amici, suonare il sax, farsi rompere in testa il sax dal partner che ne ha piene le palle, ma sempre all'insegna dell'armonia interiore, grazie al Feng-Shui, la millenaria scienza cinese giunta fino a noi causa un'imperdonabile negligenza della Rivoluzione Culturale. Al Salone sarà in mostra una vasta gamma di mobili Feng Shui in grado di assorbire le energie negative derivanti dal pessimo orientamento dei nostri appartamenti, ma, visti i prezzi, si spende meno a radere al suolo l'intero quartiere e ricostruirlo con l'orientamento giusto. Continua inarrestabile l'abbassamento del letto: cinquant'anni fa i giacigli erano alti come tavoli da pranzo, poi, complice la moda-futon, si sono appiattiti fino a raggiungere il pavimento, e la tendenza più attuale è andare a dormire dall'inquilino del piano di sotto. Sempre più capienti le cabine-armadio, così vaste che dopo aver scelto i vestiti ti viene da cercare la cassa, come alla Rinascente.
BAGNO
Alt. Va bene il bagno come locale polifunzionale, dove si può leggere, lavorare, incontrare gli amici e suonare il sax, ma quando ti scappa ti scappa. Per fortuna, a capire che il bagno serve soprattutto per fare pipì e popò ci arriva anche l'interior-designer, anche se la cosa non gli va a genio. E al Salone del Mobile il motivo salta all'occhio: per lavabi, docce e vasche i creativi attingono alle ispirazioni più varie, dall'antica Grecia alla Terra di Mezzo tolkieniana, mentre nessun creativo spende un neurone per riscattare la prosaica ma imprescindibile coppia water-bidè dal neoclassicismo ospedaliero stile Altare della Patria. E così l'arredatore, costretto a inserire nel suo bel progettino tutto mosaici e vetri istoriati i due spudorati tazzoni bianchi, va in depressione, e per dispetto li occulta nell'angolo più remoto. In caso di bisogno urgente, si può sempre farla nel sax.
(aprile 2002)

Posted by Lia Celi at 12:46 | Commenti (1)

09.04.08

2004/ELEZIONI: NIENTE AMORE, SOLO SEGGIO

Il cast sembra assortito dalla Aran Endemol: una mezza dozzina di studenti ambosessi, disoccupati o atipici a canna, più uno statale di mezza età con tendenze dispotiche. Il format li obbliga a coabitare per cinque giorni in una fetida aula scolastica compilando registri e spulciando schede. E' la sezione elettorale il prototipo dei reality show, o, come la definiscono i critici d'arte contemporanea, un Ur-Grande Fratello ibridato con un happening di Allan Kaprow? Lo verificheremo domenica, quando dalle 6 alle 22, tutti potremo interagire creativamente con i performer votando, o solo guardarli mentre scrutano, amoreggiano o si imboscano le biro. Intanto, scopriamo alcuni aspetti del "making-of"...

IL BALLO DI SAN VOTO
La strada della democrazia è lastricata di soprusi. Esempio, il presidente di una sezione elettorale non viene eletto dai suoi membri, ma imposto dall'alto. Compito del presidente è nominare il segretario (di solito l'unico fra giovinastri cresciuti nell'era digitale che sa ancora usare una penna) e strapazzare il resto della ciurma urlando come Trapattoni a bordo campo. Vigilare sulla correttezza del voto è per lui un obiettivo secondario. Quello principale è battere sul tempo il presidente della sezione 407, suo rivale fin dalle Europee dell'84, un negriero in monocolo e stivaloni che gira con uno staffile e riesce sempre ad aggiudicare al suo equipaggio il titolo di Sezione Più Veloce. Per sconfiggerlo l'avversario usa tutti i mezzi, dal sabotaggio dei temperini al lassativo nell'acqua minerale. Unisce i duellanti il disprezzo per i rappresentanti di lista, sempre pronti a scambiare per brogli il loro sano agonismo.
IL RATTO DELLE CABINE
La prima brutta sorpresa per lo scrutatore è che l'unica sedia da adulto è stata requisita dal presidente e che per cinque giorni lui dovrà accoccolarsi su un banco da scolaretto dal quale si rialzerà rattrappito come Leopardi. Seconda brutta sorpresa, lo spoglio delle schede è l'ultimo dei suoi doveri. Prima bisogna aprire gli scatoloni con le scenografie che trasformeranno un'aula di II elementare in un tabernacolo di democrazia. Pregevole modernariato anni '50, dalle urne tarlate alle cabine con i graffiti vintage "Abbasso Saragat", alle matite che Gaber buonanima "quasi quasi si portava via". Poi occorre staccare dalle pareti tutti i disegnini degli alunni per far posto alle liste dei candidati. Problema: come appendere un manifesto formato lenzuolo con lo scotch fornito dallo Stato, adesivo su qualunque superficie che non sia carta o muro? Il segreto è appendere le liste in obliquo (per una nota legge fisica, il manifesto appeso diritto si stacca continuamente, quello sbilenco non fa una piega neanche con un sesto grado Richter), altrimenti finisci imbozzolato nel manifesto e nello scotch, e il presidente ti obbligherà a fare l'uomo-sandwich. A questo punto, approntati i registri, si devono contare le schede vergini e pre-piegarle una a una secondo lo schema ideato dai Padri Costituenti, prima di consegnarle all'elettore. (Fatica inutile: malgrado la pre-piegatura, nove elettori su dieci chiudono la scheda a casaccio, il che spiega come mai Italo Calvino decise di ambientare la sua "Giornata di uno scrutatore" direttamente al Cottolengo).
OGNUNO FA LA SUA CROCE
Come ben sanno gli scrutatori di lungo corso, le elezioni fanno sentire giovani i vecchi e vecchi i giovani. I neo-elettori non si affannano, vanno a votare alla sera e si spicciano in pochi minuti, come se non avessero fatto altro nella vita. I vegliardi si agitano come matricole e si fiondano al seggio all'alba, convinti che funzioni come al mercato: chi arriva prima si accaparra i candidati migliori, mentre i tiratardi devono votare gli scarti. Certi nonni votano dal '46 ma non hanno ancora capito che la preferenza non va espressa a voce alta allo scrutatore. Per non parlare di quelli che cercano nelle schede i partiti della Prima Repubblica, costringendo gli scrutatori a improvvisare un sunto bipartisan degli ultimi 15 anni di storia italiana. Meglio lasciare ai vecchietti le loro illusioni, in stile Goodbye Lenin, almeno finché ogni sezione non verrà fornita di defibrillatore.
ANALISI DELLE URNE
Concluse le operazioni di voto, arriva il momento più difficile: la conta ad alta voce. Lo scrutatore deve appellarsi a tutto il suo self-control per non salutare ogni voto con pernacchie o "evvài" a seconda del suo personale orientamento. Soprattutto deve resistere alla tentazione di completare di nascosto le schede bianche con una crocetta a suo piacimento o di ingoiare quelle favorevoli a chi gli sta sulle balle. Al massimo può distrarsi con le schede nulle, sperando invano di intercettare la leggendaria fetta di mortadella con relativo "magnatevi pure questa". Forse non è una leggenda, ma oggi la mortadella costa come il Parma, e neanche i qualunquisti hanno soldi da buttar via.

(da Urban, giugno 2004)

Posted by Lia Celi at 23:07 | Commenti (5)

22.06.07

FESTIVALBARNUM!

Quinto principio della Termodinamica: quando il termometro sale, il livello delle canzoni scende. Il senso estetico va in naftalina coi cappotti, e anche i supersnob che fanno le vacanze nell'agriturismo chic in Toscana si sorprendono a cantare sotto la doccia l'ultima scemenza a base di sole, mare e «sì señor». Nella fiduciosa attesa di un vaccino che ci immunizzi dai tormentoni estivi, indichiamo alla scienza i portatori del contagio, schedati per categoria.
LA CHICA LATINA. Pancia scolpita in vista, chiappa basculante, scapigliatura platiné (ma con due centimetri di ricrescita corvina), schizza sensualità e sebo da tutti i pori. Il suo hit estivo-tipo è una ramanzina sexy-incazzosa al solito boyfriend freddino e stronzetto stile ministro Tremonti.

In realtà la povera Chica, impegnata 24 ore su 24 in registrazioni, sessioni di ginnastica, cerette contro l'indomabile irsutismo mediterraneo e interviste in cui accusa le Chicas concorrenti di essere solo «fenomeni commerciali», ha scarsissimi contatti col sesso maschile, e se non si fidanza con il suo manager rischia di arrivare illibata alla cinquantina.
IL NEGRO ZUMBON. Che si chiami Afric Simone o Lou Bega, è l'eterno Bingo Bongo in tenuta kitsch post-coloniale che a estati alterne fa impazzire i bianchi in Europa e che negli Usa verrebbe linciato sia dagli yankee che dai neri, per offesa a entrambe le razze. Il Negro Zumbòn (di solito un oriundo con madre scandinava) arriva bailando allegro il baiòn ai primi di giugno e per tre mesi scassa i maròn all'orbe terracqueo con la sua negritudine da Corrierino. Il primo ottobre è già nella pattumiera della storia, ma nel frattempo il simpatico bluffatore ha messo insieme quanto basta per finanziarsi il baccalaureato in Filosofia Teoretica a Heidelberg e aprire una catena di ristoranti.
EL MUCHACHO CALIENTE. Incarna il sogno erotico della turista anglosassone nel Mediterraneo: un tamarro occhio-brunito con un culo favoloso che ti flauta all'orecchio «te quiero mi amor» ma che non mira spudoratamente al tuo portafoglio. Nei suoi video il bellone annaspa in frenetici baccanali di modelle torve e scosciate che dovrebbero evocare «la vida loca», ma fanno piuttosto pensare alla corsa ai saldi in uno store di intimo a Beverly Hills. Insomma, il Muchacho è la versione maschile della Chica Latina, anche se i maligni insinuano che come livelli di testosterone siamo lì (per ora è un pettegolezzo, ma se l'incauto non smette di farsi lessare gli zebedei da quei pantaloni in lycra ultra-fascianti, potrebbe diventare una triste realtà).
LA FRANCESINA. Tutta bon ton, ballerine, vocina acerba e broncetto annoiato, è un altro must dell'estate canzonettistica: vellica il Boncompagni che sonnecchia nel vacanziere medioborghese, troppo fine per sbavare per la Chica, ma che di fronte a questa torbida scolaretta con l'erre moscia ulula come il lupone di Tex Avery. Al tempo stesso, conquista le mamme ingenue, convinte che l'esile gattamorta made-in-France sia più perbene di quella sfacciatella di Britney Spears venerata dalle loro figliole. Genere ultra-deperibile (a 17 anni è già decotta, vedi Lio e Vanessa Paradis), d'inverno va pochissimo, forse perché vestita pesante la «moi, Lolita» perde gran parte del suo charme.
EL GRUPO SCIROCADO. Nessun discografico ha mai perso i suoi soldi per aver sottostimato il cattivo gusto dell'homo ferragostanus. Lo dimostrano gli effimeri allori conquistati da Colegiale, Lambade e Macarene. Sudamerica ed Europa del Nord sono serbatoi inesauribili di band cialtrone a scadenza trimestrale, da Rodolfo y su Tipica ai burino-scandinavi Europe fino ai più recenti Umbrellas con quel pastrocchio ellenico-greco-olandese chiamato «No tengo dinero». A settembre, quando, insieme alle foglie dagli alberi, cadono anche le fette di prosciutto dagli orecchi, ci accorgiamo all'improvviso che il tormentone che ci ha ipnotizzato per tutta l'estate era una boiata pazzesca, e restiamo soli con i nostri rimorsi, mentre el Grupo si è già diviso (soprattutto il bottino).
(da Urban, giugno 2002)

Posted by Lia Celi at 11:08 | Commenti (1)

17.05.07

CANNES CHE ABBAIA NON MORDE

Fra tutte le brutte cose che terminano in “-filia”, la cinefilia rimane in fondo la più innocua. La macchietta del moviegoer bilioso immortalata da Nanni Moretti più di vent’anni fa ha sdoganato la categoria presso i quarantenni, ma oggi le generazioni più giovani sono impreparate a confrontarsi con spettatori a ridotta capacità di appiattimento. Uno degli ostacoli maggiori alla serena convivenza fra noi e i cinefili è la loro patologica suscettibilità. Ma basta evitare alcune frasi pericolose, e li vedremo sempre mansueti come agnellini.
“CHISSA' COSA DARESTI PER ESSERE A CANNES, EH?”
Sconsigliabile. Il cinefilo doc oggi prende in considerazione solo festival semiclandestini in luoghi impervi o desertici. Del resto solo i profani credono che Cannes sia ancora una rassegna cinematografica, e non la vetrina delle ultime novità trucco-capelli dell'Oreal, l'unico colosso della cosmetica il cui parco-testimonial annovera più attrici e modelle dell’agenda del pm John Woodcock...

Ormai la Croisette sembra il Cosmoprof, e molti film fanno venire il latte detergente alle ginocchia. La polizia cittadina ha ordini severi: vanno respinti alla frontiera tutti coloro che non hanno una prenotazione in un quattro stelle e che alla domanda “Lei perché è a Cannes?” non rispondono con la parola d’ordine “Perché io valgo”.
“AL CINEMA XY C'E' L'ULTIMO KAURISMAKI, ANDIAMO A VEDERLO DOMANI SERA?”
Follia pura. Domani è troppo tardi. Il giornale, il sito Internet e il cassiere del cinema assicurano che starà su per due giorni, ma il cinefilo sa che se stasera non si staccano almeno venti biglietti, la vostra raffinata cine-chicca verrà brutalmente sloggiata da “Pirati dei Caraibi 25: fateci scendere da qui”, “Il grosso grasso matrimonio dell’amico della migliore amica ispanica del fidanzato gay di mio suocero boss della mafia”, "Ti trombo, ti sposo, ti lascio, ti investo con la macchina, ti risposo, ti tradisco ma poi ti dono un rene e tu mi scrivi una canzone" o qualche altra cagata hollywoodiana. Il cinefilo è come un’ambulanza: appena gli segnalano un film d’autore in una sala nel raggio di 50 km, molla tutto e corre a sirene spiegate prima che sia troppo tardi. In genere i gestori assegnano al film “difficile” il giorno infrasettimanale più sfigato, in genere coincidente con il turno di chiusura delle pizzerie. E’ quasi meglio nelle odiate multisale, dove c’è sempre una saletta dedicata ai cinefili, quando non viene utilizzata come sgabuzzino per le scope.
“REPUBBLICA DICE CHE NON E' MALE”.
Non azzardarti. Il maniaco del grande schermo si fida più dei graffiti nei cessi che dei critici dei quotidiani. Tutti pagati, tutti fighetti, tutti somari. Non è che stimi di più i giudizi delle riviste specializzate: ha un’irrazionale diffidenza per chiunque scriva di cinema a pagamento su supporto cartaceo (quando ha scoperto che anche Godard e Truffaut avevano un passato da critici cinematografici gli sono caduti nella stima). Per lui gli unici pareri attendibili stanno nel blog di un fuoricorso del Dams afflitto da disturbo bipolare che conoscono in quattro gatti.
“TI VA UN PO' DI POPCORN?”
Come minimo andrà a sedersi sdegnato cinque file più in là. Per il cinefilo la visione è sempre un’esperienza mistica e totalizzante, anche a una retrospettiva di Bombolo e Cannavale. Afflitto da una sensibilità da principessa sul pisello, un solo popcorn sotto il suo sedile gli procura un acuto dolore fisico e il crocchiare del sacchetto lo rende idrofobo (però sarebbe anche ora di inventare sacchetti da popcorn che non crepitino come una mitragliatrice della Grande Guerra appena li si prende in mano).
“ANDIAMO VIA, CI SONO I TITOLI DI COD.”
Se c’è un modo infallibile per scivolare a meno 700 nella stima di un cinefilo, è uscire dalla sala prima dell’ultima riga dei titoli di coda, nel tentativo di evitare la calca (in realtà è il modo migliore per beccarla, visto che lo fanno tutti) Se non ti interessa sapere chi era il secondo maestro di scherma della quarta unità impegnata negli esterni a Ulan Bator, penserà che sei un ottuso zuccone e ti toglierà il saluto. Se vuoi piacergli, fa’ come lui: scruta minuziosamente l’interminabile lista di credits emettendo ogni tanto qualche “hmm” competente, come se conoscessi l'intero curriculum vitae di ogni membro della troupe.
“PERCHE' VEDI, LARS VON TRIER SI ISPIRA ALLA TECNICA DEI REGISTI HARD...”
Naaah, non tentare di battere il moviegoer sul campo del trivia cinematografico. Lui il giochino “la sai l’ultima su Von Trier?” lo fa dai tempi delle “Onde del destino”, anzi, il profeta di Dogma gli telefona per aggiornarlo sulle sue ultime bizzarrie. Meglio spiazzare il cinefilo facendo name-dropping a casaccio e sparando accostamenti senza capo ne coda, ma in tono ultra-assertivo: Almodovar ormai cita David Lean, Yang Zhimou plagia smaccatamente Camillo Mastrocinque, Tarantino sta girando il remake del "Posto delle fragole" con Bud Spencer e un cameo di Uma Thurman nel ruolo di un postino trans zombi venduto alla yakuza. Lì per lì lo vedrai sbiancare, ma poi ti darà ragione.

Posted by Lia Celi at 10:58 | Commenti (2)

28.10.04

Halloween: il morbo della zucca pazza

Questione di giorni, e vedremo interi reparti dell'ipermercato riempirsi di zucche di ogni forma, dimensione e materiale, cappellacci a cono e paccottiglie stregonesche. No, non abbiamo ingerito sostanze psicotrope: di psicotropo c'è solo l'imbecillaggine che, da qualche anno, induce migliaia di italiani, specie nella fascia under-18, ad attendere con ansia la notte del 31 ottobre. Ovvero lo stramaledetto Halloween. Alle solite: ultimi a imparare l'inglese, primi a scimmiottare qualunque boiata made in Usa, meglio se supportata da tonnellate di merchandising made in China. Ma se Halloween è diventato la festa ultra-global per eccellenza è perché ormai ha fatto gli zebedei come due mappamondi a tutti gli adulti ragionevoli. Analizziamo il fenomeno nel dettaglio.

FAMILY HORROR. A pagare il prezzo più alto al Moloch zucchiforme sono le famiglie con prole. La sera fatale, i bambini insistono per travestirsi da spettri e dopo cena bussano dal vicino strillando «dolcetto o scherzetto?». In genere il buon uomo si è già provvisto all'uopo di una manciata di Chupa Chups a forma di zucca, ma ha malauguratamente dimenticato di legare il rottweiler, come spiegherà più tardi ai poliziotti accorsi dopo la disgrazia. Le teenager si mascherano da streghe (lo si capisce perché hanno un aspetto più ordinato che in altri giorni dell'anno) e organizzano festicciole casalinghe a base di film splatter e Marilyn Manson. I coetanei maschi, sanamente tetragoni alle suggestioni gotiche, abbozzano, nella speranza che fra il dolcetto e lo scherzetto ci stia anche una pomiciatina. Ai genitori, rinchiusi in camera fino a nuovo ordine, non resta che prepararsi all'imminente 2 Novembre e augurarsi che la mazzetta allungata al giardiniere del cimitero abbia salvato dalla profanazione il loculo del nonno.
IL PERICOLO GIALLO. Ci voleva Halloween per riportare in auge la cucurbitacea giustamente screditata per la scorza coriacea, il gusto scipito e il colore pacchiano. (Anche in Italia la zucca viene usata a fini intimidatori, ma solo nella Bassa Padana, dove con l'ortaggio, lessato e impastato con canditi, mostarda e grana, si imbottiscono famigerati tortelli in grado di terrorizzare Pantagruele). Chi ha provato a svuotare e intagliare una zucca cruda per confezionare l'irrinunciabile Jack-della-Lanterna può assicurarvi che è la cosa più facile del mondo: basta appaltare l'operazione all'impresa Rocksoil (info presso il ministro delle Infrastrutture Lunardi), e con una squadra di genieri e qualche carica di tritolo otterrete uno splendido mascherone da esporre sul davanzale. Nel caso vi manchino quei venti milioni di euro per finanziare l'operazione, ripiegate su una foto di Giuliano Ferrara virata in arancione.
PREMIO STREGA. Se Halloween, che in antico inglese è il nostro snobbato Ognissanti, in America è diventato la «notte delle streghe», un motivo c'è: gli yankee adorano sterminare minoranze - dai pellirossa alle fattucchiere - per poi dedicargli una festa (ai tempi dei Padri Pellegrini funzionava così: si prendeva la vecchia più sciroccata del villaggio, la si accusava di nascondere armi di distruzione di massa e la si metteva sul rogo). Noi europei siamo più coerenti, anche perché, se dovessimo istituire una festa per ogni etnia o religione bastonata nei millenni qua e là per il Vecchio Continente, dal calendario sparirebbero i giorni feriali. Qui in Italia, del resto, sui roghi, più che le streghe, ci finivano gli eretici e i liberi pensatori. Dunque, chi volesse celebrare un Halloween rispettoso della nostra tradizione, la notte del 31 ottobre dovrebbe girare travestito da fra Savonarola o da Giordano Bruno, e andare nottetempo a spaventare il vescovo. C'è da farci un pensierino.

Posted by Lia Celi at 22:41 | Commenti (6)

10.03.04

Strettamente pedonale

In tempi di crisi gli esperti consigliano di investire nel mattone. Ma l'investimento più sicuro, almeno in Italia, rimane quello del pedone. Ecco i titoli più "caldi" nella Borsa del Pirata della Strada.
IL VECCHIETTO. I palinsesti tivù durano 24 ore al giorno, i supermarket portano la spesa a domicilio, il cagnolino è morto sei mesi fa, le osterie non ci sono più: cosa spinge nel 2003 un settantenne a metter piede fuori di casa? Il solito medico irresponsabile, che contro reumatismi, osteoporosi e varici raccomanda tante passeggiate. Risultato, invece che spegnersi quietamente in poltrona davanti alla "Prova del cuoco", i nonni se ne vanno in giro a rischiare la vita complicando quella degli automobilisti. Perché il pensionato italico, col suo look tutto giocato sui toni del grigio-maròn, si confonde perfettamente con il manto stradale e risulta invisibile, giustificando l'alibi addotto dal 99 per cento degli investitori di vecchietti ("proprio non l'ho visto"). Per ridurre i rischi basterebbe indossare abiti sgargianti e tingersi la canizie in colori catarifrangenti, stile Nonni a Beverly Hills, o, più semplicemente, imparare a volare, ma i cocciuti vegliardi non ne vogliono sapere, e continuano a pretendere che siano i conducenti a rallentare. Peggio per loro: un recente studio del Ministero del Welfare prova che attualmente la strage di pedoni anziani è lo strumento più rapido ed economico per ridurre la spesa pensionistica.

IL PASSEGGINO. Le madri e le baby sitter più accorte frequentano periodici stages di conduzione di risciò a Shanghai, dove si impara dai professionisti come si guida una carrozzina a passo di corsa nel traffico caotico evitando danni al piccolo passeggero. Ma va detto che se una mamma si azzarda a portare a passeggio un bimbo in città, inzuppandogli i teneri polmoni di benzene e polveri sottili, lei per prima non tiene in grande considerazione la salute del pupo. E allora perché dovrebbe tenerci l'estraneo motorizzato, che ha già i suoi pensieri? Tanto più che, in quanto veicolo a trazione animale, il passeggino dovrebbe circolare solo con un apposito permesso e in zone ristrette, come i calessini per turisti.
IL PASSAGGIO PEDONALE. Un lembo di terra che dovrebbe garantire la sopravvivenza a una minoranza perseguitata viene invaso ogni giorno da un esercito che non si ferma neppure davanti a vecchi e bambini: le strisce pedonali offrono tutte le emozioni di Gaza, con i vigili urbani nel ruolo delle risoluzioni Onu. Porti a casa la pelle solo se hai culo, fegato e gambe da centometrista; per i pedoni sprovvisti anche di uno solo dei tre requisiti il metodo più breve per raggiungere l'altro lato della strada è provvedersi di un badile e scavare un tunnel. In alternativa, ci si accampa sul ciglio della strada insieme a una folla di sventurati che, nell'attesa di un automobilista misericordioso, si fidanzano, concepiscono numerosa prole, invecchiano.
LO STUDENTE DELLE MEDIE. Prima si limitava a ignorare il codice stradale, oggi che è materia scolastica lui si fa un dovere di violarlo, con gli scarsi mezzi a disposizione ma con tutto l'entusiasmo di un preadolescente ai primi sussulti ormonali. Le infrazioni alla portata di un pedone lui le commette tutte. Lo studente cinese che nell'89 sbarrò la strada al tank di piazza Tienanmen rispetto a lui è un coniglio: il ragazzino delle medie si fa fare il pelo da autobus e Tir, scavalca i passaggi a livello a sbarre chiuse, evita accuratamente le strisce pedonali, e agli attraversamenti con semaforo passa solo col rosso sennò i compagni lo chiamano cacasotto. La sua specialità è fare un gestaccio all'automobilista che, preso da pietà per la sua giovane vita, ha inchiodato per evitare di schiacciarlo. Lui concede il suo rispetto solo a chi lo mette sotto. Tempo al tempo: se riesce ad arrivare vivo ai diciott'anni, sarà il Capitan Kidd della pirateria stradale.
L'AUTOMOBILISTA CORRETTO. Incurante degli insulti e dei clacson di chi lo segue, questo sabotatore rispetta le corsie preferenziali, non sgasa nei centri abitati, lascia spazio ai ciclisti, rallenta vicino alle scuole e si ferma davanti alle strisce pedonali. Macché filantropo: è solo un vanitoso. Gli piace godersi la scomposta gratitudine dei pedoni che, mentre attraversano increduli la strada, lo benedicono, gli baciano il cofano, gli fanno accarezzare i bambini manco fosse il papa; e pazienza se un secondo dopo i poveracci vengono falciati da un motorino con meno scrupoli. Per fortuna i traditori della Filibusta del volante sono quattro o cinque in tutta la città; i loro numeri di targa sono ben noti ai confratelli che, appena i rinnegati scenscendono dalla macchina, li investono in pieno sputando in segno di spregio.
(maggio 2003)

Posted by Lia Celi at 23:27 | Commenti (8)

27.02.04

Influenza: in medio stat virus

Sei al cinema, in ufficio, o nella metro affollata di volti anonimi. Tu non la vedi, ma lei ti ha adocchiato, e ti senti strano. Poche ore dopo siete a letto insieme. Sai benissimo che per lei non sei il primo: se la sono già fatta tutti i tuoi amici, la tua fidanzata, il tuo nipotino di sei anni e qualche milione di italiani, stando a quel che dice il tiggì. Ma nessuno se la prende, perché lei, l'influenza, prima o poi la prendono tutti. Più che un'epidemia, una stakhanovista del malanno stagionale che ogni autunno sbarca in Europa dal lontano Oriente, e se ne va in primavera, quando le scade il permesso di soggiorno. Se non vuoi che si accorga di te, o se hai già il tuo daffare con i raffreddori e la bronchite cronica regalati da umidità e smog cittadino, puoi scegliere fra le tre possibilità indicate qui sotto. Però dopo non dire che non ti avevamo avvertito.

IL VACCINO. Lo fanno in pochissimi, perché un'inverno senza influenza è come un dicembre senza Natale, e poi perché tre giorni di relax e spremute sgonfiano più di una settimana alle terme. Va detto che il vaccino ti protegge da un solo virus, in genere il più fesso fra gli ottocento bacilli para-influenzali in circolazione. Il vero casino è sbarazzarsi degli altri settecentonovantanove virus troppo furbi per farsi incastrare in una provetta. Abbandonato il traffico illecito di febbroni e maldigola, caro alle vecche cosche virali e ormai smantellato dalla Squadra Antipiretici, le influenze dell'ultima generazione hanno cambiato bersaglio: ti devastano l'apparato gastrointestinale all'insignificante temperatura di trentasei e sette. Risultato, stai da cani ma siccome la febbre non c'è ti senti in dovere di uscire lo stesso, contagiando a tutta birra amici e colleghi. Inutili i farmaci: se in due-tre giorni il virus non sloggia da solo, viene linciato da una ventina di colleghi bramosi di sostituirlo. Sù col morale: dopo venti para-influenze in una stagione, hai il diritto di cucirti una stellina sul pigiama.
RIVOLGERSI AL PROPRIO MEDICO. Come no! E' più difficile beccare lui che il sei al Superenalotto, considerato che devi condividerlo con altri milleduecento pazienti, in maggioranza anziani, per i quali andare dal dottore è rimasto l'unico svago quotidiano da quando Raiuno ha soppresso il programma di Paolo Limiti. Ai primi sintomi ti infili nell'ambulatorio (dal latino "ambulare", passeggiare: già nell'antica Roma non c'erano mai abbastanza sedie per tutti i pazienti e si ingannava l'attesa girellando sù e giù). Naturalmente, è già gremito fin dall'alba di vegliarde catarrose e nonnetti valetudinari che si sfruculiano reciprocamente le analisi delle urine. Quando arriva il tuo turno l'influenza ti è già passata, ma a forza di sentir parlare di morbi incurabili, ricoveri d'urgenza e asportazioni varie, sei caduto in depressione e devi farti prescrivere il Prozac. Visite a domicilio? Ah ah ah. Oggi i medici curanti si scomodano solo dalla polmonite in sù, e chiedergli di visitare un banale influenzato è come domandare a Picasso di verniciare un paracarro. Puoi sperare di vedere un dottore al tuo capezzale solo se hai la febbre a 41°; tanto vale arrivare a 42°, così insieme al medico vedrai anche Elvis e Padre Pio.
CURE NATURALI. Male non fanno, e poi in erboristeria c'è sempre meno fila che in farmacia. C'è chi assicura che trenta gocce di propoli ogni mattina mettono al riparo dal contagio; il problema è che devi prenderle senza interruzione da almeno vent'anni, se no ciccia. Per un'azione rapida, se l'aspirina ti sembra troppo global prova con un cucchiaio di tintura di echinacea, la cui efficacia è stata dimostrata anche da test clinici: non contiene alcun principio attivo, ma il suo sapore contorce il volto del paziente in smorfie così agghiaccianti che in effetti i virus se la danno a gambe terrorizzati. Molti si affidano ai rimedi omeopatici, anche se azzeccare il giusto orario di assunzione (vanno presi quattro volte al dì, lontano dai pasti, tre ore dopo il caffé e due prima del tè, mai prima di essersi lavati i denti o dopo una sigaretta, ecc.) è già da solo causa di nausea ed emicrania. Forse i rimedi della nonna restano i più affidabili: a tener lontano il virus dell'influenza sono sufficienti due arance al giorno. Se poi hai una buona mira, ne basta una.
(gennaio 2002)

Posted by Lia Celi at 23:22 | Commenti (12)

05.11.02

Cook-look

Il cibo è moda e cultura, ma basta provare a indossare una pasta e fagioli o a leggere una scaloppina per intuire che forse il cibo è anche una cosa che si mangia. Meglio se fuori casa e con gli amici. Se proprio vogliamo dimostrare anche a tavola il nostro disprezzo per l'ovvio, meglio aggiornarsi sulle ultime tendenze nel campo della ristorazione. Ecco cosa bolle in pentola.

Cook-Look
Per il vero gourmet gustare le pietanze è un prosaico corollario al più raffinato piacere di ammirare i gesti sapienti dello chef. Di qui il successo di Cook-Look, il ristorante-spettacolo: gli avventori vengono accolti in cucina, dove possono contemplare le gesta del cuoco, lanciargli fiori e incitarlo con cori e striscioni, sbocconcellando un tramezzino portato da casa. Al leggendario «El Bulli» di Ferran Adrià, con un minimo sovrapprezzo si possono perfino sbucciare le cipolle e pulire le casseruole, o farsi cazziare da Adrià in persona perché è impazzita la besciamella. In Italia il guru del Cook-Look è il grande Gianfranco Vissani: la cucina del suo locale è sempre affollata di Vip, mentre lui e i camerieri, seduti al tavolo, aspettano che la cena sia pronta.

Feedness
Chi non sa rinunciare alla fitness nemmeno in pausa pranzo ha trovato la soluzione ideale. No, non è il manicomio: è la Feedness, il pasto-ginnastica che impazza nella City londinese e si prepara a conquistare i businessmen italiani. La ricetta per tonificare i bicipiti anche a tavola è semplice: cibi leggeri, posate da un quintale. Il panino va acchiappato con i piedi, dondolandosi da una sbarra, e per conquistare un'insalata bisogna inseguirla a rotta di collo su un tapis roulant al ritmo di «YMCA» dei Village People. Al momento della frutta, il cameriere inchioda una mela sul pavimento e il cliente, in posizione prona, deve sbocconcellarla ritmicamente eseguendo trenta flessioni. Poi, di corsa in ufficio, previa sosta in pasticceria per rinfrancarsi con una carriolata di bigné.

Cucina microbiotica
Nata per caso in una trattoria di Rotterdam - il cuoco non si era accorto che il frigorifero era guasto - questa cucina piacerà anche agli ecologisti di casa nostra per il suo tono decisamente «verde» (verde-muffa sul pane, verde-zombie nella bistecca, verde-lavanda gastrica sulle facce dei commensali). Ma quel che fa la differenza fra un comune ristorante macro- e un microbiotico, oltre allo stuzzicante profumo da negozio di esche vive, è l'atmosfera calda e conviviale, specie quando irrompono i Nuclei Antisofisticazione. E' possibile ascoltare anche musica live, ma solo quando i bacherozzi sono in vena.

Schoolfood
Mentre sushi, kebab e cuscus ormai spopolano nelle mense scolastiche, scende sul piede di guerra una generazione di trentenni nostalgici disposti a tutto per ritrovare la pastasciutta collosa e le carote bollite dei tempi delle elementari. E così, la «next big thing» in fatto di cucina esotica è proprio la dieta dello scolaro. A Milano è imminente l'inaugurazione di «Pensa ai bambini africani», un ristorante arredato con tavolini di formica e seggioline mignon, specialità pollo lesso e formaggino. Il personale è addestrato a mollare scappellotti ai clienti che non finiscono la verdura o fanno gli aeroplanini con le carte di credito.

Brunchinner
Evoluzione europea del «brunch», la colazione-pranzo da farsi in tarda mattinata, il trendyssimo brunchinner ingloba anche la cena. Il risultato è un menù a tutto campo: brioches farcite di cacciucco, trenette al pesto e marmellata, cappuccino corretto maionese, cassoeula ai corn-flakes. Insomma, il brunchinner è un «pasto totale» che toglie l'appetito per tutta la giornata, e a volte anche di più. L'unico problema è l'orario: ci si mette a tavola alle tre del pomeriggio, ci si rialza alle quattro di notte e non si sa più che cavolo fare, se non cercare un'Alka Seltzer.

Posted by Lia Celi at 02:58 | Commenti (3)

05.10.02

Giornate della moda

L'influenza arriverà solo a dicembre. Ma per i milanesi già a settembre c'è un ottimo motivo per mettersi a letto e chiudersi in casa per una settimana: le Giornate della Moda. Ecco i tipi umani (si fa per dire) più caratteristici.

Divetta tivù
Periodo morto per veline e letterine: tutti i calciatori sono già impegnati nel campionato, e gli show televisivi iniziano solo fra un mese. E così le starlet catodiche affollano gli atelier milanesi, sognando che uno stilista rifaccia loro il look, com'è successo a Simona Ventura e Paola Barale. Dolce e Gabbana hanno brevettato la ricetta per trasformare una formosa valletta di provincia in un'icona mediatica: basta farla dimagrire di trenta chili, affidarla a un coiffeur psicopatico e infilarle una vecchia sottoveste di Barbie (il difficile, poi, è spiegare alla divetta cosa vuol dire «icona mediatica»). Ma per le balde ragazzone quest'anno non sarà facile trovare posto in prima fila: Vittorio Sgarbi ha già prenotato decine di poltrone per le sue fidanzate. Così per qualche giorno si distraggono, non gli rompono le scatole e il vice-ministro dei Beni Culturali può andarsene in giro con il suo Alain Elkann a infastidire bassorilievi.

Driver
Aggiornamento «glamour» dell'antico e venerando custode delle greggi, il driver ha il compito di sorvegliare le indossatrici e di guidarle in piccole mandrie nelle transumanze quotidiane fra hotel e passerelle, lungo gli infidi tratturi del quartiere Brera. Pastore metropolitano senza cioce né vincastro, ha sostituito la tradizionale zampogna con il cellulare, dal quale, nei momenti di relax, seduto su un fittone di corso Garibaldi, trae bucoliche melodie. Le modelle, per lui, non hanno segreti: le chiama tutte per nome, sa capire al primo sguardo se stanno bene, le difende dalle avances dei maschi intemperanti. Insomma, il buon driver ama le sue pecorelle. «Sono meglio di molti esseri umani» ama ripetere, giocherellando con il fischietto ad ultrasuoni con cui, al momento del pascolo, dirotta le sue protette verso pascoli ipocalorici di insalatine scondite, lontano dalle pastasciutte e dalle pizze sulle quali le imprudenti bestiole vorrebbero avventarsi.

Gruppi anti-sommossa
Dopo il G8, l'allarme è ancora altissimo, e il Viminale è stato chiaro: dovunque ci sia gente che sfila pacificamente, la polizia deve intervenire in assetto di guerra. Le sfilate milanesi non fanno eccezione, anche se ai militi dal grilletto facile è stato raccomandato di non sparare ad altezza Duomo. A impensierire le forze dell'ordine, un'informativa dei servizi segreti secondo cui a Milano si prevede un grande ritorno dei «tailleurs», nome che indicherebbe una versione più sanguinaria dei «casseurs» parigini. E pare che i famigerati black bloc godano di insospettabili coperture nelle case di moda: in Questura è pervenuto un filmato in cui un gruppo di indossatrici, al termine di un défilé, festeggia un figuro equivoco in jeans e maglietta nera. «E' certo che questo pericoloso agitatore si troverà a Milano - afferma un poliziotto -. Mia moglie, quando ha visto la foto segnaletica, si è messa a ridere: macché black bloc, coglione, quello è Giorgio Armani. L'ho riempita di botte finché non ha sputato anche i nomi dei complici». I sociologi prevedono che l'inedito incontro fra haute couture e manganello farà tramontare lo stereotipo della «fashion victim» in favore di quello, molto più trendy, della «fascio victim».

Inviata Rai
Irrompe nella rarefatta atmosfera dell'alta moda come una corroborante brezza romanesca al profumo di pajata. Quando non sta snocciolando in video un pistolotto estatico (sempre lo stesso da vent'anni, con lievi aggiornamenti a seconda che la collezione sia autunno-inverno o primavera-estate), sta cazziando il suo operatore o infamando qualcuno via cellulare qualcuno a Saxa Rubra, con colorite ingiurie in puro stile Alvaro Vitali. Ma gli addetti ai lavori la sopportano volentieri: in fondo è solo grazie ai servizi del tiggì che l'italiano medio ha imparato che il prêt-à-porter non dice messa, che Miu Miu non è una marca di cibo per gatti e che i volants non stanno sulle automobili. E poi con lei si va sul sicuro. Tratta gli stilisti come i matti e i bambini, gli dice sempre «bravo» qualsiasi cosa facciano.

Star in trasferta
Il divo hollywoodiano in platea dà lustro alla sfilata e manda in brodo di giuggiole i media. Le celebrità di quest'anno sono ancora top secret, ma si sa come vanno le cose: se la guest star è femmina, è Madonna, se maschio è ubriaco, se entrambi è Elton John. Il programmino è decisamente invitante: pisolino in poltrona da Donatella Versace, ostriche a scrocco da Dolce e Gabbana, e poi di corsa in Montenapo per uno shopping pantagruelico, peggio dei russi sulla riviera romagnola. Al ritorno negli Usa li attende una dolorosa sorpresa: causa il solito disguido a Malpensa, i loro valigioni miliardari sono atterrati a Giakarta. In cambio si vedranno riconsegnare le famose urne cinerarie smarrite da mesi nello «hub» milanese.

Posted by Lia Celi at 03:24 | Commenti (2)

04.01.02

A qualcuno piace saldo

L'Epifania tutte le feste porta via? Macché: per le signore la vera festa comincia l'8 gennaio, quando le vetrine, pensionati Babbi Natale e comete, inalberano i ben più commoventi cartelli «Sconti fino al 50 per cento». Ecco la giornata-tipo di una saldista-doc.
4.30 Dopo una notte di incubi (una legge improvvisa che punisce con la morte gli sconti superiori al 2 per cento, essere strangolata da uno scontrino imbizzarrito, rimanere intrappolata in un camerino con Giuliano Ferrara), la nostra eroina balza dal letto, bancomat fra i denti, per affrontare la sua giornata campale. Obiettivo: razziare per prima le boutiques preferite bruciando sul tempo le Lanzichenecche rivali. Abbigliamento: casco da minatore per catapultarsi a testa bassa nella mischia infernale; parastinchi chiodati anti-sgambetto; telescopio per avvistare l'unico capo taglia 44 rimasto sugli scaffali dell'Emporio Armani. Arma segreta: un thermos di caffè bollente, per rinfrancarsi nella coda, o per disperderla usandolo come molotov. Un ultimo sguardo alla mappa della città, costellata di bandierine corrispondenti ai negozi più appetibili, e, in un'alba gelida, si precipita fuori.
5.30 Prima delusione: davanti alle boutiques ci sono già file di clienti intirizzite stile «Centomila gavette di ghiaccio». Crudele beffa per le signore in coda da ore davanti ai negozi di calzature: all'apertura, molte si troveranno i piedi congelati e saranno costrette a farseli amputare. Per non sprecare la giornata, ripiegheranno su una vendita promozionale all'Emporio della Protesi. Verso le nove, una sconosciuta, scavalcata disinvoltamente la fila, si avvicina all'ingresso e viene linciata dalla folla inferocita. Un vigile, accorso troppo tardi, riesce solo a raccogliere le ultime parole della disgraziata: «Sono la commessa, volevo aprire il negozio».
10.00 Le prime avanguardie già si ritirano cariche di bottino, le acquirenti meno bellicose sono ancora a mani vuote, ma con gli abiti a brandelli in un attualissimo stile tex-clochard. La nostra saldista finora è riuscita ad arraffare solo una camicetta imitazione Versace, e solo grazie ad un uppercut imitazione Tyson. Aveva messo gli occhi su un paio di jeans, ma quando ha provato a metterci anche le cosce è stato un disastro.
12.30 La forzata delle svendite, a furia di ravanare fra cumuli di indumenti, presenta già ustioni di terzo grado sulle palme delle mani. Entra nei camerini con bracciate di roba, per scoprire che non le va bene, non le sta bene o ce l'ha già uguale, ma compra tutto, compreso un sottanone coi volants di pizzo che su Nicole Kidman fa tanto «Moulin Rouge» e su di lei fa tanto «Mulino del Po». Però l'ha conquistato calpestando a morte diciotto concorrenti, e questo basta.
15.00 Incurante dei morsi della fame, la saldista tenta l'incursione in uno store di scarpe trendy, malgrado sappia che in tempo di saldi hai qualche chance di trovare il tuo numero solo se possiedi fettoni da Olivia o moncherini da Barbie. L'impavida si sforza ugualmente di introdurre il suo piede 38 in uno stivaletto sadomaso 35, «tanto cede», assicura la commessa, riferendosi non si sa se allo stivale o al metatarso della sciagurata. Cedono entrambi.
17.00 Zoppa ma non doma, la signora sfida il reparto donna della Rinascente, dove ferve il combattimento nella sezione cappotti. Giusto in tempo per vedere il caban che cercava da una vita insidiato da due diciottenni allupate. Le stende con poche mosse di ju-jitsu e, con la preda in bocca, scivola carponi fra le gambe delle clienti verso la cassa. A un palmo dalla meta, una pedata sull'occipite le procura un lieve obnubilamento, e al momento di digitare il codice del bancomat le viene in mente solo la data della battaglia di Custoza. Al terzo tentativo fallito, il caban viene assegnato alle diciottenni trionfanti.
19.30 La guerriera del ribasso si accascia stremata sulla soglia di una boutique. Una visione: il negozio è stranamente vuoto, ma trabocca di abiti stupendi e in tutte le misure. Lei si dà al saccheggio più sfrenato, convinta di essere giunta al Paradiso riservato alle martiri dei saldi. La commessa la informa che si tratta di «nuovi arrivi» a prezzo intero solo quando la disgraziata ha firmato ad occhi chiusi lo scontrino della carta di credito per un totale pari al cachet di Gisele Bundchen.
21.00 In una mesta sinfonia di saracinesche, scatta per le saldomaniache l'ora del «tutte a casa». La nostra eroina, oberata di borse come un portatore nubiano, raccoglie le ultime energie per affrontare l'ultima prova: entrare nella metro. Respira a fondo, si imbozzola nelle sue sporte e si butta rotoloni giù per le scale (quelle mobili sono fuori servizio) fino al binario. Causa l'eccesso di involucri, rischierebbe di rimanere stritolata dalle porte del convoglio se non fosse per un provvidenziale scippatore che la alleggerisce di parte del carico. Cullata dal treno, crolla sotto i sedili in un sonno di pietra da cui la sveglieranno a mezzanotte gli addetti alle pulizie dei treni. Si rialza col sorriso sulle labbra. Dopotutto, domani è un altro shopping.

Posted by Lia Celi at 02:30 | Commenti (0)